“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Caterina Serena Martucci

“Dedicato a Bobò. Che mi ha ridato la vita”

È difficile parlare di uno spettacolo di Pippo Delbono. Tiro un bel respiro. Chiudo gli occhi. Cerco di mettere un po’ di ordine nel fluire di emozioni. Cerco di mettere un po’ a fuoco quello che si intravede, i frammenti di realtà pensiero, essere, vita, morte, dolore, e ancora vita. Cerco di dare un ordine. Ci rinuncio. Provo a seguire un ordine narrativo? Forse, ma sciuperebbe il godimento dello spettacolo. Tiro di nuovo un respiro. Chiudo gli occhi. Sento fluire di nuovo l’energia trasmessa.

“Cos’è? Non è niente. È per migliorare”.

Premessa. Sono una donna. Non sono mai giunta a comprendere la ratio e la dinamica del fuorigioco. Affronto quasi con ansia da prestazione uno spettacolo sul calcio, sul doping nel calcio. Entriamo. Fabio e Damien sono già in scena. Riscaldamento durante la presentazione. Il teatro apparecchia sé stesso e comincia a riscaldare anche noi, pubblico eterogeneo, più o meno francofono e francofilo. Colori fosforescenti nel buio. Si sente un battito pulsante, come un battito cardiaco. Poi comincia ed è una lunga cavalcata. Saltiamo in groppa allo spettacolo e ne scendiamo solo alla fine. Abbiano attraversato decenni. Abbiamo traversato una società in trasformazione. Trepidiamo, vediamo materializzarsi il mondo, il sudore, l’odore, le sensazioni collettive. Miracolo del teatro. Miracolo del suono che si fa parola, del gesto che si fa luogo e spazio e popola il mondo in una nuova creazione.

"Ce l'ho fatta!" No.

Vecchi bambini mostruosi. Ci accolgono in scena chioccianti e lamentosi. L’orrore della loro condizione, eterni bambini, invecchiati e mai cresciuti, ci colpisce subito e non ci abbandona più. Un’immagine angosciosa stampata negli occhi e nello stomaco, che si evoca quasi pavlovianamente alla vista di mani deformate dall’artrosi o dal lavoro. Tre sedioline da scuola, quelle di metallo con lo schienale e la seduta di legno. Tre linee bianche, davanti ad ogni sediolina, ciascuna terminante in una croce di Sant'Andrea. Tre linee dietro, drizzate in verticale, terminanti con la stessa croce, in legno, Golgota appendiabiti. I tre fratelli in scena: Zuzzo (il grassone, si direbbe il maggiore), Zozza (la sorella), Zizzi (il mingherlino).

Come se non ci fosse mai stata

Prima della scena. L’attore è già in scena. Jeans e maglione di lana anni ‘90. Aria stordita. Farfuglia qualcosa tra sé e sé, mentre strofina ritmicamente, compulsivamente quasi, la mano sinistra lungo il fianco. Piano piano, mentre Giampiero Judice comincia a parlare, si smorzano le luci e comincia il suo monologo. Nulla in scena, oltre il buio fondale. Solo un lampadario minimale, una piccola luce elettrica che suggerirà per tutto il tempo una luce irreale, artificiale, di realtà altra, quale quella che ci colpirà, ci martellerà impietosa per tutto lo spettacolo.

La danza dell'entropia

Silouhettes dietro uno schermo bianco. Così comincia. Quattro figure femminili avanzano a turno sul proscenio, quasi in un défilé, si presentano o ci scrutano, quasi fossimo noi lo spettacolo. Ma è solo un’impressione iniziale, perché la quarta parete c’è, c’è un impiegato, invisibile ma c’è, dietro lo sportello del banco dei pegni, a Forcella, dove le quattro donne vanno a impegnare, spegnare o rinfrescare l’oro.
Napoli. Dopoguerra. Una donna anziana, una maestra, due donne sposate, popolane, una quarta donna, non sposata, dalla perfetta dizione teatrale, l’aspetto scialbo di chi non appartiene a nulla e nessuno. Diverse voci, diverse narrazioni, frammenti di realtà e considerazioni generali, forse troppo, sul mondo, la vita, l’eternità.

Genio senza tempo. Al di sopra del tempo

Castel Capuano. Il tribunale della Vicaria vecchia. Sala del Tronetto (o della Regina). Migliaia di chilometri. Più di un centinaio di anni. Un vecchio processo, ormai sepolto dal tempo e dai mutamenti dei tempi, riprende vita in un vecchio tribunale, già regale residenza, ormai privato della sua funzione e in cerca di nuova occupazione.

Frammenti di identità

Amsterdam. 1-3 febbraio 2013. La biblioteca centrale dell’Università di Amsterdam ha ospitato per tre giorni studiosi internazionali che si sono confrontati su approcci e risultati per lo studio della ceramica nel Mediterraneo antico. Tema del convegno, nello specifico, i concetti di isola, territorio, costa, entroterra e le dinamiche di connettività, considerate sub specie rei cretariae.

Fallirò di nuovo. Fallirò meglio

“Non c’è nulla di più comico dell’infelicità”. Note garbate di archi accompagnano l’occhieggiare dei proiettori in sala, poi buio, poi la scena. Due bidoni di rifiuti radioattivi, abito e ricetto di Vladimiro ed Estragone.
Il volto, i volti, di Beckett campeggiano sullo schermo al centro della scena, quasi più reale, sebbene allo stato di immagine, dei due irreali personaggi in carne ed ossa, che presentano l’autore attraverso le parole delle sue interviste e delle sue opere. Necessario, previsto straniamento.

Dalla parte del torto?

“Passare per imbecilli”. Nitida fisicità stagliata sul nero del fondale, unico effetto i proiettori, essenziali, Giulio Casale offre le sue parole, le sue molteplici voci, le sue note all’esangue/scelto pubblico che ha scelto di incontrarlo alla Galleria Toledo, isola di resistenza teatrale e civile.
“Passare per imbecilli”. Il leit motiv dell’intro. Definizione degli spazi della normalità e dell’emarginazione. “Trovarsi ogni volta dalla parte sbagliata”. Giulio Casale va oltre l’introspezione e anche oltre la denuncia sociale, perché anche la ricerca dell’uomo (o sull’uomo), anche la lanterna, Diogene, non bastano più.

Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?

L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) ha ospitato il 16 e 17 gennaio un convegno dedicato al catalogo nazionale dei Beni Culturali attraverso la implementazione e messa a regime del SIGECweb, acronimo che sta per Sistema Informativo GEnerale del Catalogo generato e fruito su piattaforma web. A vario livello dirigenti e funzionari del Ministero per i Beni e le Attività Culturali hanno ripercorso la storia del catalogo nazionale, le forme che la catalogazione ha assunto, le specificità e criticità del nuovo strumento messo a punto.

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