“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Lunedì, 03 Settembre 2018 00:00

Cultura visuale. Cinema, teatro e new media

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Il volume curato da Andrea Rabbito La cultura visuale del Ventunesimo secolo. Cinema, teatro e new media (Meltemi 2018), primo di una serie che si aggiornerà con cadenza annuale, si propone come contributo all’ambito di ricerca della cultura visuale di studiosi e artisti. In questa prima uscita vengono pubblicati scritti di Vito Zagarrio, Ruggero Eugeni, Roberto Tessari, Carla Bino, Salvatore Tedesco, Elio Ugenti, Denis Brotto, Michele Guerra, Andrea Rabbito, Simone Arcagni, Stefania Rimini, Dario Tomasello, Giulia Raciti, Francesco Parisi e Rino Schembri a cui si aggiungono diverse riproduzioni di opere dell’artista Giovanni Zoda.

Nell’Introduzione al volume Andrea Rabbito, in veste di curatore dell’opera, ricorda come, man mano che sono comparsi, la fotografia, il cinema, la televisione e i new media abbiano spinto alle estreme conseguenze alcune tendenze già presenti nella letteratura e nel teatro: l’importanza concessa al visuale, la riduzione della distanza tra pubblico e rappresentazione e il rendere presente con immediatezza il rappresentato. È attorno a tale spinta sull’acceleratore che, per certi versi, si dipanano gli interventi dei diversi autori. Nell’impossibilità di dar conto dell’intero volume, ci limitiamo in questa sede a spendere qualche parola soltanto su alcuni contributi in esso presenti riservandoci di tornare successivamente su altri.
In L’iceberg e l’angelo benjamiano sulle nuove immagini Andrea Rabbito si sofferma su come i visual culture studies intendano analizzare le immagini e le rappresentazioni dei vecchi e nuovi media attraverso una visione globale del fenomeno indagato: “La componente genealogica che caratterizza i visual culture studies, non deve indurre, come evidenzia Mirzoeff, a ritenere che queste ricerche si soffermino solo nell’offrire 'la storia delle immagini', o 'una teoria sociale della visione', semmai si pongono l’obiettivo di concentrarsi 'sul ruolo determinante che [la cultura visuale] ricopre nel contesto della più ampia cultura a cui appartiene'. Ed è proprio per questo che i visual culture studies risultano [...] caratterizzati da una natura 'interdisciplinare' che permette di cogliere del fenomeno la sua complessa interezza e di comprendere il 'ruolo determinante che il visuale ricopre nel contesto della più ampia cultura a cui appartiene', anche all’interno di linguaggi e situazioni sociali distanti dall’universo delle immagini”.
Intendendo con “nuove immagini” (ne abbiamo parlato su Il Pickwick) quel tipo di immagini che oggi, nel loro illudere una perfetta duplicazione del reale, non provocano più la sensazione che in esse il rappresentante ceda il posto al rappresentato ma, piuttosto, suggeriscono l’assenza del rappresentante e la percezione di trovarci il rappresentato presente davanti agli occhi, secondo lo studioso, all’analisi della loro incidenza sui linguaggi appartenenti ai vari media deve essere affiancata l’indagine del ruolo che queste immagini hanno sulla dimensione quotidiana dell’essere umano contemporaneo. Se le immagini storicamente tendono a riconfigurare il nostro rapporto con la realtà, modificando il modo di vedere, sentire e comprendere, le nuove immagini, anche grazie ai fenomeni di diffusione e rilocazione quotidiana che contribuiscono a creare un tipo di fruizione che coinvolge dispositivi, ambienti e linguaggi diversi, non possono che essere indagate da approcci – come appunto quello dei visual culture studies – che  “si concentreranno anche nello studio di quei media il cui linguaggio non è direttamente e apparentemente correlabile al mondo delle immagini e dovranno richiedere il supporto e il coinvolgimento di varie discipline”. Analizzare i diversi linguaggi e approcci scientifici risulta indispensabile in quanto si è di fronte sia a una fusione tra diversi dispositivi mediali che a una loro integrazione con apparati sociali di per sé non per forza di cose mediali, ammesso sia ancora possibile oggi stabilire i confini tra mediale e non mediale.
Indagando il campo di studi della fotografia e del cinema, Rabbito individua approcci simili a quelli sviluppati dai visual culture studies già, tra gli altri, negli studi pionieristici di Sergej Michajlovič Ejzenštejn e Walter Benjamin, nelle riflessioni di André Bazin e André Malraux e, in epoca più recente, negli studi di Jay David Bolter, Richard Gruisin, José Ortega y Gasset, Hans Belting, Vito Zagarrio, Nicholas Mirzoeff, Francesco Casetti, Ruggero Eugeni, Peppino Ortoleva, Antonio Somaini, Roberto De Gaetano, Michele Guerra, Vittorio Gallese ecc. (delle ricerche degli ultimi due studiosi abbiamo parlato su Il Pickwick).
“Come osserva Apparadui 'la mediazione elettronica' proposta dai mass media e new media caratterizza in maniera radicale il mondo attuale e la sua cultura, attraverso quel 'diluvio di immagini', come lo definisce Bredekamp, che realizza il seguente fenomeno: le immagini non 'si dispongono in circuiti [...] facilmente riconducibili a spazi locali, nazionali o regionali' e tali immagini 'si incrociano spesso in modo imprevedibile, al di là delle certezze domestiche e del cordone sanitario degli effetti mediatici locali e nazionali'. E l’incidenza che hanno le nuove immagini sulla cultura non è solo dovuta al fatto che insediatesi nella logica della vita ordinaria danno all’immaginazione 'un ruolo significativo', ma anche perché permettono una nuova forma di negoziazione tra il naturale e l’artificiale, offrendo un nuovo modo – di relazionarsi con il mondo esterno, – di dialogare con il mondo delle immagini – di fondere e confondere immagine con reale, in quanto la prima diventa prolungamento della seconda e viceversa. 'Il messaggio reale dei nuovi media', osserva a riguardo Baudrillard riprendendo il pensiero di McLuhan, 'è il mutamento strutturale operato in profondità sulle relazioni umane'”.
Ruggero Eugeni, nel suo intervento intitolato Temporalità sovrapposte. Articolazione del tempo e costruzione della presenza nei media immersivi, sottolinea come nel passaggio dai media astantivi ai media immersivi si costituiscano “differenti gradi e modelli di presenza dello 'spettatore' rispetto al mondo virtuale e del mondo rispetto allo 'spettatore'”. Secondo lo studioso “la costituzione di tali effetti di presenza è legata alle differenti modalità di interazione sensorimotoria, enattiva e incorporata dello 'spettatore' con il mondo virtuale”. Rifacendosi all’idea che vuole la percezione della temporalità legata “agli schemi di azione e percezione etero e propriocettivi del movimento”, l’ipotesi dello studioso è che “nei media immersivi le forme della percezione del tempo e quelle della presenza siano intimamente legate”. A partire da tale ipotesi Eugeni si chiede “se non si possa pensare che mentre i media astantivi (dalla pittura al cinema o al video) costruiscano i propri effetti di presenza sulla base prioritaria di un posizionamento spaziale del proprio spettatore, la caratteristica specifica dei media immersivi consista esattamente nel costituire i propri effetti di presenza agendo sulla dimensione temporale dell’esperienza dello spettatore”. Inoltre, lo studioso si domanda “se la costituzione di una temporalità narrativa complessa propria dei racconti dei media immersivi (con gli effetti di divisione in sequenze e loro articolazione cronologica e causale) non rimanga comunque profondamente legata alla percezione dei modelli temporali 'impliciti'”.
Elio Ugenti nel suo La capacità visiva dello spettatore. Qualche riflessione sulla dimensione socio-culturale del guardare, pone invece l’accento su come gli studi sulla cultura visuale si siano frequentemente concentrati sull’incidenza della componente socio-culturale nella configurazione dello sguardo, cioè su come e quanto i modelli ideologici, rappresentativi e politici che circolano in una determinata società o in un dato momento storico influenzino “i comportamenti del singolo nella sua relazione con le immagini o, più in generale, con il visivo”. Tale dimensione sociale del guardare comporta “la necessità di considerare le immagini come parti integranti del tessuto di una cultura, come oggetti e atti culturali e sociali, e quindi storicamente determinati”. Si aprono così diverse questioni: “Come si ripercuote tutto questo sul piano rappresentativo? Come influisce l’idea di un atto visivo inquadrato all’interno di un frame relazionale più ampio sulla comprensione e l’analisi dei modi di rappresentazione in auge all’interno di una determinata cultura (in un determinato momento storico)? E come si rende possibile rintracciare le condizioni che determinano l’intellegibilità di una forma rappresentativa visiva – o audiovisiva – all’interno di una determinata società?”.
In un’epoca “postmediale” come questa, caratterizzata dalla “convergenza” e dalla “rimediazione”, in cui sembrano essere saltate le specificità mediali, occorre inevitabilmente operare una revisione del concetto stesso di medium. “Il ricorso sempre più frequente negli ultimi anni al concetto di postmedialità sembra riconducibile alla possibilità di operare una teorizzazione degli effetti della convergenza mediale, senza limitarsi a prenderne atto, ma interrogandoli a partire dalle ricadute in termini esperienziali determinate dalla nuova configurazione degli apparati tecnologici”. Secondo Ugenti “le configurazioni esperienziali correlate alla nuova visualità” non sembrano “sostituirsi completamente ad altre forme di esperienza visiva che hanno caratterizzato epoche precedenti alla nostra”, (della pittura, della fotografia, del cinema...), ma piuttosto sembrerebbero “aggiungere un nuovo livello sulla superficie di quella che potremmo immaginare come una stratigrafia della visione. Ciascuno strato – storicamente determinato – viene a inquadrarsi inevitabilmente all’interno di una ben precisa cultura visuale, dominata da una certa tipologia di immagini, da una certa tipologia di dispositivi tecnici e, di conseguenza, da una certa tipologia di spettatori, i quali acquisiscono delle nuove capacità e cedono a una serie di consuetudini che col tempo finiscono per rendere 'naturale' un certo modo di esperire l’immagine. Questi nuovi 'modi di vedere' vanno a sedimentarsi al di sopra dei modi di vedere che hanno informato la cultura visuale di epoche precedenti, modificando la capacità visiva degli spettatori”. È dunque all’interno di tale modello stratigrafico che andrebbero pensati questi processi di trasformazione e non come sviluppo evolutivo di tipo lineare. “In questo senso, allora, uno dei compiti degli studi di cultura visuale consiste nel porre una fondamentale questione proprio sulle dinamiche di mediazione che regolano l’accesso dell’individuo all’universo visivo e audiovisivo che lo circonda, anche quando questo accesso sembra apparirci naturale e im-mediato. Si tratta dunque di individuare quegli elementi visivi, mediali e culturali che contribuiscono alla determinazione di quello stesso senso di naturalezza e im-mediatezza, e di analizzarli nell’ottica di un costante processo di adattamento”.
Nel volume agli interventi di Andrea Rabbito, Elio Ugenti e Ruggero Eugeni, a cui abbiamo fatto riferimento, si aggiungono i saggi: Oltre i corpi del cinema. Sei passeggiate nei boschi narrativi del film di Vito Zagarrio; L’immagine scenica: dalla riproduzione specchiata del reale all’icona visionaria di Roberto Tessari; Una svolta drammatica. Somiglianza ed empatia tra medioevo e contemporaneità di Carla Bino; Intermedialità come Gesamtkunstwerk critico. Appunti sul visuale nella scrittura di W.G. Sebald di Salvatore Tedesco; “Lo stupore negli occhi dell’altro”. John Berger e l’immagine del desiderio di Denis Brotto; In luogo della memoria di Michele Guerra, Computer vision e imaging come “visionica” verso la visual intelligence di Simone Arcagni; Teatro in immagine. Sguardi, ambienti, dispositivi di Stefania Rimini; L’islam e le immagini. La potenza sinestetica della parola di Dario Tomasello; Aprire i corpi come affezione visuale del cinema di Carmelo Bene di Giulia Raciti; La scimmia visuale. Immagini mentali, cave art e retroazione mediale di Francesco Parisi; Instagram tra realismo e messinscena di Rino Schembri. Tra questi interventi critici trovano spazio le immagini delle opere pittoriche dell’artista catanese Giovanni Zoda.

 

 


Andrea Rabbito (a cura di)
La cultura visuale del Ventunesimo secolo. Cinema, teatro e new media

con opere pittoriche di Giovanni Zoda
Meltemi, Milano, 2018
pp. 246

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