“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Grazia Laderchi

La vera rivoluzione è la normalità

Anche questa volta il Teatro Le Nuvole ha offerto allo spettatore uno spettacolo, nello spettacolo, con vari spettacoli annessi e connessi.
Insomma è vero che la durata dell'evento principale è di cinquanta minuti ma, di fatto, per chi ha tempo e voglia può durare l'intera giornata. Con l'acquisto del biglietto di ingresso è, infatti, incluso l'accesso a tutti gli eventi e installazioni presenti in una Città della Scienza che, dopo poco più di un anno dal tragico incendio, sta eroicamente risorgendo come una Fenice dalle sue ceneri. E il Teatro Galilei 104/Le Nuvole si trova proprio al centro della Fenice e, quindi, dopo un giro all'interno del cervello e una visita ai dinosauri ci si può accomodare a teatro.

Un giorno nella bottega del pittore

Per capire un quadro bisogna conoscerne la grammatica, perché in realtà il quadro è come un libro da leggere e visitare una mostra senza le opportune conoscenze è come voler leggere un libro senza conoscere grammatica e sintassi della lingua in cui è scritto. Così scriveva il pittore e critico d'arte Carlo Montarsolo in Un artista racconta l'arte. Il problema, a questo punto, sta nel trovare la guida, il Virgilio che si accollerà questa necessità pedagogica guidandoci come un maestro delle elementari verso la bellezza della pittura.

Belle & Sébastien. La leggenda del demone bianco

I più non andranno in questi giorni ad affollare le sale cinematografiche in quanto lettori della raccolta di novelle francesi di Cécile Aubry, lo faranno invece − probabilmente servendosi dell’alibi della prole da accompagnare (prole che si è riscontrato essere alquanto titubante, se non, come nel mio caso, chiaramente recalcitrante in quanto del tutto ignara di chi diavolo fossero Belle e Sébastien, e d’altra parte nessuna Winx e nessun moderno supereroe possiede nomi così ‘superati’) − perché non si sono persi una sola puntata del bellissimo anime giapponese trasmesso da Italia 1 dal 1981.

Scusate maestro, ma quann’ v’accirite?

Antonio Franchini vive nell’incubo e nell’attesa che gli venga fatta questa domanda. Ma tranne sua madre − che se ne faceva carico assumendosi questo gravoso compito ogni qual volta un grande uomo, e il figlio stesso, diceva una grande idiozia, riassumendo il tutto in un efficacissimo “ma veramente, ma quann’ t’accir'?”, − nessuno ha più avuto tanto ardire, e lo scrittore napoletano ne avverte una malinconica mancanza. Così ho letto Quando vi ucciderete, maestro? nella speranza di poter in qualche modo esaudire il suo desiderio, ma sono desolata, il maestro Franchini non fa venire voglia di invitarlo ad andare all’altro mondo, quanto piuttosto di continuare a leggerlo e di approfondire la sua conoscenza.

Il sangue di Delbono

Mentre grandi cineasti come Leos Carax allestiscono film come cerimonie funebri al cinema − in Holy Motors si compie un viaggio a bordo di una bianca Limousine per portare l’estremo e raffinatissimo saluto del regista al caro, amato estinto: il cinema − Pippo Delbono, invece, rilancia con una sua già collaudata alternativa, portandoci in quel luogo della sua mente dove cinema e teatro si fondono dando vita a nuove mutanti forme di arte. La sua è una creatura con le branchie e le ali che ha ricevuto il patrimonio genetico di entrambi i genitori.

Una scalata verso il paradiso

Prima di iniziare vorrei menzionare brevemente Tommaso Pincio, lo scrittore che si è occupato della bellissima prefazione al libro di cui parlerò: Prigionieri del Paradiso (1966). Se non fosse stato per lui, probabilmente non l’avrei mai portato a termine. Pincio, infatti, nella prefazione ha inserito una lettera di incoraggiamento indirizzata ai lettori, o meglio agli acquirenti del libro (che possono essere molto più numerosi rispetto ai primi), in cui ci mette al corrente di un aneddoto. William H. Gass prima di questo romanzo aveva scritto una raccolta di racconti, Nel cuore del cuore del paese (pubblicato poi nel 1968) il cui manoscritto, attraverso un giro tortuoso, arrivò nella mani di Raymond Carver; ebbene, pare che a Carver non solo non piacque, ma non lo finì nemmeno “perché non riuscì a capire cosa volesse dire l’autore”. Il primo avvertimento di Pincio al potenziale lettore è proprio questo: “Evitate di commettere lo stesso errore di Carver: ve lo dico unicamente per il vostro bene”.

Di mamma per fortuna ce n'è una sola

"Chi è amato dalla propria madre è un 'conquistador'"
Sigmund Freud

 

"Non ci sono madri snaturate perché l'amore materno non ha niente di naturale"
Simone de Beauvoir

 

Due grandi verità, se le uniamo ci dicono che l'ambivalenza della natura contempla la luce e le tenebre, il bene e il male, entrambi ne sono i figli prediletti, tra loro non fa distinzioni ed è 'naturale' che questa ambiguità si ripercuota sulla donna che attraverso la sua capacità riproduttiva ne diventa il tramite, il corpo, mediante il quale la natura garantisce la sua sopravvivenza. Questo non vuol dire che il prevalere dell'uno o dell'altro aspetto non comporti conseguenze.

Il tempo congelato in "Una specie di Alaska"

Un tema forte che attrae e spaventa allo stesso tempo, come tutto quello che concerne l'occulto inteso come "conoscenza di ciò che è nascosto" e i suoi testimoni, ovverosia persone che: per poteri 'sciamanici' ricevuti sin dalla nascita; vicende legate ad infortuni o malattie; oppure stati di 'pre-morte' indotti dai servigi di un infallibile dottor Kevorkian un po' rimodellato rispetto all'originale dalla penna di un Vonnegunt visionario, sono comunque riuscite ad instaurare contatti con universi paralleli o forse addirittura con l'aldilà.

Racconti di un Gemelli di giugno

Prima di iniziare questa recensione devo mettervi a parte di una cosa: Pippo Delbono ha rappresentato la mia epifania teatrale ed è tutt’ora lo sceneggiatore, regista, attore che più amo. Farò in modo, però, che questa mia sfumatura di venerazione non mi impedisca di mostrare il dovuto rispetto alla recensione e, a voi, prometto che chiamerò a raccolta tutto il mio impegno per rendervi un buon servizio che sia, come ogni recensione che si rispetti, qualificabile con le parole: imparziale, distaccato, asettico come il guanto di un chirurgo.
Dunque: spettacolo mesmerizzante, estasiante, abbacinante, che toglie il fiato!

Verso l’inferno a piccoli “Passi”

Leggere Passi è un’esperienza che sotto certi aspetti può ricordare ‘mosca cieca’, quel gioco creato al solo scopo di disorientare e terrorizzare: bendati in una stanza in cui venivano, per un eccesso di perizia, oscurate finestre e luci, ti facevano girare su te stesso, le mani più che guidare spingevano in un vortice e quando tutto per te si faceva incerto venivi lasciato, nel terrore.

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