“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Giovedì, 06 Novembre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Riccardo Macinai

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Riccardo Macinai si è avvicinato alla fotografia ed alla pittura in maniera spontanea e da autodidatta, guidato soprattutto dalla voglia di conoscere e sperimentare.
È particolarmente interessato al tema del ritratto, tema che nel tempo ha approfondito e declinato in vari modi. I suoi lavori nascono sempre da uno scatto fotografico che può rimanere tale e quindi materializzarsi in una stampa fotografica, oppure può intraprendere un percorso più complesso che, attraverso la pittura e la manipolazione digitale, porta alla realizzazione di nuove opere.


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Ho iniziato a fare fotografie durante la scuola superiore e successivamente ho iniziato a dipingere. Le cose sono accadute un po’ per caso ed un po’ per imitazione. Quello che conta è che poi non ho più smesso. Ad essere sincero non ho mai deciso di essere un artista, tra l’altro la parola artista rivolta a me stesso un po’ mi turba: piuttosto mi sento un fotografo ed un pittore.
La parola Arte invece mi piace.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Non ho fatto studi artistici e non ho mai frequentato, almeno fino ad una decina di anni fa, ambienti in qualche modo legati all’arte. La mia formazione scolastica è essenzialmente scientifica.
Ho iniziato a fare fotografie all’inizio degli anni ’80 sperimentando la luce, il colore e più tardi il bianconero. Ho imparato a sviluppare le pellicole e a stampare in camera oscura, ed è li che ho capito che la fotografia, intesa come opera, è il risultato finale di un processo complesso dove lo scatto è soltanto il primo passo e probabilmente, volendo essere provocatorio, il meno importante. Da un certo momento in poi mi sono dedicato quasi esclusivamente ai ritratti e solo in tempi relativamente recenti ho iniziato a sperimentare una fotografia meno convenzionale e caratterizzata da un certo uso dello sfuocato e del mosso.
Nel 2004 grazie a Francesco Mariani, allievo di Piero Nincheri, ho fatto la mia prima mostra personale alla galleria La Soffitta di Sesto Fiorentino, Firenze. Per realizzarla ho passato molti mesi tra la sala posa e la camera oscura ed ho costruito oltre trenta cornici. Alla fine il risultato è stato molto soddisfacente ma, soprattutto, ho cominciato a prendere consapevolezza dei miei mezzi.
A dipingere invece ho iniziato alla fine degli anni ’80 dopo una visita presso lo studio di una amica pittrice specializzata nelle cosiddette copie d’autore. Ho realizzato copie delle opere di Giambattista Tiepolo, Jean-Honoré Fragonard, ma soprattutto di Caravaggio. Prima di allora non avevo praticamente mai preso un pennello in mano e quando ho visto che qualcosa veniva fuori, che le forme si creavano, ho deciso che la pittura avrebbe avuto uno spazio importante nella mia vita.
Il confronto con i grandi maestri mi ha permesso in qualche modo di entrare in profondità dentro le loro opere, smembrandole e ricostruendole il più fedelmente possibile. Se ho imparato a dipingere ho imparato così.
Dopo un primo periodo, diciamo di formazione, ho iniziato a copiare me stesso nel senso che ho iniziato ad usare le mie fotografie come soggetti dei dipinti. All’inizio è stato un vero disastro, ma poi ho trovato una sintesi che ancora oggi è alla base del mio modo di dipingere. Questo è stato decisamente il momento più importante nel mio percorso artistico poiché mi ha fornito un modus operandi piuttosto solido che mi ha permesso di andare oltre la fotografia e al contempo di mantenere con questa un legame profondo.
Nel 2013 grazie a Carlo Palli, appassionato collezionista delle neoavanguardie del ‘900 come la Poesia Visiva e Fluxus, ho partecipato a BAU10 Contenitore di Cultura Contemporanea e a Parliamo tanto di… lui, mostra dedicata a Cesare Zavattini, dove ho sperimentato il superamento della pittura realizzando opere di computer grafica basate sui miei dipinti. I risultati sono stati interessanti.
Nel 2014 ho partecipato alla mostra organizzata da FiorGen a Palazzo Guinigi a Lucca e curata da Barbara Santoro.
Sempre nel 2014 ho allestito una mostra personale presso l’Hotel Cellai di Firenze dove ho esposto una serie di dipinti realizzati tra il 2006 e il 2014.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato/a e perché?
Anche se attualmente la mia attività artistica è prevalentemente orientata alla pittura, i miei riferimenti sono soprattutto in ambito fotografico. Tra tanti citerei Robert Mapplerthorpe per l’eleganza e per la sua lezione sulla forma, forma alla quale non ha mai rinunciato anche quando i suoi soggetti erano quanto di più trasgressivo e politicamente scorretto si possa immaginare.
Ho amato e amo i dipinti di Caravaggio.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Lo conosco poco. In generale credo che risenta fortemente della crisi economica di questi anni e che per questo si sia un po’ chiuso rispetto agli artisti emergenti. È una situazione di stallo che rischia di far saltare il turno ad un’intera generazione.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Gli artisti hanno bisogno di luoghi adeguati dove incontrare altri artisti e persone che con onestà intellettuale e passione si dedicano all’arte. È da queste interazioni che nascono le idee ed i progetti.
Non lo dico per piaggeria ma quello che fate voi con questo ciclo di interviste e quello che fa FiorGen a Firenze è utile e va nella direzione giusta. Naturalmente anche le istituzioni locali devono fare la loro parte mettendo a disposizione gli spazi, e la loro capacità di comunicazione. Alcune lo fanno.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
La mie tele come del resto le fotografie sono il frutto di un lungo lavoro manuale ed intellettuale ed ognuna rappresenta, prima di tutto, una vittoria su me stesso. Durante la realizzazione di un quadro passo dall’esaltazione iniziale ad un senso di fatica, soprattutto mentale, via via crescente che devo combattere fino alla fine, fino a quando non mi è del tutto chiaro che il lavoro è finito. Ancora oggi dopo una sessione di pittura l’emozione prevalente è lo stupore per quello che vedo sulla tela.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
I luoghi dove vorrei esporre sono tanti e non avrebbe senso citarli tutti. Ritengo che la realizzazione di una mostra sia prima di tutto un’occasione per mettersi in relazione con uno spazio e con altre persone. Ogni luogo comunica qualcosa, pone dei vincoli e offre delle opportunità e degli stimoli emotivi.
Per me l’atto di esporre non è la realizzazione di una successione di dipinti ma è una forma di comunicazione. È il tentativo trasferire verso l’esterno certe emozioni.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Sì. Qualcuno lo fa, però è difficile. Vivo di tutt’altro e mi va bene così. L’arte però mi aiuta a vivere meglio. Pittura e fotografia mi offrono la possibilità di essere anche altro rispetto a quello che sono e quindi, schizofrenie a parte, mi permettono di vivere in una dimensione tutta mia che mi arricchisce, anche se solo spiritualmente.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Non saprei, non è il mio mestiere. Mi viene da pensare che l’arte sia prima di tutto comunicazione, una forma di comunicazione che utilizza canali suoi propri, attraverso i quali non si può comunicare tutto ma solo alcune cose, che altri strumenti però non possono veicolare con altrettanta potenza. Per comunicare bene l’arte bisogna partire dall’artista, dal suo mondo, dai suoi pensieri.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
La critica ha avuto ed ha una funzione importante nello stabilire un contatto tra l’opera d’arte e il mondo esterno. Quando è praticata con onestà intellettuale è uno strumento importante per la crescita degli artisti e del pubblico. Non mi piace quando eccede di protagonismo.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Dipingo volti di donne perché mi piace guardarli, confrontarmi con loro. Mi interessa la suggestione che un’espressione può dare. Solitamente non mi pongo lo scopo della massima somiglianza, in un certo senso voglio che quei volti assomiglino a me. Comincio sempre da una fotografia. Il percorso che porta dallo scatto fotografico al dipinto può durare anche anni. In molti casi decido di realizzare un dipinto anche molto tempo dopo che ho eseguito lo scatto anche se ne frattempo quello scatto l’ho visto e rivisto decine di volte. Vorrei che nei mie quadri l’elemento 'tempo' fosse in qualche modo percepibile.
Mi riconosco però uno spiccato senso di osservazione, cosa che mi aiuta moltissimo nella realizzazione dei miei lavori. Cerco di non farmi sconti e di non prendere mai scorciatoie. Nel lavoro sono un perfezionista.
Quando inizio un nuovo dipinto l’emozione prevalente è lo stupore ed è questo che deve emergere piano piano dal contatto della tela con i colori. Tutto questo mi gratifica molto e mi dà la forza di continuare anche quando le cose si fanno difficili. Mi dico, e lo dico sempre, che quello che sto facendo sarà l’ultimo quadro della mia vita.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
“Perché dipingi?” e risponderei: “Perché ne sento il bisogno.”

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Riccardo Macinai
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco delle opere nelle immagini Indoor; Notturno n° 21; Ghost n° 1; Notturno n° 6; Notturno n° 19
ritratto a corredo dell'articolo Riccardo Macinai (fotografia di Rodolfo Bontempi)
website https://www.facebook.com/pages/EXIT/429155500485541?ref=hl

 

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