“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Mercoledì, 30 Novembre 2016 00:00

Alberto Giacometti. Lo spazio e la forza

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Nel corso del 2016 è stato dato alle stampe in lingua francese un interessante saggio dello studioso svizzero Jean Soldini intitolato Alberto Giacometti. L’espace et la force (Éditions Kimé, 2016) a cui ha fatto seguito l'edizione italiana dal titolo Alberto Giacometti. Lo spazio e la forza (Mimesis edizioni 2016).

Soldini, che già in passato si è occupato più volte dell'artista svizzero – Alberto Giacometti. Le colossal, la mère, le “sacré”, (Éditions L'Âge d'Homme, 1993) ed  Alberto Giacometti. La somiglianza introvabile, pref. di R. Schérer, (Jaca Book, 1998) – in questo suo nuovo saggio si occupa soprattutto del rapporto di Giacometti con lo spazio a partire da un disegno di un disco forato al centro e suddiviso in varie sezioni databile attorno al 1930 in cui l'artista svizzero pone le basi per una riflessione che tornerà in maniera più esplicita in diverse occasioni nel corso dei decenni successivi.
Dopo aver attraversato esperienze post-cubiste e surrealiste, Giacometti giunge ad intendere come coincidenti spazio e tempo. L'artista individua una carica energetica nelle cose che lo circondano e ritiene che il suo ruolo sia quello di contribuire al generarsi di un campo di forze nell'interazione col modello; le stesse note figure filiformi appaiono come il tentativo di restituire quel campo di forze  comprendente l’apparire della potenza di una presenza che l'artista deve saper attendere ed individuare quando questa si manifesta. Lo spazio come campo finisce col coincidere con l’eterno ritorno delle forze generate dall’interazione tra cose e l'arte di Giacometti esplicita tale coincidenza di tempo e di spazio.
“Giacometti eredita lo spazio come campo dai champs magnétiques di Breton e Soupault con, vorremmo suggerire, la mediazione di Giotto. Champs magnétiques almeno per la tensione fra due poli: abbandono e attenzione in una profondità pre-quantitativa che, come per Merleau-Ponty, non viene dalle cose già determinate che trovano il proprio luogo nello spazio oggettivato. Per questo la profondità primordiale è apertura della percezione a un fantasma di cose, il medium senza cose (senza cose predeterminate), di cui parla nella Phénoménologie de la perception. Per questo possiamo vederla confondersi con l’essere stesso del corpo. I corpi sono spazio confondendosi con il campo, appartenendo al campo che nasce dal loro interagire [...] Quando Giacometti dice che non sa più che cosa vede, che non riconosce più Diego ne coglie pure la 'sostanza' che scombussola ogni aprioristica possibilità di misurazione. Negli anni Venti una sorta d’insieme illimitato di punti, un extensum caotico portava lo scompiglio nelle cose. In questo momento sono le cose che portano scompiglio in uno spazio astratto, mentale e sono esse che con la loro carica di visione e visibilità producono spazio reale. Ecco perché l’artista dipinge delle cornici attorno alle figure dei suoi quadri; dice d’individuare lo spazio della figura solo dopo averla dipinta [...]. Per Giacometti i corpi sono nello spazio poiché lo spazio è il loro modo di realizzazione, in quanto sono spazio, intrecci mobili di visione-visibilità confondendosi con lo spazio come campo che nasce dal loro interagire, campo che è interazione, che è connaturalité” (pp.71-72).
A proposito dell'affermazione di Giacometti, negli ultimi anni di attività, in cui afferma di essere alla ricerca della “somiglianza assoluta” e non dell'apparenza, Soldini sostiene che l'artista non intenda con ciò affermare di “inseguire un’essenza al di là dell’apparenza considerata in quanto superficie” quanto piuttosto di cercare “la somiglianza assoluta con quell’apparire che è la trama dell’esistente esperito, della pratica dell’esistente come carica di visione e di visibilità. Cercherà la somiglianza assoluta con lo spazio che l’“oggetto” genera con l’osservatore (il “soggetto”) in una reciproca influenza palesantesi come movimento contraddistinto da punte di singolarizzazione individuante. È in relazione a questo che possiamo comprendere le parole di Giacometti sull’arte e la verità: 'Sì, l’arte m’interessa molto, ma la verità m’interessa infinitamente di più... Più lavoro, più vedo diversamente, vale a dire tutto cresce giorno per giorno; in fondo, diventa sempre più sconosciuto, sempre più bello'. Gli interessa la verità che è 'il risultato di una violenza nel pensiero' in relazione alla violenza del campo” (pp. 94).
“Giacometti cerca la somiglianza assoluta che richiede, però, la massima invenzione: 'la più grande invenzione coincide con la più grande somiglianza', enunciato che possiamo intrecciare a quello di Merleau-Ponty secondo il quale l’essere, per farne l’esperienza, è ciò che esige da noi creazione. Ci vuole invenzione perché vi sia somiglianza col manifestarsi di una reciprocità 'soggetto' 'oggetto' come movimento coi suoi picchi di singolarizzazione individuante. Somiglianza con un 'movimento continuo dall’interno, dall’esterno', col rifarsi senza sosta di qualcosa la cui opacità è in qualche modo costituita di trasparenza” (p. 95).

 

 

 

 

Jean Soldini
Alberto Giacometti. Lo spazio e la forza

Mimesis, Milano – Udine, 2016
pp. 130

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