“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 27 Ottobre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Fabrizio Breschi

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Fabrizio Breschi ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano. La sua vita è stata un’avventura continua tra viaggi in compagnia di ricchi armatori e aperitivi in piscina con gli amici di Sean Connery. A quindici anni vuole fare il cantante, ma la sera prima di presentarsi a Castrocaro una tonsillite lo rende afono. A venti gira il suo primo e unico film, passando notti da favola all’Hotel Plaza di Roma. A trentasei anni è il più giovane titolare di cattedra di pittura all’Accademia di Brera.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Non me ne sono accorto, per me dipingere è stata una cosa naturale come respirare. Spesso mi chiedono a che età ho iniziato a dipingere e non so se prima ho iniziato a scrivere o a dipingere, quindi diciamo circa cinque-sei anni. Mi ricordo una scatolina di acquerelli  su cui era riprodotto un cavallo imbizzarrito e io lo riprodussi. Un’altra cosa che ricordo bene, qualche anno successivo è quando Livio Berruti, velocista, vinse la medaglia d’oro nei duecento metri alle Olimpiadi di Roma 1960. Vidi la scena in televisione e nei giorni successivi pubblicarono le immagini sui giornali sportivi e io mi ricordo queste foto per il gesto finale di velocità mentre Berruti si accingeva a tagliare il filo di lana del traguardo. Cercai di riprodurre il momento e probabilmente ero già interessato alla pittura futurista senza rendermene conto, tanto è vero che a dodici-trecici anni ho fatto delle piccole tele ad olio che suscitarono il seguente commento: “Mi ricordano la pittura di Gino Severini” che non a caso era un pittore futurista. Ricordo ancora che a sei o sette anni avevo partecipato ad un premio di pittura in cui inviai un piccolo dipinto ad olio raffigurante una strada quasi in prospettiva che fu respinto dalla commissione perché ritenuto eseguito da un adulto e ricordo ancora che rimasi malissimo per questo rifiuto. Amavo le prospettive e in casa di uno zio di mio padre, grande collezionista d’arte livornese, erano appesi dei dipinti di un pittore che si chiamava Centoni, che non ricordo di dove fosse, ma ricordo il fascino della semplicità di queste opere e provai a riprodurle. Fu questa l’opera rifiutata al concorso di Livorno.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?

Mi ero iscritto al liceo artistico di Firenze perché, vergognosamente, nella città di Modigliani e Fattori, fino a pochi anni fa non c’era un liceo artistico. La mia intenzione era quella di iscrivermi successivamente alla facoltà di architettura, ma durante il liceo mi resi conto che la pittura mi interessava molto di più dell’architettura per cui successivamente decisi di scegliere l’Accademia delle Belle Arti sempre di Firenze. A quell’epoca ero iscritto alla cattedra di pittura del Gastone Breddo che già era stato mio insegnante al liceo artistico. Durante i quattro anni di frequentazione didattica, la mia attenzione era molto rivolta alla pittura del ‘900, amavo Sironi in particolare oltre ai pittori espressionisti europei in genere come Kirchner e Permeke.
Nel novembre 1970 notai un numero impressionante di persone sotto il loggiato dell’Accademia, tra questi alcuni miei compagni di studi. Una troupe cinematografica americana stava cercando una persona per ricoprire un piccolo ruolo di detective per un film. C’erano circa cinquecento persone ma il mio abito, assai poco adatto mi metteva a buon diritto tra i possibili esclusi. Cercai quindi un amico che mi procurò un impermeabilaccio alla Humphrey Bogart e un cappello: morale dopo una mezza giornata di selezioni, all’Hotel Lungarno di Firenze venni scelto per questo ruolo, ma non solo: mi invitarono ad andare in garage per ritirare una splendida 850 bianca spider della Fiat perché avrei dovuto il giorno successivo seguire un pullman di americani lungo il viale dei Colli fino a piazzale Michelangelo. Nel pullman c’era la persona che nel film avrei dovuto spiare. Non avevo con me la patente ma per soddisfare le esigenze della produzione venni scortato dalla polizia lungo tutto il tragitto. La settimana successiva mi chiesero la disponibilità di andare a Roma per proseguire le riprese e mi dettero un alloggio all’Hotel Plaza. Chiamai mio cugino per accompagnarmi ma visto che io avevo venti anni e lui diciassette ci misero in due camere separate. La cosa che ci colpì immensamente fu la piscina in camera. Mi sentivo un divo di Hollywood, ma soprattutto ero consapevole che la fortuna aiuta gli audaci e anche i creativi.
Una svolta determinante nella mia pittura avvenne in particolare con la conoscenza del pittore Aldo Turchiaro  fresco vincitore nel 1973 del Premio Internazione del Fiorino a Firenze. Successivamente, con mia grande soddisfazione, ho avuto la fortuna di divenire suo assistente alla cattedra di Pittura presso l’Accademia di Firenze. In questo periodo a Livorno frequentavo la galleria storica di Bruno Giraldi, vero talent scout di artisti, questo mi offriva dunque la possibilità di vedere le opere da lui collezionate degli astrattisti più importanti in quel momento in Italia. Andavo spesso a Roma nello studio di Aldo Turchiaro e apprezzavo molto la sua grande abilità tecnica oltre ai suoi motivi pittorici. Per un certo periodo il mio lavoro fu molto influenzato dalla sua opera; successivamente però, forse proprio per la vicinanza con la Galleria Giraldi ho iniziato a scomporre i miei “robot”  e questo mi ha portato sempre più vicino ad una pittura astratto-costruttivista.  
Nel 1985, quindi dopo parecchi anni di assistentato all’Accademia fiorentina ho vinto il concorso per la cattedra di pittura che mi venne assegnata all’Accademia di Brera di Milano.  
A Milano ho vissuto quasi diciassette anni frequentando vari ambienti culturali, ma uno in particolare ha segnato il mio percorso: l’Associazione 'Amici della Scala', in quanto nel 2001 istituirono un premio internazionale dedicato ai mecenati dell’arte. Lo vinse la signora greca Dolly Goulandris a cui venne donata, nell’occasione, una mia opera che riproduceva un dollaro di grande formato. La signora se ne innamorò e mi propose un viaggio ad Atene nei mesi successivi. Arrivai ad Atene il 6 settembre e nello studio privato di Madame Goulandris, che era proprietaria del museo dove si trovava appunto lo studio, con mia grande soddisfazione trovai appeso il quadro che le era stato donato, ma la cosa più straordinaria era che ai lati c’erano un Picasso e un Rothko.
Ero tanto emozionato che da bravo “fessacchiotto” non ho avuto la prontezza di fotografarlo e ancora adesso ogni tanto ci penso!
Madame Goulandris mi fece notare che avrebbe avuto piacere di creare sulla facciata del Museo, in una nicchia non valorizzata, qualcosa di originale. Chiese i bozzetti a molti importanti artisti internazionali poi, si rivolse a me invitandomi a realizzare il mio bozzetto per quella nicchia. Il 20 maggio 2002 arrivai ad Atene con l’opera che avrebbe decorato la famosa nicchia del Museo di Arte Cicladica.
Arrivai ad Atene con un’amica francese, ad attendermi un autista, che mi chiese di attenderlo un attimo perché di lì a poco sarebbe arrivata un’altra persona da Milano. La persona in questione veniva dalla boutique di una firma prestigiosa per ritoccare alcuni abiti della signora. Una volta arrivati nella zona bene di Atene attraversammo un enorme cancello e sembrava quasi di passare dal purgatorio al paradiso, come se avessimo trovato il gate per un’altra dimensione.
Dopo aver sistemato i bagagli in camera venimmo invitati in piscina per un aperitivo. Mentre, preso dalla bellezza del luogo stavo sorseggiando, notai sul tavolo una cornice con una foto dove era ritratta Madame Goulandris con un uomo. Chiesi al cameriere chi fosse e lui mi rispose che la settimana precedente era stato ospite in quel luogo Sean Connery caro amico di famiglia. Chiamai in Italia per dire che stavo vivendo in un sogno e che non riuscivo a capacitarmi. La signora ci offrì un giro in “barca” nell’Egeo; arrivati al Pireo ci mostrò l’imbarcazione su cui avremmo fatto questa escursione nelle isole greche: era una nave di almeno settanta metri ed il personale era almeno tre volte gli ospiti della nave. Ci portò al Teatro di Epidauro dove la Rossellini e Depardieu andavano in scena. Sicuramente Madame Goulandris doveva essere l’eminenza grigia della cultura greca.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Il mio artista ideale è sempre stato Sironi anche per la sua coerenza pittorica e umana.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?

Il mercato dell’arte è una cosa perversa in quanto si può far apparire grande un artista che di grande ha solo l’organizzazione che lo promuove. Se oggi il valore del’artista non è credibile, l’arte diventa un bluff come in parte è già. Pensa ad alcuni artisti americani che vanno per la maggiore attualmente…

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei  cosa proporresti?

Non ne ho, altrimenti la userei per valorizzare il mio lavoro visto che sono cinquant'anni che dipingo in modo regolare e, credo, coerente!

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?

La Deposizione di Rosso Fiorentino che si trova nella pinacoteca di Volterra perché ritengo che sia un’opera estremamente già moderna per concezione e per linguaggio cromatico.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo?

Parigi è il mio sogno, al Grand Palais e vorrei fosse in autunno.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Secondo me no. Alcuni creano opere solo per esigenze di mercato. Il vero artista probabilmente non ce la farebbe a vivere di arte. Per vero artista intendo colui che segue l’ispirazione, il momento, la voglia di conoscere e coltiva la sua ricerca.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro, quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?

La difficoltà maggiore è quella di inserirsi nel mercato. Spesso però questo mercato è affollato da galleristi che di arte non sanno molto e che si affidano a critici d’arte, da loro sovvenzionati, per lanciare gli artisti delle loro scuderie. Spesso vivono molto bene di arte… quelli che non sono “artisti”.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?

Più che nella comunicazione, bisognerebbe che le istituzioni capissero che l’artista per potersi esprimere con serietà e con sicurezza avrebbe bisogno di un continuo supporto economico da parte dello Stato come fanno in alcuni Paesi stranieri. È giusto fare una selezione tra gli artisti meritevoli, ma in Italia questo tipo di meccanismo non è attuabile.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?

La critica è fatta da persone che non hanno un’esperienza diretta con la pratica artistica. Non è un caso che spesso i più bravi critici siano o siano stati a loro volta degli artisti. Carrà ad esempio era un critico che si faceva capire e diceva cose concrete: non scriveva sull’acqua.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Vorrei che rimanesse la certezza che Fabrizio Breschi ha vissuto e operato in maniera sincera senza accettare compromessi.

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Fabrizio Breschi
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini The Dollar (tecnica mista, 1999); foto dell'autore (nd.); senza titolo (acrilico su tela, 1985); Love Story (acrilico su tela, 1982); A Man A Woman (acrilico su tela, 1981); Morire d'amore (acrilico su tela, 1984)
website http://fabriziobreschi.jimdo.com/

 

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