“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Lunedì, 28 Maggio 2018 00:00

Il cinema sperimentale del Cineguf

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Andrea Mariani, docente di Teoria dei media e dei nuovi media presso l’Università degli Studi di Udine, nel suo Gli anni del Cineguf (Mimesis, 2017) analizza il materiale cinematografico realizzato in Italia dai Gruppi Universitari Fascisti durante il Ventennio, una particolare produzione in cui si intrecciano indistricabilmente cinema sperimentale d’avanguardia e cinema amatoriale.

L’autore definisce il cinema sperimentale esaminato come “un fenomeno primitivo, giovanile, aurorale” che necessita di essere indagato dal punto di vista tecnologico, generazionale ed estetico. Sono pertanto affrontate questioni riguardanti la formazione della competenza tecnico-professionale, la dimensione politica in cui è immersa quella generazione di sperimentatori e la dialettica tra realismo e avanguardia.
Il cinema sperimentale italiano realizzato tra le due guerre mondiali viene letto “non tanto come generica fase transitoria, né ipotetica preparazione al cinema italiano successivo, né forzosamente come vera origine del neorealismo, bensì soprattutto come esperienza determinata, con i suoi propri valori e le sue proprie regole: un movimento”.
La trattazione prende il via con la ricostruzione minuziosa della cultura cinematografica italiana compresa tra la metà degli anni Venti e la metà degli anni Trenta, caratterizzata tanto dal fiorire dei cine-club che dalla diffusione della cinematografia educativa voluta dal regime che, standardizzando il formato ridotto 16 mm per le pratiche cineamatoriali, rivoluziona le pratiche di fruizione del cinema nelle scuole, nelle Opere Nazionali Balilla, nei centri rurali, nei Dopolavoro ecc. Nel testo viene ricostruito anche l’iter politico-legislativo che riorganizza le pratiche cinedilettantistiche e l’associazionismo cinematografico portando all’affermarsi di un’estetica cinematografica autenticamente italiana nelle produzioni cinesperimentali.
“Nel passaggio dal dilettante allo sperimentale emerge un tentativo complesso e a volte maldestro di dare soluzione a una negoziazione tra arte e fascismo, cultura giovanile e di regime, cinema giovane e cinema fascista, come parte integrante di quel progetto di mobilitazione e educazione dei giovani dei Guf: quelle aristocratiche minoranze di appassionati, che sapevano maneggiare indifferentemente la penna e la spada, e ovviamente la macchina da presa al fine di contribuire allo svolgimento progressivo della civiltà fascista”. È a partire da tale trasformazione che lo studioso avvia la sua analisi dei film: “Dalla maturazione della nozione di sperimentale e dalla sua politicizzazione”.
Mariani indaga attentamente la complessità della nozione di politico propria dell’esperienza del Cineguf. Pur restando fortemente legato alle necessità politiche delle istituzioni fasciste, “la produzione cinesperimentale sembra aprire spazi di elaborazione di una ricchezza e una densità di istanze culturali ed artistiche che difficilmente possono ridurre il film ad un semplice piano propagandistico. L’impegno politico – rispettato e onorato spesso con zelo e scrupolo – diveniva dunque occasione di un incontro con la modernità i cui effetti e le cui implicazioni eccedono la mera adesione ai dettami di un’estetica o un’etica di regime”. L’autore non ravvisa comunque evidenti segnali di resistenza politica nemmeno nelle produzioni più libere, “non si può neppure parlare di una vera mancanza di corrispondenza tra piano ideologico e piano formale. [...]. C’è però traccia di una dimensione creativa che porta in sé le tensione di un’era, quella modernista, tensione che eccede i confini locali e nazionali”.
Dopo aver indagato i meccanismi della politicizzazione della pratica sperimentale, lo studioso ricostruisce le tensioni culturali e filosofiche su cui si è sviluppata la ricerca estetica di questo cinema sperimentale. “Il rapporto tra documentario, realismo e tensioni moderniste” diviene “il centro nevralgico” e la via attraverso cui indagare “il legame cruciale di questa produzione con la successiva stagione neorealista”.
Contestualizzando le vicende cinesperimentali all’interno della più generale questione che tocca “il sistema delle arti” nell’Italia fascista, Mariani giunge a proporre una sua lettura della pratica cine-sperimentale dei Cineguf e della loro ricerca estetica.
Quella proposta dallo studioso non può essere considerata una semplice storia del cinema sperimentale italiano “dai cine-club al Neorealismo”, quanto piuttosto “una proposta metodologica, teorica e critica” effettuata a partire dai film sperimentali di quella particolare stagione giunti fino a noi. “Riportato alla luce dopo molti anni, il cinema sperimentale dei Cineguf si rivela una produzione ineludibile, nonché un passaggio cruciale e complesso per la comprensione della stagione successiva del Neorealismo”.

 

 


Andrea Mariani
Gli anni del Cineguf
Il cinema sperimentale italiano dai cine-club al Neorealismo

Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2017
pp. 276

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