“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Lunedì, 16 Febbraio 2015 00:00

Un viaggio nel mondo di Lucio DDT Art

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Il viaggio nell’arte è una misteriosa consuetudine dell’animo umano, spinto dalle insopportabili pulsioni di idee, pensieri, desideri e parole inespresse. Insopportabili non per esigenza di negare tali “portali” sull’inconscio sopito che ognuno porta dentro di sé, ma perché esplosione movimentata di crepuscoli semi-indipendenti che, pur legati dalla coscienza ospite, tendono ad evadere, disegnando strani nuovi corridoi creativi che, sia per l’artista, sia per il pubblico, conducono l’irreale a disegnarsi, scolpirsi, descriversi, scoprirsi.
Nuovi mondi in modi nuovi, o nuovi modi del vecchio mondo.

Le pagine del “reale”, fatto di trascendenza e trasumanazione.
L’artista in questo caso ci trasporta in un altro evo immaginifico di tinte, odori, e rumori... tutti fatti di silenzio.
Le uniche voci che emergono, come echi distanti – eppur minacciosi – sono le nostre, col sapore di petrolio e plastiche incandescenti e fuse, ora fredde, eppur liquide di disperazione e di ieratico ammonimento.
Eppure ogni parola sembra nuova, pur essendo rapita (come le materie prime delle opere del resto) dalla quotidianità reietta del consumismo e del menefreghismo sociale, tramutato dall’uomo moderno in una sorta di giuramento di auto-impotenza verso la propria discarica dell’anima.
Parole come sculture crude, degne dell’altro evo di Lucio Ddt ART, che muove questi paggi e cavalieri erranti ricoperti di vecchi phon e tubi di plastica, pronti a rimpiangere – non a cercare – il Santo Graal, che come spesso accade nelle opere tragiche, avevano tra le mani pur riconoscendolo solo nello sfacelo impietoso della loro cupidigia.
Proprio in questo contesto, l’opera di Lucio appare spietata fortezza dai mille cunicoli, dove nebbie dell’inconsapevolezza fanno spazio ad un imminente e catartico desiderio di restaurazione del nostro spazio vitale.
Ed è sempre l’artista, investito di una temporanea, elementare e primordiale chiaroveggenza, ad abbandonare l’uomo, l’arte, lo scultore, il “mago alchemico”, imbrigliando i figli bastardi della tavola periodica, altare dell’eutanasia auto-indotta, impastandoli nel calderone di una umanità fallace, in procinto di superare il punto di non ritorno.
Come un faro semi-oscurato per accentuarne le ombre, sono le stesse sculture di Lucio che, estensioni della sua mistica, cercano di raccontare la favola, districando il dramma.
Un pellegrinaggio dell’uomo che cerca se stesso prima ancora di essersi perduto.
L’auriga di questo cosmo distorto, anzi, il Caronte, non dirige i defunti, bensì rivestito di una sorta di tuta da “sommozzatore”, si immerge letteralmente nel nostro rifiuto di esistere, raccogliendo i “morti” rimanendo in una apnea perenne tra i flutti distratti di una sopravvivenza radioattiva, un tempo appannaggio di sorella morte, ora destino per il “Big Brother”.
Unico superstite di un mondo nuovo, retrocesso di secoli d’evoluzione.
Le fiabe che ricorda sono distanti e distorte, le metafore dell’infanzia e della morale ancora sfumano, lasciando escoriazioni simil-vulcaniche sugli antichi araldi della morale.
Viaggiando ancora incolume nella terra del cuore, raccoglie vecchi ricordi con quel suo “polifemico” occhio.
Una sorta di Pompei post-futuristica dove a rimpiangere dita infantili da marionetta sono dei vecchi giocattoli-gargoyle neri, bianchi, differenze che lo farebbero sorridere se avesse ancora una bocca libera dalla libertà stessa, quella di non giudicare la forma dall’essenza.
Tra i vari  toys spunta un pinocchio, metafora grottesca dell’ultima burla, l’ultima sconsiderata follia, che una volta e per l’ultima, non farà più ridere nessuno.
Anzi, sceso dalla vita stessa, stringe a sé i resti forse di un bimbo, o di un bambolotto feticcio, simbolo ed anatema di un’ignavia che per lui è ormai tristemente annichilita alle spalle, disciolta in viso come le plastiche informi del piccolo “infante/bagaglio”.
L’aria è torbida attraverso il monocolo del casco di questo abitatore di Stige, oppure è la sua vista ad essere stata tradita. Come la sua promessa di solitudine.
Dopotutto ognuno ha una storia da raccontare, almeno a se stesso.
Le immagini vagano furibonde e lascive come volute di fumo da una pila di cadaveri radioattivi, le ossa fuse alle travi dei palazzi e le mani intrecciate fra di loro in una catena di montaggio.
Come li ha voluti la fabbrica del mondo.
“Ma sì…” – penserebbe il Big Brother – “quella fabbrica di scarti tutti uguali, dove le scartoffie e le persone odorano di antracite e cellulosa ingiallita, troppo ruvide per poter raccogliere inchiostro da un’ idea, parole da un pensiero”.
Mentre raccoglie gli ultimi stracci di pensieri, magari, sono altre le filosofie folli che rivestite di tremenda e cruda verità si posano – dondolando nell’aria con un tetro vento di morte, beffardo e derisorio – gli ultimi manifesti della sua stirpe dannata.
Pagine distaccate di vecchi giornali, raccontano di uomini e radiazioni, sigle incomprensibili degli ultimi uomini bomba.
Gli ultimi grandi messia, profeti e mercanti di morte.
Lo immagino piangere evaporando le ultime emozioni, mentre con un doloroso impatto dell’anima strappa un dito carbonizzato da un vecchio militare deceduto, la mano ancora stretta alla pistola, per ridare una forma a quei pochi ricordi che ancora stanno decomponendosi nella sua coscienza.
Lo vedo, nel mio viaggio astrale (diretto magistralmente da Lucio che, in una sorta di maestria illusoria, trattiene questa strana trance), mentre raccoglie quelle pagine di vecchie riviste e con quel dito di guerra ridà vista e colore alla moglie e al loro bambino.
Ma ormai è troppo tardi e le fagocitanti pazzie dell’atomo hanno reso inaccessibili persino le eresie del cuore.
La mente trema, la mano si ferma, l’orrore avanza, l’ultima lacrima sfuma solitaria e le due figure, madre e figlio/a (?) hanno i volti neri dei caschi.

Nessun sorriso,
nessun rimpianto,
nessuna gioia,
nessuna nostalgia.
Nessun ricordo.
Solo quella che alcuni invocavano nelle notti oscure di depressione, prima della caduta imminente, come il nuovo grande “Dio”.
Solo la Grande Solitudine.
Presto i passi saranno milioni come i cadaveri e, attraverso le ere del nostro viverci ignoti,
attraversiamo il passato che, già futuro, è alla ricerca di un presente in cui divenire.

 

 

 

 

Excite – Collettiva di Roberto G. Ferrante, Lucio DDT Art, Davide Stasino
allestimento Anna Giannotti
Unusual Art Gallery
Caserta, dal 13 novembre all'8 dicembre 2014

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