“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Lunedì, 13 Gennaio 2014 00:00

Recitare. Che altro si può fare?

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Mettere in scena Quartett di Müller presuppone la piena conoscenza ed il rispetto profondo per la particolare forma-teatro cui pensa l’autore. Müller, infatti, nel realizzare fabule non lineari, complicate d’intreccio, saltellanti nel tempo e nello spazio, schizofreniche nella forma, articolate e complesse nell’evocazione e nella gestione dei ruoli, desidera che la trama – la vicenda, la storia, l’insieme delle battute – sia altro dalla scena: che l’una venga portata su palco e detta, senza che sia forzatamente interpretata dal regista o dagli attori, mentre l’altra – la scena: con le sue luci, le sue quinte, il suo spazio teatrale – viva di vita propria, parallela, autonoma, contemporanea.

Lunedì, 13 Gennaio 2014 00:00

La vita sospesa o la morte ferma

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Nessuno vuole morire. È l’unico evento certo di tutta la vita, eppure non pensiamo mai veramente che ci possa riguardare. Eludiamo il pensiero, procrastiniamo l’idea, la vediamo come un evento estraneo alla vita pur sapendo che è la morte che dà senso ad essa. Dimentichiamo, più o meno consapevolmente, che la morte è un evento perfettamente naturale. Anche non volendole dare una pregnanza religiosa, la morte è la chiusura necessaria di un ciclo. Cosa accadrebbe, dunque, se la morte che tanto temiamo un giorno non ci fosse più? Da questo provocatorio interrogativo il Nobel portoghese Josè Saramago fa nascere il romanzo Le intermittenze della morte da cui la compagnia LaERTe ha tratto la pièce Piuttosto la morte che una tal sorte in scena al Nuovo Teatro Sanità per la rassegna Piccola residenza per compagnie under 35.

Lunedì, 13 Gennaio 2014 00:00

Dove abitano i ricordi?

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Dove abitano i ricordi? In quali stanze sopravvivono le memorie? In quali meandri tortuosi si snodano i vissuti? In angoli, cassetti, sgabuzzini, spazi riposti e reconditi della mente, giacciono e sedimentano ad un livello più o meno conscio, patrimoni esistenziali che compongono il corredo genetico di ciò che siamo, sintagmi del nostro divenire, mappature dei nostri precordi.

Mercoledì, 08 Gennaio 2014 00:00

Una tragedia senza catarsi

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Nell’ironia di Loguercio non c’è nessuna paternale sprezzante, niente di allegro, neppure un cenno di condivisione. La sua esibizione si presenta quasi come una competizione sportiva, un allenamento con gli attrezzi. Sorridere di una tradizione, che è quella della romantica lirica napoletana, vorrebbe significare stabilire una connessione tra la propria esistenza e il mondo, vedere per un attimo il mondo dal di fuori, per osservarlo.

Martedì, 07 Gennaio 2014 00:00

Solitudini in un interno

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Due solitudini indotte alla reciproca e coatta compagnia; due solitudini di donna, differenti per ceto ed estrazione, accomunate da un legame di parentela acquisito – sono consuocere – abitano uno stesso interno portato in ribalta; lo abitano per volontà congiunta, che s’intuisce venata d’egoismo dei rispettivi figlioli, convolati a nozze e determinati a lasciare che le rispettive attempate genitrici si facciano “buona compagnia”, incuranti delle evidenti incompatibilità che sussistono fra le due, Cibele e Serena.

È nella bella cornice napoletana del convento di San Domenico Maggiore (dove il domenicano Bruno si formò), tra le copie messe a disposizione nella cosiddetta Mostra Impossibile dei capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio (digitalizzate sì, ma fedeli per dimensioni e tratti a quelle originali), che l’Associazione Culturale NarteA ripropone la storia dei “no” di Giordano Bruno. Quei “no” che − anche se rischiosi − van detti, per difendere la dignità di quell'atto eccezionale che si chiama pensare, o meglio ancora, pensare indipendentemente dalle opinioni comuni, le quali potremmo il più delle volte ricondurre ad una precisa e sottile logica di condizionamento mentale: uno dei tanti nomi più o meno sofisticati con cui si può chiamare la schiavitù.

Sabato, 04 Gennaio 2014 00:00

Ma quale pirandellismo!

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(pirandello)
“Non è un mistero per nessuno che pressoché tutta la scena di prosa, non diciamo italiana ma europea e americana, da trent’anni vive più o meno all’insegna di Pirandello. Che meraviglia c’è se anche Eduardo, approdando dalla tecnica all’arte, si è ritrovato nella stessa schiera?” (Silvio D’Amico).
Quanto Pirandello in Natale in casa Cupiello, in Questi fantasmi, ne La grande magia. E quanto Pirandello ne Le voci di dentro.

Sabato, 04 Gennaio 2014 00:00

Cielo e Terra

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Il sipario si apre su un sipario dipinto. Entra la Madonna in processione, su un trono d’argento guarnito di foglie di palma. “Dio ti salvi bella signora”. L’incontro con una zingara predice il futuro, la nascita del bambino e le prove che dovranno superare per la salvezza dell’umanità. Parole antiche, dal suono semplice, rime baciate, pose statiche. Una lingua antica e fiorita.

Martedì, 31 Dicembre 2013 00:00

Provando a fraintendere

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Talvolta la critica deve provare a fraintendere,
ricercando le ragioni possibili, celate, nascoste,
addirittura involontarie.
                                      (Giovanni Raboni)
                      

 

Dalla cartella stampa: "Raccontare uno smarrimento generazionale, una perdita di orizzonti, la ricerca di una terra promessa, attraverso una leggerezza e uno humour che nascondono altro: gli alieni potrebbero essere i macrosistemi economici che ci opprimono o gli impoverimenti culturali che stanno devastando il presente e il futuro della nostra generazione. O potremmo essere noi stessi".
Talvolta si può provare a fraintendere uno spettacolo: spinti da ciò che si è appena visto, si può provare a interpretarlo in maniera diversa, illudendosi, forse errando ma cercando comunque il valore o il senso (ulteriore) di certi segni, di alcuni particolari.
Proviamo, quindi, a fraintendere lo spettacolo dimenticandone la presentazione appena riportata. Partendo da tre citazioni.

Lunedì, 30 Dicembre 2013 00:00

A Scrooge!

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Luci natalizie pendono dal soffitto. Anche due bambolotti pendono dal soffitto, come impiccati. Al centro della scena un grosso bancone, o forse un letto a baldacchino. Scopriremo poi che si tratta di un geniale elemento scenico polifunzionale: una cassa di legno provvista di botole e colonnine laterali che funge da catafalco, banco di lavoro, letto. A sinistra si vede una sorta di albero di Natale minimale, fatti di lucine blu. Speculare, sul lato destro della scena, un altro alberello, altrettanto minimale, fatto di lucine bianche. Una serie di sedie sul fondo completano la scena, prima che l’azione cominci.

Lunedì, 30 Dicembre 2013 00:00

Quaesivi et (non) inveni

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Fredda la luce che trattiene il corpo, come ad ingabbiarlo, come a chiedergli conto di una verità che fa male. Fredda se intorno, tacendo, tutto è buio. Fredda se la verità è il sasso di una piena risposta urlante lanciata in uno stagno di vuote domande silenziose. Eppure il chiassoso mondo strilla, infinite le sonore voci sparse in un caotico spazio deviante. Si devia. Per non vedere. Per non chiedere. Per non sentire. Per non rispondere.

Domenica, 29 Dicembre 2013 00:00

Dickens, il racconto e il teatro

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A quarantacinque anni Dickens s’intristì all’improvviso. Le giornate gli parvero torve, con nubi leggermente più scure del solito, mentre le strade gli sembrarono infrequentabili. Le ore non trascorrevano più allegramente, nessuna letizia apparteneva al suo sguardo e le pagine bianche che aveva sullo scrittoio cominciarono a restare bianche. Non un racconto, non un romanzo.

Martedì, 24 Dicembre 2013 00:00

Rouge ou noir! Rien ne va plus!

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Sul palco del Teatro Nuovo vi sono pochi elementi scenografici essenziali a definire una cucina malmessa di una casa, una volta signorile, di un professore di matematica dell’Università. Un tavolo al centro con la sua tovaglia di ordinanza a quadretti bianchi e blu, una poltrona rivestita di rosso sulla destra, unico tocco di colore e di vitalità. Poi un giradischi quasi vicino alla parete in fondo, a sinistra un cucinino sbrecciato, pieno di ammaccature. La parete in fondo delimita questo locale dal resto della casa, dalla vita “altra”. In questa stanza che trasuda vecchiume e sciatteria si incontrano quattro uomini di mezza età, ognuno a suo modo fallito e sconfitto dagli scarti imprevedibili della vita. Quella cucina è il luogo dove si ritrovano per giocare a carte. Sono Jucatùre napoletani, “indefiniti” per definizione, per la scelta del regista Enrico Ianniello che, traducendo il testo del catalano Pau Mirò, ha volutamente ambientato la storia in una situazione atemporale, ageografica, in pratica anteponendo un alfa privativo ad ogni cosa, per descrivere la vita di questi quattro giocatori ironici ormai privati di tutto.

Lunedì, 23 Dicembre 2013 00:00

Dalla Russia con furore

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Ogni volta che si ha la gioia di ascoltare Lo Schiaccianoci, sin dall'allegro Ouverture, si ha come l'impressione di essere circondati da una leggera brezza di primo inverno, carica di candidi e soffici fiocchi di neve, immagine che inspiegabilmente riscalda la pelle e il cuore.
Violini vivaci, vispi e irrequieti, raggiungono apici purissimi, slittano vorticosamente verso le basse note dei flauti con entusiasmo ed incontenibile attesa; la stessa attesa di una fiaba che inizia, di un sipario che si apre, di un Natale ormai alle porte.

Domenica, 22 Dicembre 2013 00:00

Cornuto e mazziato

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Una casetta di plastica da bambini. Un rettangolo di prato sintetico. Una siepe e una staccionata di plastica. Tutto è pronto per la messinscena del perbenismo, dell’ipocrisia e della vanità. Giorgio Dandini entra in scena cantando in playback sulle note di Celentano. Camicia a fiori sgargianti, sotto la quale si intravede l’italica canotta bianca, baffi a spiovente, l’aria solida e tronfia dell’uomo che ha acquistato col denaro la rispettabilità sociale.

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