“Scrivi scrivi / se soffri adopera il tuo dolore: / prendilo in mano, toccalo, / maneggialo come un mattone, / un martello, un chiodo, / una corda, una lama; / un utensile insomma. / Se sei pazzo, come certamente sei, / usa la tua pazzia: i fantasmi che affollano la tua strada / usali come piume per farne materassi; / o come lenzuoli pregiati / per notti d'amore; / o come bandiere di sterminati /reggimenti di bersaglieri”.

Giorgio Manganelli

Martedì, 10 Aprile 2018 00:00

Un’indagine wellesiana sul film fantasma di Welles

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Massimiliano Studer, a proposito del suo recente saggio Alle origini di Quarto potere. Too Much Johnson: il film perduto di Orson Welles (Mimesis, 2018), prospetta un calzante parallelismo “wellesiano”: così come Quarto potere (Citizen Kane, 1941) mette in scena un’indagine sulle motivazioni che conducono il personaggio a pronunciare in punto di morte la parola rosebud, altrettanto la sua ricerca è costruita sull’indagine circa i motivi che hanno obbligato al “silenzio visivo” Too Much Johnson (1938) per oltre settant’anni.

Nell’estate del 2013 inizia a circolare la voce che la pellicola di Too Much Johnson non è andata a fuoco, come invece ha a lungo sostenuto Welles, nell’incendio della sua villa madrilena nel 1970. A Pordenone, nel magazzino di uno spedizioniere, viene rocambolescamente ritrovata e identificata da Ciro Giorgini una copia in 35 mm, successivamente proiettata nella medesima città in prima mondiale. Raccontato del sorprendente ritrovamento, Studer ripercorre i passaggi che hanno portato Welles alla realizzazione di un’opera particolare, voluta muta quando ormai il cinema è definitivamente passato al sonoro.
Attraverso al pubblicazione di una parte di un’intervista, filmata e montata da Filippo Biagianti, concessa allo studioso da Giorgini, vera e propria autorità in materia wellesiana, il volume ricostruisce un puntuale quadro storico ed estetico in cui collocare Too Much Johnson.
Come sottolinea Paolo Mereghetti nella prefazione al volume, la ricerca di Massimiliano Studer − autore di un importante saggio su Olympia (1938) di Leni Riefensthal − pare davvero animata dalla voglia di comprendere e conoscere fino in fondo un autore che “ci ha lasciato un’idea di cinema contagiosa e ipnotica, capace di resistere alle sirene del potere e del successo per inseguire un ideale su cui non accettava compromessi, quello di un’arte capace di raccontare il mondo senza soffocarne la sua complessità e bellezza, di usare al meglio le conquiste della tecnica senza restarne mai schiava, ambiziosa nell’affrontare i grandi temi che agitano l’Uomo e però capace di non nasconderne gli errori e le cadute, lontana da ogni trionfalismo, ma insieme capace di spingere lo spettatore a cercare quell’ideale e quel sogno che i personaggi dei suoi film spesso finivano per infangare o svilire”.
Nel libro viene approfondito il periodo giovanile del regista e il suo rapporto con il contesto politico, sociale e artistico della New York della metà degli anni Trenta del Novecento proprio perché la pellicola ricomparsa appartiene al perdio in cui Welles consolida la sua adesione al Fronte Popolare e si avvicina alle politiche culturali del Partito Comunista Americano. L’analisi delle quasi duecento pagine di inchiesta a suo carico redatte dall’FBI consente di comprendere meglio la passione politica che ha animato Welles a partire dalle vicende della Guerra civile spagnola e che si è riversata sui suoi lavori teatrali dell’epoca.
Le pressioni esercitare dall’FBI sul regista, accusato di pericolose simpatie sovversive, potrebbero spiegare, almeno in parete, il silenzio (anche visivo) fatto cadere da Welles sulla sua carriera antecedente Citizen Kane.Too Much Johnson è segnato da venature anarcoidi impresse da una creatività generata da un gruppo di giovani artisti, impegnati politicamente, che contribuiscono, ognuno con la propria competenza, a dar vita a un anomalo prodotto filmico. Too Much Johnson, infatti, a una prima visione appare un omaggio alle slapstick comedies degli anni Venti. Un’analisi più approfondita mostra poi un impiego consistente di riferimenti alle avanguardie sovietiche ed europee. In questa operazione cinéphile si celano le sollecitazioni provenienti da Paul Bowles e Harry Dunham, che, prima di Too Much Johnson, si erano cimentati con il cinema e avevano avuto solide e costanti frequentazioni con esponenti di spicco dell’avanguardia newyorkese come Man Ray e successivamente con il registapittore tedesco Hans Richter. Il giovane Welles, inoltre, si deve applicare in maniera sistematica al montaggio e, per approcciare il problema, si dedica allo studio di La settima arte di Pudovkin, uno dei testi teorici più importanti della storia del cinema. I risultati, sebbene acerbi e frutto di pura intuizione, sono estremamente interessanti perché fanno trasparire quell’innata tendenza a sperimentare e a conoscere l’ignoto per familiarizzare con esso, che Welles ha sempre avuto durante l’arco di tutta la sua carriera”.
Grazie soprattutto al contributo dello studioso russo Sergei Kapterev dell’Institute for Film Art di Mosca, Studer ricostruire anche l’interessante rapporto epistolare tra Orson Welles e Sergej M. Ėjzenštejn, dunque dedica ampio spazio all’analisi dell’intera pellicola ritrovata mettendo in luce, oltre allo “specifico filmico”, i riferimenti estetico-cinematografici presi a modello dal regista per le riprese e il montaggio dell’opera. A corredo dell’analisi vengono riprodotti diversi fotogrammi.
Quello di Pordenone rappresenta uno dei ritrovamenti cinematografici più importanti degli ultimi tempi perché, insieme alla pellicola, è stato riportato alla luce diverso altro materiale appartenuto al regista a proposito del quale Studer riporta le testimonianze di alcuni studiosi che hanno potuto visionarlo.
La possibilità di vedere finalmente l’opera, che svela quanto Welles conoscesse la forma cinematografica e quanto fosse animato dalla volontà di sperimentare, secondo Studer permette di gettare nuova luce sul grande regista e sulla sua intera produzione. Il ritrovamento della copia del film ha permesso, inoltre, a una compagnia teatrale di New York di realizzare nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Welles, uno spettacolo in linea con i desideri del regista in cui le immagini della pellicola si sono intersecate con la parte teatrale dell’evento.

 





Massimiliano Studer
Alle origini di Quarto potere. Too much Johnson: il film perduto di Orson Welles

Mimesis, Milano-Udine, 2018
pp. 238

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