“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Alessandro Toppi

Dov'è la mia discendenza?

“Allora così stanno le cose. Edoardo Terzo, miei signori, ebbe sette figli: il primo, Edoardo il Principe Nero e Principe di Galles; il secondo, Guglielmo di Hatfield; il terzo, Lionello duca di Clarenza; dopo di lui vi fu Giovanni di Gand, duca di Lancaster; il quinto fu Edmondo Langley, duca di York; il sesto fu Tommaso di Woodstock, duca di Gloucester; Guglielmo di Windsor fu il settimo ed ultimo” (Enrico VI).
I drammi storici di Shakespeare, rivisitazione di ciò che accadde allora e prima ancora, sono una lotta per la corona: tra uomini vivi che hanno un nome, una terra, un titolo e delle forze. Una discendenza.

Foglia tra le foglie, in pieno autunno

Spazio. Una patina curvata fa da fondo; più corta di quanto sia l’ampiezza dell’assito, mostra volutamente i propri limiti. Dinnanzi ad essa una quinta rettangolare allude a una parete: bianca, con macchie catramate e tumorali. Le sedie non sono sedie ma sagome ferrose ed essenziali che consentono un appoggio; di lato due quadrangoli in metallo disegnano l’assenza del mobilio ospedaliero. Il sipario, nero, è lasciato pendere ai margini del palco. Vestiario per chi è di scena è visibile in appoggio: un cappello a falde strette, due camicie di cotone, una borsetta in piume nere, un abito notturno con intarsi argento, un pantalone marrone con cintura, un bastone di legname. Trovarobato buono per la recita: siamo in teatro.

Al tempo di mastro Shakespeare

Al tempo di mastro Shakespeare una sagoma di cartone era un albero, un ammasso grigiastro era una montagna, una fiamma era il giorno. Al tempo di mastro Shakespeare la notte veniva declamando il termine “notte”. Poche le scene, le macchine, le attrezzerie e così il boudoir s’apriva dov’era un campo di battaglia, il campo di battaglia era nello stesso posto in cui – pochi attimi prima – sorgeva un palazzo.
Al tempo di mastro Shakespeare, per diventare invisibili, s’usava un manto notturno: calcato alla meglio sulla testa, la schiena, le spalle, produceva il suo vuoto: il personaggio – per quanto i suoi passi fossero ancora pesanti – spariva leggiadro.
Al tempo di mastro Shakespeare i costumi erano elaborati, certo, e tenuti in gran conto e tuttavia poco si badava alla loro coerenza: cappelli con piume, vesti dai ricami preziosi, giacche di panno o fustagno, abiti Tudor potevano usarsi in un’antica tragedia di Grecia.

L'apparenza dei ricordi

La rustica poltrona di quercia con la balalajka e la muffola, il divano turco, le missive commerciali tedesche; i ritagli di camoscio, il calendarietto di marmo, la scrivania di legno annerito; i fogli di carta velina, il torchio del copialettere, i vetri coperti di taffettà verde. Nell’aria l’odore penetrante di pelle conciata mista ad un briciolo di muschio seccato; vola ogni tanto il pulviscolo lasciando intuire dov’entra la luce; silenzio dal resto del mondo lasciato oltre la porta d’ingresso. Lo studio paterno, una parete, le mensole delle acerbe letture : “La libreria della prima infanzia accompagna l’uomo per tutta la vita. La disposizione dei ripiani, la scelta dei libri, il colore dei dorsi, si percepiscono come il colore, l’altezza, la disposizione stessa della letteratura mondiale. Anzi, ai libri che non erano nella prima libreria, non sarà mai concesso di farsi strada nella letteratura mondiale come in un universo. Volere o no, nella prima libreria ogni libro è un classico e non se ne può scartare uno solo”.

I dettagli dei giorni

"Quanto tutto ciò è lontano, quanto è vivido, quanto è immutato dall’eternità, quanto è deturpato dal tempo!".
Le briciole perse nel letto, assieme ad un pezzetto di buccia d’arancia; gli scricchiolii, i passi cauti, il ronzio in un orecchio nel mentre l’occhio perde la scena che ha tanto cercato: ecco un distinto ricordo parziale. Parziale quanto parziale è la figura d’un vecchio conosciuto oltre frontiera: il mento rasato, le occhiate improvvise e quella seduta da romanzo russo ponderoso, con la mano tozza sul grifone del bracciolo della poltrona, accompagnato dall’unica vera chiarezza tangibile: "una scatola d’argento simile a una tabacchiera, ma che in realtà conteneva una piccola quantità di pasticche o, meglio, di pasticchine per la tosse color lilla, verde e, se ricordo bene, corallo". La stanza con la carta parati rallegrata da grandi farfalle; gli scaffali di legno bianco con sopra i volumi di Keats, Yeats, Coleridge, Blake e di quattro poeti russi ormai senza nome; una gigantesca saponetta alla lavanda ed una deliziosa pasta dentifricia.

Le immagini della fine

Prima immagine. Don Fabrizio Salina ha gli occhi azzurri, il colorito imperlato di roseo, il pelame d’un fulvo colore del miele. Al posto delle mani ha zampacce, al posto delle dita lunghi artigli sensibili. Altissimo, signoreggia "su uomini e fabbricati". Il suo passo è un trionfo, tale da annunciarsi incutendo rispetto; la sua massa è montagna, tanto da sospingere al tremolio impiantiti e vetrate, e la sua ombra, quando si corica, proietta "il profilo di una giogaia montana su un orizzonte ceruleo". Si scuotono le porte delle carrozze, quando passa. Gemono i divani, al solo avvistarlo. La tavola si rimpicciolisce all’istante, facendosi tavolino, al suo poggio dei gomiti. Con la testa arriva ai lampadari, con un soffio richiude le tende.

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