“È stupefacente che non ci ritroviamo la mattina, tutti, tutti noi napoletani, in un meraviglioso Eden di cartapesta, come ce l'hanno rappresentato”. 

Giuseppe Patroni Griffi

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Lunedì, 02 Dicembre 2013 01:00

Homo homini lupus

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Dimensione domestica quella del teatro Palcoscenico. La sala è gremita. Gente di tutte le età e di tutti i tipi. Ci sono anche dei bambini. All’apertura, manuale, della tenda del sipario appare un quadro, che farà da sfondo e riferimento topografico di tutta la narrazione. È in bianco e nero. C’è una luna piena e un mare in tempesta, che ricorda, chissà se consapevolmente, la grande onda di Hokusai. Buio. Resta in scena il bianco della spuma delle onde. Luce. Tre donne vestite di rosso e nero in pose plastiche di disperazione. S’odono rumori confusi, come di vento e tempesta.

Domenica, 01 Dicembre 2013 01:00

Tante parole dal sapore di poco

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Formule matematiche complicate affastellate su una lavagna che sormonta la scena e una radio che gracchia cercando (e trovando) la frequenza sono i primi segnali che si offrono alla decodifica. Ai quattro angoli della scena, quattro donne incorniciano il perimetro d’una camera d’albergo spandendo in terra rossi petali di rosa; emerge dalla penombra, di spalle, l’uomo che sarà epicentro nevralgico di Some Girl(s), commediola incentrata sul tema delle dinamiche sentimentali.

Domenica, 01 Dicembre 2013 01:00

Amleto, il tuo vero nome è Ofelia

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Le esequie di Ofelia avvengono quando manca un’ora alla fine dell’opera. Quinto atto, scena prima. Un rito, “monco”, si trascina in ribalta. Dobbiamo immaginare la grande pedana a semicerchio, le lampade fioche, il silenzio battuto dai passi lenti e tre attori (Re, Regina, Laerte) che portano in dote un cadavere. Di un quarto (Amleto) intuiremo la presenza: la punta dei capelli, forse gli occhi, il capo intero magari: egli s’affaccia, spiando la recita e aspettando il momento in cui toccherà prendervi parte. Un quinto interprete (il prete), fisso dritto a sinistra, attende di dire la sua battuta: “Le esequie sono state celebrate nei limiti consentiti”. Dobbiamo immaginare il pubblico, a ridosso del palco del Globe, afferrato alla gola dalla commozione, fisso nello sguardo, immobili i muscoli, ferma ogni espressione mentre segue gli eventi: gli uomini trattengono il fiato e disperano di non essere donne per potersi dare liberamente alle lacrime; le donne s’indignano come s’indignano di solito gli uomini e, zitte, tormentano le labbra e stringono i pugni, desiderando la vendetta.

Sabato, 30 Novembre 2013 01:00

Tous les gens sont des artistes

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Raggiungere il teatro sembrava un’impresa non facile ma è come se una famosa canzone di Eduardo Bennato ci avesse indicato la strada per arrivare a destinazione: “seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te”.
Il percorso ci ha condotto in un isola che c’è, esiste proprio nei pressi del quartiere Scampia: quest’isola è il Teatro Area Nord, dove Antonello Tudisco ha presentato il suo nuovo lavoro coreografico Nefes\respiro.

Giovedì, 28 Novembre 2013 01:00

L'incanto del bosco

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Risuona poetica la parola. Tangibile ed eterea ad un tempo, trovando asilo e ricetto in un tòpos poetico quale il bosco, la parola – e l’ossimoro, che la parola alla parola accosta per antinomia – s’evoca diafana. Sullo sfondo d’un buio fitto che pian piano si dissipa, un letto di foglie ai piedi di quattro alberi s’incornicia a radura; scorre un tempo scandito dai ritmi della natura: il cinguettio degli uccelli segnala ch’è giorno, il frinire dei grilli che la sera è calata.

Giovedì, 28 Novembre 2013 01:00

Calcio, canzoni e Zamberletti

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Trentatré anni fa. Una vita. Il terremoto segnerà per sempre un momento di rottura, sarà la cesura tra il prima e il dopo nelle narrazioni delle storie personali e delle comunità che lo hanno vissuto, per chissà quanto tempo ancora. Come commemorare un evento di tale portata? Come tradurre la forza terribile dell’evento, i cambiamenti che ne sono scaturiti sul piano letterario e teatrale?

“Una donna irosa è come una fontana intorbidita fangosa, brutta a vedersi, opaca, priva di bellezza, e finché è così, nessuno, per quanto a gola secca o assetato, si degna di sorbirne o toccarne una goccia”.
Con queste parole William Shakespeare descrive uno dei suoi personaggi più rappresentati a cinema e teatro, emblema della volubilità dell’animo femminile: Caterina Minola, in arte “La bisbetica domata”, portata in scena sul palco di Galleria Toledo di Napoli da Laura Angiulli.

Mercoledì, 27 Novembre 2013 01:00

Piccoli Beckett, ma con speranza

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Brevi gags di coppia; piccoli giochetti clowneschi; interrelazioni minime fatte di frasi che si ripetono, di gesti che si ripetono, di silenzi che si ripetono alternandosi a micromonologhi, inserti leggermente più prolungati, nei quali l’uno o l’altro personaggio svolge il ruolo di primo, con la spalla al suo fianco. Ma anche: una condizione di stasi vischiosa, un immobilismo di partenza da cui sembra impossibile evadere, una casa-non-casa (un tappeto a scacchi, un fiore di stoffa, una lampada da pavimento, due sedie, un tappetino) che è simile tanto ai luoghi-non-luoghi del teatro dell’assurdo: lì dove sorgono pareti immaginarie, dove gli spazi sono segregati per quanto non se ne veda la fine, dove non c’è apertura possibile, possibile fuga all’esterno. E in più: una metateatralità continua, costante, ben definita per accenni, ammicchi, sguardi diretti col pubblico (“È un poeta”), per scoperta illuminata di questo stesso pubblico (“C’è un sacco di gente”) o per scambi dialogici che alludono alla presenza su scena ed alle parti da recitare in commedia (“Ma, quanto meno, vai a tempo”; “E poi devi migliorare”; “Sì, ma calmati! Parole misurate, devi fare delle pause, altrimenti non mi arrivano le parole”).

Martedì, 26 Novembre 2013 01:00

A tempo di musica

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Una luce fosca e polverosa è la cifra cromatica della tragedia di Seneca messa in scena da Pierpaolo Sepe. Solo il sangue dell’infanticidio finale getterà una nota di colore in questo lucore buio, in questo buio squarciato di sciabolate di luce, in questa penombra eterna che è, a dispetto del disco solare (qui recante il simbolo del dollaro), nume tutelare della barbara principessa, al centro della scena, chiuso da una recinzione.
Pasolini ha scritto che “Medea è il confronto dell’universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico”. Medea il mito di confine. Medea e la Colchide sono il personaggio/luogo mitico in cui Oriente e Occidente si incontrano, vengono in contatto.

Martedì, 26 Novembre 2013 01:00

Questa non è l'America

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A Napoli i disastri si possono raccontare in molti modi, dall’asciuttezza della denuncia all’ironia del surreale di cui questa città è tanto prodiga quanto nell’elargire le disgrazie. Il testo di Antonio Menna Se Steve Jobs fosse nato a Napoli, trasformato in testo teatrale dai registi Mauro Di Rosa e Pasquale Ioffredo, racconta per assurdo la stessa storia di quella del mago della Apple, ma tutta partenopea, di due giovani intraprendenti dei Quartieri Spagnoli, Stefano Lavori e Stefano Vozzini, che hanno un’idea geniale: produrre un computer veloce ed esteticamente bello. Un’idea vincente.

Domenica, 24 Novembre 2013 01:00

Gli specchi del sociale

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Piove ed un uomo arriva frettoloso su un letto pieno di foglie autunnali. È uno straniero, si trova in Francia e vive isolato per l’incomprensione della lingua e per le sue abitudini di vita diverse, da straniero appunto. Carlo Verre, attore che interpreta il monologo di Bernard-Marie Koltès La notte poco prima della foresta, vive in una condizione di limite e sembra davvero essere relegato ai margini del sociale, ai margini dell’umano ed ai limiti del mondo, in una foresta di foglie marroncine.

Domenica, 24 Novembre 2013 01:00

Ricorda con rabbia, ma senza esagerare

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Look Back in Anger, è titolo originale della commedia del drammaturgo e Premio Oscar britannico John Osborne, e dopo quasi sessant'anni dalla sua prima rappresentazione, il testo del portavoce dei 'giovani arrabbiati' (The angry young men) rispecchia ancora e con un'inquietante contemporaneità, sentimenti, disagio e rabbia dei giovani nei confronti di una società disumana lanciata nella corsa sfrenata al successo e divorata da una perenne sensazione di fame bulimica e insaziabile. Ricorda con rabbia è un potente urlo Ginsberghiano rivolto alla religione dell'economia, del progresso e dello sviluppo non più sostenibile; è una messa in scena che oggi più che mai ha un debito preciso con la realtà, la nostra. D'altra parte la finzione letteraria ben riuscita è sempre senza tempo.

Sabato, 23 Novembre 2013 01:00

Tante parole, senza carattere

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Il palco è un imbuto simbolico, una sorta di cavea o di grotta post-moderna che tende a veicolare attenzione ed ascolto verso il centro. Quinte nere sigillano ogni lato, ogni pertugio, ogni fuga d’aria possibile costruendo una cappa totale, da cui nessuna distrazione è consentita, da cui non è consentito nessun sollievo momentaneo. Nel mezzo il divano rosso, unico vero arredo di scena, mentre tra quinta e quinta brillano intense intercapedini a neon. A vista sembra operazione interessante: sigillare tutto lo spazio consentito, attraendo ogni sguardo della platea perché venga sospinto e convogliato esattamente nel punto – il divano – dal quale verranno le parole.

Giovedì, 21 Novembre 2013 09:34

L'occhio della madre

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Come può un testo scritto nel 1930 – rappresentato l’anno dopo – risultare sorprendentemente attuale ancora al giorno d’oggi, beninteso non nella narrazione di atteggiamenti e valori imprescindibilmente umani, non nella descrizione di eterne dinamiche sentimentali valide in ogni tempo e ad ogni latitudine, ma nella disamina dei meccanismi economici e delle pratiche (basse) che sono alla base delle strategie di arricchimento di una classe e di sfruttamento dell’altra?

Giovedì, 21 Novembre 2013 01:00

La "Messa" in scena

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La scenografia metateatrale si rivela subito a sipario alzato. È divisa orizzontalmente in due parti: la scena inferiore è il camerino del protagonista composto da una chaise longue sulla sinistra, una toletta al centro per il trucco, un bagno sulla destra. La parete trasparente in fondo mostra il corridoio su cui si affacciano gli altri camerini degli attori. La parte superiore soppalcata mostra l’interno del teatro ove a breve verrà rappresentato l’ennesimo Re Lear di Shakespeare; si vedono anche le poltrone in platea sullo sfondo ed un velo che divide il palco dalle quinte.

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