“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Alessandra D’Ottone

Rouge et noir

Lo spazio. Il tempo. Il nome. Idee, nient’altro che idee al galoppo della fantasia. Perché qui protagonista è l’incontro, la necessità di stare insieme per rischiare. In gioco c’è l’umanità, tutta piena di incomprensione, di solitudine, eppure di rigenerante ironia.
Lo spazio di un appartamento, più precisamente, di una stanza. C’è tutto (o quasi) per questa sopravvivenza desiderata. Nell’acqua che scroscia nella conca di un lavello, acqua (non sempre pura) che ristora. Nell’aroma del caffè appena salito che disperde i suoi effluvi in ogni angolo della sala, sbloccando un meccanismo di ricerca ancora sopito (disinibiti, d’ora in poi, gli applausi che ne verranno).

Ciumachella de Trastevere...

Tre corpi in movimento lungo il perimetro di una scena scarna, essenziale. Sedie in fila già predisposte, forse per un finale, eppure protagoniste di un’azione viva, che si costruisce a partire dal racconto. Quello di un ritaglio di storia, di un intreccio di vite difficili e violentate dall’impossibilità (come quella di sapere che al mondo c’è spazio anche per la loro umanità, e che qualcuno riuscirà a sentirne il grido, il dolore, la gioia). Vite che, strisciando affannate su strade deserte e fangose (da percorrere con gli occhi sbarrati ed il cuore chiuso), quasi all’improvviso, si scoprono incrociandosi. Così, insieme, imparano a sentirne la bellezza, con genuinità e stupore, in nome di un sentimento (s)conosciuto che porta il nome di ‘amore’.

Fine pena: mai

Cosa resta di un uomo probo nelle grinfie di un dolore assetato di vendetta? Sulla strada nessun orizzonte. Nient’altro che un passato che si fa carne nel presente, che sanguina, come a chiedere di non dimenticare. In nome della verità. Come della giustizia.
Cosa resta di un uomo reo, in bilico tra l’ossessivo desiderio di assaporare gli ultimi istanti di una vita libera e la vertiginosa paura della morte? Questa si porterà via ogni dolore, come l’ultima possibilità di scegliere la strada del perdono, del bene, della cognizione di sé.
Nel grigio dell’oscurità, spietato censore è il tempo. Quello che corre via troppo veloce, che inspessisce le pareti della comprensione reciproca, che condanna senza chiedere chi sei.

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