“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Alessandra D’Ottone

E tu, Viskovitz, quale bestia sei?

Soiree da brividi, a dispetto della calura disarmante di un luglio incipiente. Artefice, l’imperdibile performance di Paolo Cresta e di Carlo Lomanto: performativa l’istrionica interpretazione di  viaggio in un mondo così vicino a quello umano, per caratteri e sonorità emotive. Un viaggio inter/extra la natura di viventi… anche come noi.

"Non dimenticateci!"

“Dormi sepolto in un campo di grano / non è la rosa non è il tulipano / che ti fan veglia dall'ombra dei fossi / ma sono i mille papaveri rossi”.
(F. De André, La guerra di Piero)


All’ombra dei fossi, rossa la morte violenta tra i rossi papaveri: un uomo, impugnata l’arma, spara sull’altro, puntandolo con gli occhi fissi nei suoi. Dicono sia il tempo di una guerra grande, dove i grandi risolvono i destini mondiali ed i piccoli si ammazzano senza sosta in nome della patria, di una necessità di giustizia voluta da ragioni senza ragione. Dicono sia il tempo di seicentocinquantamila soldati caduti, di tredici milioni di morti. Pesci nella rete dell’incomunicabilità, senza più acqua: una mattanza.

Meravigliosamente, solo la strada di un clown

Leggera, eppure in direzione ostinata e contraria, una navicella raggiunge il porto. Qui, dove una partenza ha il valore di un ritorno, l’approdo.
Così, a gettare l’ancora al Teatro Nostos è un sorriso che pensa: qualcosa che accade, in verità, di rado e che ad un clown che si dica del tutto attore  appartiene come il senso della vita (sconosciuto ma, essenzialmente, trovato e compreso; sensibilità di cui l’arte ed il talento si fanno strumenti di parola, nelle stanze dei silenzi). Il pensiero è nel sorriso del maestro Vladimir Olshansky, che inaugura la prima rassegna di questa nuova moralità teatrale di cui il Nostos si fa custode e portavoce: Approdi, appunto.

In punta di nascita. Di ARTs in Arte

Quando si dice che il teatro è un esperimento sociale, civico, politico, è un atto di coscienziosa comprensione che esso, spesso, poco ha a che vedere con sostanze mistificatrici ed induzioni omologanti. Lo spettatore è individuo nella collettività che sceglie di assistere ad una, possibile, rappresentazione della realtà: individualmente e collettivamente, appunto. Una realtà che, in quanto tale, vive dei tempi e dei modi in cui l’uomo declina il proprio esistere: soggetto o oggetto del tutto di cui, ad ogni modo, si senta parte. Cosi, proprio a partire da quest’umano sentire e da questo senso di appartenenza al tutto di questi tempi (di cui questi sono espressione), Sul nascere viene al mondo: con la forza di rappresentare, comunque, nella possibile scelta di una vita, una scelta di vita.

Nel nome di Enea, luci rubenti di un muliebre sentire. Lo vogliono gli dèi

I chiari, gli scuri. Il tenue, il forte. In una fresca sera d’agosto, albeggia, s’infoca e tramonta un rosso che non desiste, ora che quell’elegante custode del tempo chiede la parola. Una parola che si fa anzitutto luce, appunto, in un’architettura di colori superba ed intrigante, come per gioco, in un gioco delle parti. Luci rubenti, quelle dominanti, che prendono forma, ancor prima che in parola, nei tessuti che avvolgono i corpi chiamati dal tempo: tessuti trasparenti e rigidi, in ricamo e screziati, elegante periodare (se emozioni e parole che le raccontino qui si plasmano) di natura e mito, tradizione e storia, spirito e carne.

Elena senis: dentro le mura del tempo, bella senza inganno

Ah, sì, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie
senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose
che erano state già decise da altri in nostra assenza
… Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che
inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza
dell'uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po'
d'alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello
d'oro.

Oltre l'oblìo. Controvento

“Io non temo la morte, io temo l’oblìo”.
Fragile e prepotente, tutto intimamente umano, il testamento morale di una donna che ha fatto del coraggio e di una spregiudicata intelligenza le armi più forti per sfidare la paura più profonda, il gigante nemico. Questa è la storia della battaglia di un’identità, quella di Cristina Trivulzio, Principessa di Belgiojoso: una sfida ardita e sofferta, se al tempo essere donna, ‘armata’ poi di una tale carismatica determinazione così come di una singolare lungimiranza culturale, ha significato sopravvivere alle asfissianti e persecutorie calunnie che ripetutamente le mozzavano il fiato.

'Schifosi' dentro

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto. Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia”.
Quasi ancestrale, una voce si leva. Si fa musica, pur rigida come scorza: c’è un dolore che chiede la parola, un pieno che si conturba per svuotarsi. Una voce che chiede di ascoltarsi, ancor prima che di essere ascoltata. Non importa a chi appartenga, quanto la libertà che va cercando per essere riconosciuta: che il corpo smetta di viversi come macchina, e inizi a ricercarne il motore. Corpo – pieno, se nel pieno è il vuoto dell’anima che non sa parlarsi, se nel pieno di ridondanti sterilità il vuoto è l’astrazione che feconda.

Oltre la barriera ros(s)a, no pasaran!

Tutto parte dalla vita, attraversandola, per arrivarvi. E non c’è viltà, sottomissione, paura, per raccontarsi che difenderla è un fatto singolare, pericoloso, per chi rincorre sogni deboli quanto le forti utopie. Specialmente se a rischiarla c’è un’intera comunità di persone schiacciate dalla sciagura di vivere in una terra alla quale appartengono ma che non appartiene più loro, terra che chiede di amarla con l’amaro impeto di una passione impossibile.

Verso Itaca (ma anche no)…

C’era una volta. Chissà dove, chissà quando. È stata la volta di una storia di uomini, diversi e vicini, innocenti e colpevoli, signori e servi, sottomessi e ribelli, figli e genitori di una stessa natura, di uno stesso stato di esistenza: il destino. Destino che dice di individualità che, costrette da un giogo beffardo ed alienante, si ritrovano a coesistere in nome di una ‘fame’ incancrenita, di una ragione così schiacciata dall’oblìo dell’insana abitudine che non sa più trovare altro rifugio che la follia.

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