“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Caterina Serena Martucci

In balia delle onde

“Suave, mari magno turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest” Lucrezio, De rerum natura, II, 1-4

 

La voce calda e suadente di Enzo Salomone anima i versi del poeta della ragione, della lucida conoscenza della natura. Sotto i versi leggere note elettroniche, piccoli tocchi di piano che sanno di acqua, di onde, di luccicare del sole sulle onde, di gabbiani, di quiete, di brezza. La voce calma e dolce di Rossana Valenti segue i versi, li accompagna e li chiosa con delicato garbo, sottolineando e tacendo, suggerendo e tirando fuori dalla memoria di ciascuno ricordi, sensazioni, pensieri.

Tutte le bugie necessarie

Prima che si apra il sipario, al buio, si sente forte il fischiare del vento o forse l’elica di un aeroplano. Poi il sipario si apre sulla scena nella quale si svolgerà tutto il dramma: una veranda, con sedie e tavolini di metallo smaltato in bianco, aperta da grandi finestre su un giardino di cui non si vede nulla, se non un piccolo albero con un ramo spezzato. È già tutto qui. Nei primi secondi sono stati mostrati i due fulcri di tutta la vicenda, che vedremo essere uno solo: l’aereo e l’albero.

Ai papà

Uno specchio dalla cornice di legno, anzi la cornice di legno, con le lampadine, di uno specchio che non c’è. La cornice poggia su un piano di legno, a sua volta poggiato su due scannetti. Sul piano ci sono una brocca di vetro e un bicchiere. Scenografia essenziale, ma c’è tutto quello che serve a creare lo spazio, non serve altro, basteranno il corpo e la voce a far vedere il resto.

Non è tempo di tragedia

Qualsiasi tentativo per forzare il corso degli eventi è destinato a fallire.
Questa l’essenza della tragedia. Il grumo nodoso e nero di sangue che giace al fondo delle peripezie, il motore immobile del vortice che conduce alla perdizione, ché non può esserci salvezza.
Una musica livida e tenebrosa apre la scena, livida e tenebrosa anch’essa. “Sospiri di vecchi e di vedove, orfani dagli occhi lucidi”. Uno spettro bianco. Tutto scuro tranne il bianco cereo del volto e il bianco luminoso dell’orlo di ermellino. Il re Edoardo è morto. La luce illumina il lurido feretro, un semplice sacco di iuta insanguinato. Riccardo lo ha ucciso. Riccardo nato podalico, Riccardo di cui si diceva fosse nato con i denti: “Sembra evidente che ero venuto al mondo per mordere”. Giganteggia sulla scena. “È come se non avessi sfumature. Se non sono il primo mi sento l’ultimo”. La voce è roca e irreale.

La forma e la demenza

Un surreale oggetto telecomandato gira in tondo sulla scena, è Il Telecomandato. Il pubblico dopo poco comincia a ridere, nervosamente, non riesce a sostenere il silenzio, o meglio quel ronzio circolare, non riesce a sostenere la mancanza di azione, o meglio l’eteroazione di questo oggetto non umano. Applaude nervosamente il pubblico. Anela l’arrivo dell’azione, dell’azione umana. Finalmente entra in scena Antonio Rezza e spegne il telecomandato: “La spensieratezza va stroncata alla nascita”.

"Voglio qualcosa di vero"

La platea variopinta (ma non in abbigliamento succinto, ci avevamo sperato) attende eccitata l’inizio dello spettacolo, accomodata sugli sgabelli della Sala Assoli, che per una volta mimano un tendone da circo. Due sedie occupano la scena, ancora vuota di interpreti. Su quella a sinistra una camicia rossa, una cravatta a righe sgargianti, pantalone, giacca. Su quella a destra una camicia giallo zafferano, cravatta, pantaloni, giacca.

"Non ero io"

Un divano coperto da un lenzuolo bianco e una radio di legno sono gli unici arredi di scena. Il resto c’è già, il teatro ha trovato una casa ospitale, un luogo che trasuda teatro, che concentra e diffonde energie dionisiache.
Una donna (Imma Villa) entra dalla porta di casa. Indossa un cappotto nero lungo, un foulard sulla testa, scarpe grigie dalla punta tonda e il tacco pesante. In mano ha due valigie, sta entrando o rientrando a casa, è nervosa, agitata. Toglie il cappotto e spia nervosamente dalle tende. Accende la radio e le note di Maramao perché sei morto? ci trasportano subito negli anni ’40, fissando, insieme agli abiti, le coordinate di spazio e tempo della narrazione.

L’imperativo categorico in un interno borghese

Non è facile arrivare al Teatro 99 posti. Non è facile trovare qualcuno che dia indicazioni o conosca l’esistenza del teatro. Ma una volta arrivati la magia si realizza da sé e ci accoglie uno spazio in cui si sente l’amore per il teatro, la forza delle idee, la gioia di creare e offrire il prodotto del lavoro proprio e altrui. Spazio intimo, raccolto, ma non per questo minimale o povero. C’è tutto. Soprattutto c’è il teatro, la capacità di sospendere l’incredulità e far nascere il mondo da un pugno di arredi, luci, suoni, voci, corpi, anime.

Kairòs mancato

Acqua che gocciola. Goccia dopo goccia. Lenta, mutevole, vagamente inquietante. L’acqua gocciola, mentre il pubblico riempie il teatro Elicantropo. “A proposito di letteratura...”, cogliamo frasi, discorsi surreali, bocconi di opinioni. E intanto l’acqua continua a gocciolare, quasi a indurre una tensione angosciata, con il ritmo asimmetrico del suo cadere, il senso del tragico, l’attesa della tragedia, di una tragedia, o diverse tragedie, che hanno da compiersi.

Passato/Presente – Sogno/Realtà

In piccionaia all’Harold Pinter Theatre. La birra l’abbiamo bevuta prima di entrare, al pub di fronte, ma avremmo potuto portarla con noi. Venerdì sera. Il teatro è pieno. Davvero. È la settima settimana di replica e lo spettacolo, come recita il flyer e i cartelloni pubblicitari in metropolitana, durerà solo (solo!) dodici settimane.
Prima della scena siamo separati dal palco da una leggera cortina, come di nebbia. Buio. La cortina si leva alle note leggere e malinconiche di un pianoforte.

Pagina 11 di 13

Sostieni


Facebook