“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 13 Ottobre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Luigi Petracchi

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“Ogni arte e ogni scienza può, mediante un’opportuna trasposizione, assumere un valore esoterico  autentico”.  René Guénon, L’esoterismo di Dante. Inizia così l’ultimo catalogo di Luigi Petracchi.


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
All’età di otto anni. All’inizio della terza elementare, ho ricevuto dai miei genitori, assieme ad un astuccio nuovo contenente i soliti oggetti rituali, una grande scatola di matite colorate. Ai miei occhi era una cosa fantastica. Iniziai a disegnare della frutta, con tanto di rami e foglie, che avevo raccolto nei campi vicino casa. Era come se lo avessi già fatto tante altre volte, mi veniva naturale, ne ero affascinato. Inoltre, per la prima volta, stavo facendo qualcosa che mi piaceva moltissimo, senza che ciò facesse impensierire i miei, i quali si resero presto conto che poteva essere un buon mezzo per contenere il mio amato bighellonare con gli amici fra boschi e campi, e, come successiva sorpresa, mi fecero una bellissima confezione di tempere all’acqua con alcuni pennelli.
In verità, non credo di avere mai pensato di poter fare qualcosa di diverso.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Nell’83 io e mia moglie eravamo in attesa di nostra figlia Valentina, quell’attesa, il parto, quell’evento tanto desiderato, provocò nuove sensazioni, era come se percepissi per la prima volta la materia e lo spirito in maniera non separata, e questo destò in me il desiderio di sperimentare nuovi materiali e nuove tecniche senza pormi limiti di commistioni. Questo grande impulso, tuttora attivo, è stato affiancato, all’inizio del 2001, da una ricerca interiore tesa alla comprensione e riconciliazione degli opposti, che ha dato vita in un primo momento ai “cuscini in resina”, testimoni, per me, di una duplice unità cosmica, alla ricerca, in piena e armoniosa cooperazione, della sua reale appartenenza. Successivamente, sempre nell’ambito di questi due forti impulsi, sono nati i bassorilievi, che possiamo definire tessere, in quanto hanno l’aspetto di un mosaico, ma anche sfaccettature prismatiche, che riportano vari aspetti di un tutto.
Infine sono nate le carte retroilluminate che chiamo “FRM” ovvero “frammenti”, frammenti di memoria, ma anche frammenti come Esseri chiamati a interloquire, confrontarsi, costruire assieme, senza preconcetti né pregiudizi, in una libera sinfonia e in un territorio comune e interiormente illuminato.

Che tecniche usi attualmente e perché?
La tensione verso la libertà si riflette inesorabilmente nella forma che prendono le mie opere. Le mie tecniche cambiano in continuazione, sono al servizio del significato che cerco di trasmettere. Ad esempio, la resina e la polvere di marmo mi permettono di costruire sculture che hanno l’aspetto di cuscini soffici e leggeri, in grado di accogliere e avvolgere frammenti dell’umanità, mentre nei light box la luce mi consente di mostrare cose che in sua assenza non sono visibili o lo sono a malapena, promuovendo l’idea di base che solo accendendo la luce interiore si può avere accesso a ciò che risiede nella profondità dell’essere.
I materiali che utilizzo, dal legno al marmo, dal vetro al bronzo, dalla stoffa alla carta, si mescolano all’olio, all’acrilico, allo smalto, alla resina. Sono eterogenei come eterogenee sono le religioni e le filosofie a cui faccio riferimento. Quello che mi interessa, nell’aspetto formale, è che il risultato finale sia armonico. Come il significato dei variegati simboli che utilizzo − alla fine − è concorde, anche l’equilibrio dei diversi materiali deve essere armonioso; come se non faticassero a stare insieme.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato?

Ogni artista che mi abbia trasmesso emozioni ha contribuito a ispirarmi, da Michelangelo a Botticelli, da Bosch a Bacon, da William Blake a Marcel Duchamp, da Pollock a Vedova, da Joseph Beuys a Olafur Eliasson.

Qual è l’opera a cui sei più legato e perché?
Quella alla quale sto lavorando adesso, ma penso che lo sarà soltanto fino a quando non inizierò la prossima.

Cosa pensi del mercato dell’arte?
Non si cura in maniera adeguata del grande pubblico, manca della capacità di divulgazione di tutta l’arte, ma soprattutto dell’arte contemporanea. Occorrerebbe una propositiva valorizzazione sistemica degli artisti, e questo può avvenire soltanto da un rapporto sinergico tra i diversi esponenti del mondo dell’arte. Ovviamente i musei, le soprintendenze statali, le associazioni comunali e anche le fondazioni, dovrebbero essere i primi a muoversi, a ricercare e valorizzare le eccellenze. Nel passato, avveniva che la consacrazione commerciale di un artista avvenisse prima a livello istituzionale e, poi, da parte degli operatori commerciali e dei collezionisti.
Oggi è quasi sempre il contrario e, per giunta, in maniera caotica e distratta. Oggi i musei operano in uno stato di sudditanza lassista, ignorando aspetti meritocratici e accogliendo i soliti noti, consolidati dal mercato, anche se le loro opere sono bruttine e di scarso significato. Fingono di ignorare che il grande pubblico predilige il bello alla presunta novità e questo spesso viene punito con una scarsa affluenza di visitatori.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell’arte?

L’educazione di base, che passa inizialmente attraverso il sistema scolastico, a cominciare dall’asilo, e che riguarda principalmente lo stretto rapporto fra l’arte, le emozioni e la società. Ovviamente senza trascurare quello che è fuori dal circuito scolastico, e qui entrano in gioco le soprintendenze statali, i musei, le fondazioni, le tante associazioni comunali di arte e cultura e, non ultimi, gli strumenti di comunicazione che oggi abbondano in quantità, ma difettano in qualità.
Tuttavia, perché i vari responsabili possano fare bene la loro parte, dovrebbero prima comprendere che ruolo ha l’arte nel sistema umano, altrimenti c’è poco da stupirsi di infelici esternazioni del tipo “con la cultura non si mangia” il che, oltre ad essere totalmente falso, in quanto l’arte e la cultura non sono certamente un costo ma una grande risorsa, non tiene conto di quanto esse contribuiscono alla indispensabile comprensione della vita.

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Luigi Petracchi
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Coincidentia oppositorum (tecnica mista a bassorilievo su multistrato, 2012); Spirale in testa (bronzo, 2005); David (polvere di marmo e resina, n.d.); Installazione
website http://www.luigipetracchi.com/

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