"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 13 Settembre 2019 00:00

Il principio ideo-motore nell’arte di Duchamp

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“In un mondo in cui l’occhio e tutti gli altri sensi umani sono sottoposti ogni giorno a una serie di prove psicologiche in forme e modalità accresciute, continue e per lo più inconsapevoli, l’arte di Duchamp rappresenta, ancora oggi, un esercizio per collaudare non solo la nostra capacità di vedere e percepire, ma anche di esistere. Se vivere significa emanciparsi dall’incatenamento a uno scopo determinato, allora l’arte, quando funge da test, può servire a misurare, di tanto in tanto, quanto siamo davvero consapevoli della nostra libertà”. Così Marco Senaldi presenta il suo Duchamp. La scienza dell’arte (Meltemi 2019), volume incentrato sul legame tra l’opera dell’artista francese, l’estetica sperimentale e la ricerca psicofisiologica.

Nel libro viene messo in luce come nel corso del tempo si sia voluto vedere in Marcel Duchamp dapprima un ispiratore delle poetiche concettuali per poi apparentarlo alle poetiche dell’oggetto. L’enfasi che è stata riservata da tanti studiosi sul “valore del ready-made come opera fisica o mentale” ha finito col circoscrivere la portata della produzione artistica duchampiana. Anche nel caso dei ready-made, sottolinea Senaldi, questi sono stati spesso diffusi dall’artista attraverso mezzi mediali, “al punto tale che si può sostenere che, più che con oggetti (concettualizzati), o con concetti (materializzati), Duchamp abbia lavorato principalmente con immagini". Si tratta però di immagini particolari che anziché “rappresentare qualcosa di altro rispetto a se stesse”, si limitano a “replicare, seguire, orlare, duplicare gli oggetti fisici e spesso assumono, invece che la forma di un simbolo o una raffigurazione, quella di un’ombra o di un calco, di una fotografia o di un fotogramma”. A  proposito delle immagini artistiche, riprendendo riflessioni di Gilles Deleuze ed Henri Bergson, Senaldi segnala come le “opere” siano “ideo-motrici”, cioè in grado di produrre una reazione nello spettatore.
Diverse “opere” duchampiane “non si incarnano né nella materialità di un oggetto nel senso ordinario della parola (oggetti già esistenti, sculture, ecc.), né si intrattengono in una regione puramente concettuale e smaterializzata (parole, numeri, progetti, ecc.). Questo genere include le interazioni mediali di Duchamp e, in particolare, il suo rapporto con il cinema [...] e le sue apparizioni televisive, durante un arco temporale che va dagli anni ’40 agli anni ’60”. Tale ambito della produzione duchampiana, sostiene lo studioso, è stato sino ad ora decisamente sottovalutato, probabilmente a causa della sovrastima del lato “oggettuale” o “concettuale” del ready-made.
Obiettivo del volume è dunque quello “di rivedere completamente il percorso duchampiano nella sua parabola completa e quindi di evidenziare l’aspetto sia dinamico-cinematico che mediatico del suo lavoro. In effetti, si deve cominciare col dire che tutta l’opera di Duchamp è, in una certa misura, legata alla nozione di immagine dinamogena e, da questo punto di vista, è analizzabile in questi termini, a partire dai dipinti post-cubisti (che si riferiscono alla cronofotografia e alle illusioni ottiche), per passare all’uso di materiali trasparenti come il vetro (che implica il movimento dello spettatore al di qua e al di là del quadro), quindi con l’ottica di precisione (sculture cinetiche motorizzate, che creano effetti ottici), per finire con una serie di film, alcuni rimasti allo stato di progetto, altri realizzati, fino a Dadascope (1961) e alle interviste per la televisione durante gli ultimi anni della sua carriera”.
Senaldi ricolloca la ricerca artistica duchampiana “nel contesto della ricerca psicofisiologica sulla percezione del movimento” al fine di “mettere in luce tutte le fonti che Duchamp potrebbe aver consultato, direttamente o indirettamente, nei campi correlati della fisiologia e dell’estetica cosiddetta scientifica o sperimentale (connessa alla psicofisiologia) tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo”. E tra le fonti teoriche da cui ha probabilmente attinto il francese, lo studioso segnala le ricerche di Maurice Griveau e di Hugo Münsterberg.
Non mancano studi sul rapporto tra arte d’avanguardia e psicofisiologia del XIX secolo, ma “il rapporto tra fisiologia, psicologia sperimentale, estetica scientifica, da un lato, e l’arte di Duchamp [...] poggia su basi completamente diverse: Duchamp non usa le scoperte della psicologia della percezione per produrre dipinti con tecniche tratte dalla psicofisiologia, ma ancorati al valore della rappresentazione tradizionale; egli usa i dispositivi o le pratiche di laboratorio direttamente come un’opera d’arte e, di conseguenza, trasforma la nozione di opera d’arte da oggetto contemplativo immobile a test dinamico e ideo-motorio. Questo gesto radicale sovverte anche il senso generale dell’Arte, trasformandola da un’attività individualista dedita alla ricerca della bella forma, a un esperimento psicologico intersoggettivo il cui scopo è la liberazione da ogni stereotipo visuale, e anche esistenziale”.
Nel corso della trattazione, dopo essersi soffermato sull’immagine in movimento nell’arte duchampiana rileggendo in senso dinamogeno alcune sue proposte come Ruota di bicicletta (1913), Senaldi riflettere sulla questione della ideomotricità delle immagini nelle sue opere motorizzate (le sculture rotative), per poi affrontare il rapporto dell’artista con diverse opere filmiche, più o meno portate a compimento. Secondo lo studioso è però “soprattutto l’incontro con il linguaggio televisivo che ha permesso a Duchamp di portare a termine i suoi progetti di cinema artistico rimasti incompiuti. Usando il dispositivo televisivo (solo apparentemente neutro), Duchamp non solo riesce a offrire una documentazione retrospettiva di tutta la sua opera, ma persegue la reale possibilità di una fusione mediale del piano estetico con il livello esistenziale”.
L’estetica di Duchamp è pertanto, sostiene l’autore del volume, la prima vera estetica radicalmente intersoggettiva e inter-esistenziale capace di trasformare “l’opera  da semplice pezzo d’arte nell’immensa scacchiera dell’esistenza su cui noi, giocatori inconsapevoli, costruiamo e distruggiamo interminabili partite con noi stessi. Questo spinge a rileggere il progetto duchampiano di fusione di arte e vita come parte di un’esistenza riflessiva e mediatizzata, e a riconsiderare la questione dell’arte contemporanea in toto come impresa diffusa di psicotecnica sociale”.





Marco Senaldi
Duchamp. La scienza dell’arte
Meltemi, Milano, 2019
pp. 630

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