“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Grazia Laderchi

Pinocchio ha un cuore che batte a ritmo di jazz

L'appuntamento è all'ingesso dell'Orto Botanico, il cuore verde della città partenopea. Per le dieci è in programma lo spettacolo teatro/musicale Pinocchio Jazz realizzato da I Teatrini in collaborazione con la Fondazione Pomigliano Jazz. Arrivata con un certo anticipo comincio a vagare tra i viali odorosi dell'Orto alla ricerca del teatro, ma a parte le serre e la flora proveniente da tutte le parti del mondo, di un teatro non c'è nemmeno l'ombra. Mi decido a chiedere informazioni e mi dicono di recarmi all'uscita perché lo spettacolo avrà inizio 'da lì'.

Dis-Onora il padre

"Gli individui sono legati gli uni agli altri da fili invisibili. Nelle zone più profonde si agita il pensiero che in qualche luogo oggi si delinei un evento che avrà le sue conseguenze nell'avvenire. Il problema è come trovare il filo".
(Krzyszof Kieślowski)

 

Un uomo e una giovane donna seduti ad un tavolo consumano silenziosamente quella che, dall'abito di lei, si capisce essere una cena romantica. Lui la guarda rapita mentre lei sbuccia, con grazia d'altri tempi, una mela con coltello e forchetta. La luce del lampadario rimbalza contro una porta/specchio che restituisce per intero la schiena di lei denudata da un vestito con ampie e generose finestre.

Andersen ai tempi che corrono

Il primo tentativo per riscattarsi dalla miseria e da una condizione sociale che detestava, Andersen, lo fece col teatro. Per quel sogno si recò a Copenaghen e ce la mise tutta per farsi strada in un mondo, al cospetto del quale, si presentò in tutta la sua sua formale inadeguatezza: poverissimo, ignorante, vestiti logori e ridicoli, aspetto strambo da 'perticone di campagna', modi da contadino. Impegno e determinazione tuttavia non bastarono, e non servì nemmeno la lettera di 'raccomandazione' che non dimenticava mai di mostrare per farsi aprire quelle porte inaccessibili, perché, malgrado gli sforzi, le reazioni che riusciva suscitare erano di derisione e disprezzo.

Il Lotto 49 e la miracolosa entropia di Pynchon

Lincanto del lotto 49 è un libro intessuto con gli insidiosi cavi coassiali dell’entropia, materiale stroboscopico capace di insinuarsi anche nelle menti che con la paranoia non hanno mai avuto nulla a che fare. Voi, i lettori che vi accingete a varcare la sua soglia, lo farete con uno stato d’animo ottimista e fiducioso, probabilmente anche con una certa baldanza, che discende più che legittimamente dal vostro status di lettori forti – cosa che sicuramente sarete, altrimenti non vi trovereste manco per sbaglio con questo libro tra le mani – e di cose toste ne avrete affrontate e vinte a bizzeffe, e difficilmente adesso qualcosa potrebbe turbarvi o, più esattamente, gettarvi-in-uno-stato-di-caotica-incertezza-che-scavalca-la-staccionata-del-testo-per-venirvi-a-prendere-per-il-bavero-costringendovi-a-dare-una-ristrutturatina-a-tutte-le-vostre-certezze-in-fatto-di-letteratura.

Una nuova Medea

Un tunnel che sembra uscito dalla penna di un visionario Kurt Vonnegut determina, per gli ignari spettatori che si accingono ad assistere ad uno spettacolo di mezza estate, un poco illusorio e alquanto palpabile spostamento in una realtà e in un tempo dell’altro mondo. Un antico traforo di epoca romana di poco più di settecento metri ipogei collega il nostro tempo a quello in cui i grandi miti latini e greci venivano portati in scena nel loro luogo naturale, i maestosi teatri di pietra illuminati dalla luce della luna e delle stelle. Attraverso la Grotta di Seiano che congiunge la piana di Bagnoli con il vallone della Gaiola, passando per la baia di Trentaremi, si accede al magnifico complesso archeologico che racchiude parte delle antiche vestigia della villa del Pausilypon: in questo paesaggio che è tra i più belli del Golfo partenopeo, l’imponente teatro romano attende in una paziente e solenne atmosfera l’inizio di una nuova rappresentazione.

I Verbavolant e la potenza dell'improvvisazione

Verba volant, e questo si sa, ma quello che forse non tutti sanno è che, a volte, le parole prendono a fare giri talmente strani e vorticosi che con i loro spostamenti d’aria sono in grado di scatenare veri e propri uragani di buonumore e ilarità, in grado di coinvolgere anche le persone più mal disposte.

Cronaca di un parricidio

Per presentarvi il libro che questa recensione tenterà di mettere a fuoco, potrei limitarmi ad illustrarvi le qualità che lo rendono di per sé ampiamente degno della vostra attenzione e, possibilmente, lettura. Oppure, potrei partire da molto più lontano, e raccontarvi una storia che ve lo farà guardare con occhi completamente diversi. Perché, potenziali lettori, dietro questo apparentemente innocuo oggetto cartaceo dalla forma comune e rassicurante, “un manufatto, un oggetto, una pura e semplice cosa di questo mondo, composta di polpa di legno emulsionata e file parallele orizzontali di inchiostro”, dovete sapere che c’è la macchia di un crimine, uno dei più efferati: il parricidio.

L’enigma senza risposte di Kaspar Hauser

Sull’assito del palcoscenico, solo, ad attenderci, un piccolo pony il cui mantello è reso ancora più abbacinante dal contrasto con lo sfondo nero. Una figura nera con copricapo da apicoltore di identico colore si accomoda presso uno dei cinque pianoforti posti uno accanto all’altro, e inizia a suonare Claude Debussy. Sopraggiunge un piccolo uomo − la cui statura fa diventare il pony un cavallo − ha dei grandi scarponi in mano, si ferma accanto ad un recinto pieno di sabbia e inizia a scavare a mani nude, con la meticolosità di un gatto. Dalla sabbia emerge un uomo che in confronto al nano è un colosso ma che da lui si lascia guidare. Il nano gli porge una tavoletta e ne dirige la mano in un gesto che imita i rudimenti di una scrittura. Poi ad alta voce scandisce bene un nome: “Kaspar Hauser!”. Così ha inizio uno degli spettacoli più belli presentati in questa edizione del Napoli Teatro Festival.

Una commedia poco kafkiana: “Das ist komisch”

Dahlberg sosteneva che, agli scrittori che diventano ‘icone’, capita quasi sempre di trasformarsi in astrazioni e, in quanto tali, di essere privati della capacità di una comunicazione reale con i lettori. Nemmeno Dostoevskij sembra si sia potuto sottrarre dalla maledizione che Wallace ha definito “il bacio della morte per uno scrittore”. Nel momento in cui si introduce uno scrittore ad un potenziale lettore definendolo un ‘grande classico’, ecco che si abbassa un’ammirata e rispettosissima serranda tra i due che rimanda il momento del vero incontro. Forse l’unico ad essere immune al sortilegio è proprio Kafka, che è, sì, un grande e pure un classico, ma quando si pensa a lui non si avverte mai quella confusa sensazione di timore reverenziale e pesantezza alla bocca dello stomaco.

La partita di Pasqual

"un artista non si limita a esemplificare il senso della fine: ne fa uso"
(John Barth)


Nel 1961, due autori si aggiudicarono l'International Publischers' Prize. Congiuntamente. Si trattava di Jorge Luis Borges e di Samuel Beckett. Una condivisione emblematica dato che, oltre al 'premio', questi nomi sono accomunati da un pensiero artistico 'contemporaneo' in grado di reggere il confronto con i 'vecchi maestri' della narrativa del Novecento. Rappresentano l'eccezione, l'eccezionale. Entrambi hanno fatto del 'senso della fine' l'elemento riflesso e rappresentato dalla loro opera. Lo scrittore americano John Barth, in un saggio sulla letteratura diceva di Beckett: "Un artista non si limita a esemplificare il senso della fine: ne fa uso". E in effetti non solo le sue opere vanno tutte in questa direzione, ma l'insieme delle stesse come 'opera delle opere' riflette un percorso sul cui traguardo si leggerà: 'Non una parola di più'.

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