“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Eliana Vitiello

La Venere degli stracci

Una rappresentazione a forma di cerchio: in una composizione circolare e in uno spazio che appare isolato dal tempo, lo spettacolo si apre con il buio totale, buio in cui poi ci si ritroverà nuovamente al termine. Ci troviamo in una dimensione onirica?
Luigino Impagliazzo viene colto dalla passione per Fortuna Licenziati, che sconvolge la sua routine da impiegato insinuandosi prepotentemente nelle sue fantasie. Lei è una bella ragazza formosa e attraente: diventa subito un’ossessiva immagine nella sua mente tanto da non abbandonarlo mai. C’è però un terzo che si frappone tra loro: Albino di cui la donna è l’amante.

Fieri d'amare

Una finestra sul tema dell’identità e dei sentimenti: siamo chi vogliamo essere o solo chi scegliamo di mostrare all’esterno? Ci riconosciamo nel volto che vediamo proiettato nel riflesso dello specchio?
Viene affrontato il tema di chi siamo, o meglio chi riusciamo ad essere nella nostra epoca, nel contesto di cui siamo figli, e chi saremmo stati in condizioni e in tempi diversi.
Insomma chi abbiamo il coraggio di permetterci di poter essere.

Sogno o son desto

Il Sogno ospitato al San Ferdinando è una rivisitazione dell’originale Sogno di una notte di mezza estate shakespeariano da parte di Ruggero Cappuccio per la regia di Claudio Di Palma.
Il tema del sogno e il confine tra sogno e realtà all’interno della commedia tragica è reso sin da subito evidente: il primo atto vede Oberon e Titania catapultati su di un letto ed impegnati in dialoghi sospesi tra sonno e veglia. Nell’ambientazione buia della stanza, schiarita di tanto in tanto dal riflesso della luce che penetra dalle persiane, è “meglio l’ingannevole dubbio di questo scuro”, come dice Titania, che averne la certezza dinanzi al sole.

Arte e scienza

Su poltrone più comode delle sedie della Facoltà di Medicina, al Nuovo Teatro Sancarluccio partecipiamo alle lezioni del Prof. Pozzi che si fa strada sul palco entrando come in un’aula universitaria ed illustra il corso di “Fisiologia della fecondazione assistita” che terrà per noi spettatori-studenti. Con l’ausilio della lavagna e di gessetti colorati scrive i titoli degli argomenti che tratterà in sei parti più una di chiusura: “Sul nascere”.

Estenuante attesa

Aspettando Godot è la messa in scena beckettiana dell’attesa di due clochard. Essi attendono speranzosi l’arrivo di Godot che ha dato loro appuntamento in un luogo di campagna: in una composizione circolare essi rappresentano il tentativo fallimentare dell’uomo nel cambiare la propria  posizione, nel muoversi. Didi e Gogo sono affascinati dall’idea di un qualcuno che potrà migliorare la loro condizione e, nonostante il tempo passi e nessuno si presenti, restano.

Il delirio della psicanalisi

Ginevra Barbato Ricci appare in scena con il corpo proteso in avanti, ripiegata su se stessa, con il capo chino. Scena buia, una lampada da comodino al centro.
Inizia lentamente a tremare, in crescendo fino a restare dritta, ergendosi in piedi ancora tremante. Il suo monologo ha inizio con la parte della paziente allo stadio terminale di un cancro la quale si siede e racconta all’altro assente, ossia ad una sedia vuota, i suoi tormenti sulla malattia, in un ossessivo e disperato tentativo di controllo della seduta con la psicoterapeuta immaginata. Anche al termine del tempo stabilito continua con “Lei lo sa che potrebbe non esserci una prossima volta... una cosa ancora le voglio dire...”, finchè non si allontana dalla presunta stanza di terapia, come se fosse spinta via perché il tempo è scaduto.

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