“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Febbraio 2013

Lunedì, 04 Febbraio 2013 18:14

Vince chi resiste, "A Fronte Alta"

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Le vecchie foto in bianco e nero, quelle che ritraggono ragazzi giovani e sorridenti che si abbracciano, hanno sempre un po’ di poesia spalmata sopra. Anche quando non si conosce nessuno di quei volti ritratti, si insinua in chi guarda un po’ di nostalgia. Deve essere l’improvvisa coscienza del tempo. Quanto ne è passato? Che ne è stato di quei giovani? Dove vivevano? Cosa sognavano? Cos’hanno visto e fatto? Dietro ogni foto c’è una storia. Non è quella con la “S” maiuscola, quella che si studia a scuola con la successione dei re e dei presidenti, con le alleanze tra nazioni, i trattati e le invasioni. È una storia diversa, più piccola ma che molto spesso, senza che nessuno lo riconosca ufficialmente, può essere una storia di eroi.

Lunedì, 04 Febbraio 2013 17:13

Il 'Flying Circus' sotto esame

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I lettori de “Il Pickwick” protestano:

“Dopo i doverosi complimenti per la gestione del sito e per gli ottimi contributi dei collaboratori tutti, vogliamo rivolgere un pensiero di disapprovazione contro la serie di raccontini denominata ‘Flying Circus’. Queste pseudostorie sono completamente sfilacciate, non hanno un filo conduttore ben preciso e risultano essere semplicemente un’accozzaglia di sciocchezze o, nel migliore dei casi, gag mal riuscite. Dove sono i classici ‘Punch Line’ che chiudono lo sketch??? Che senso ha poi questo fantomatico “flusso di coscienza” che interrompe continuamente lo svolgersi del già confuso racconto? Ma soprattutto, a che pro utilizzare questa forma, detta erroneamente, “metanarrativa”?

A nostro avviso tale linguaggio surrealista tende semplicemente a creare ulteriore confusione nel lettore. Spero che la redazione prenda seri provvedimenti contro questo scempio. Grazie.”

 

MAGLIUOLO, HAI LETTO???

(la Redazione)

È iniziata domenica 3 febbraio 2013 la nona edizione del Festival Equilibrio (festival della nuova danza) che si svolgerà per tutto il mese all’Auditorium Parco della Musica di Roma e che vedrà come ospiti, nelle varie sale della maestosa struttura realizzata nel 2002 da Renzo Piano, grandi nomi della danza contemporanea internazionale.
Ad aprire il Festival è Sylvie Guillem, ormai da tempo l’icona indiscussa della danza.

Domenica, 03 Febbraio 2013 15:10

Martyrs o del Male

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Una bambina seminuda e col volto tumefatto corre disperatamente in strada e terrorizzata urla a squarciagola. Uno pseudo documentario della durata dei titoli di testa ci informa che la bambina, di nome Lucie, è stata recuperata ed accolta in un orfanotrofio dove ha fatto amicizia con una sua coetanea, l’amorevole Anna. La piccola Lucie, specificano gli autori del documentario, era tenuta prigioniera in una casa abbandonata, e lì, legata ad una sedia, era stata vittima di torture fisiche e psichiche. Queste le prime sequenze del film Martyrs, pellicola del 2008, opera del regista francese Pascal Laugier e presentato al festival di Cannes quello stesso anno con accoglienze contrastanti. Inizialmente in patria era stato anche vietato ai minori di 18 anni (cosa che in Francia non accadeva da vent’anni), poi il divieto si è abbassato a 16. Il film è appartenente a quel nuovo filone di cinema d’oltralpe denominato horror nouvelle vague. A nostro avviso è estremamente riduttivo etichettare un’opera del genere.

Domenica, 03 Febbraio 2013 11:10

Un Paese senza sogni

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Dell’opera assai suggestiva e debordante colpisce prima di tutto il piano luce. Tranne rari momenti l’intera rappresentazione è illuminata da trenta riflettori disposti sul lato destro del palco, in cinque file per sei. La potenza che un tale impianto emana sciocca lo spettatore che a mano a mano riesce, come avviene per la penombra, a vedere sempre più chiaramente ciò che prima era offuscato.

Sabato, 02 Febbraio 2013 06:06

Dell'interno solo la patina

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Se Il mare non bagna Napoli è stato, per stessa ammissione dell’autrice, Anna Maria Ortese, libro “tra l’inchiesta e il racconto”, fuggevole da precisa caratterizzazione di genere, spaziando tra la narrazione letteraria ed il resoconto giornalistico nell’arco dei cinque racconti che lo compongono, parimenti nelle sue riduzioni teatrali è lecito assistere a declinazioni “di genere” dal respiro allargato.

Venerdì, 01 Febbraio 2013 10:05

L'omicidio serale

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Quest’uomo sta per morire. Trattasi di Michael Vogel, un italo-americano di chiare origini danesi. In tenera età era stato adottato da una famiglia greca dell’alta borghesia ebraica, poi fedele alle tradizioni del suo popolo aveva deciso di mollare lo studio della Torah per dedicarsi ampiamente alla trattazione della sua opera maggiore: Cuba libera. Certo, in famiglia non tutti presero bene la scelta di Vogel di trattare tale argomento a discapito di una accurata trattazione dell’ultima rivoluzione messicana fallita (è bene puntualizzare che nella sua famiglia erano tutti messicani). Ciò non toglie che Vogel si concedesse il lusso, qualche anno dopo, di provare a riscrivere l’inno nazionale filippino. Aveva scoperto infatti che il suo vero padre era nigeriano, mentre sua madre era irachena (ecco il perché dei suoi capelli rossi). Doveva dunque fare qualcosa per le Filippine.

Domenica, 03 Febbraio 2013 01:00

Che forma ha Virginia Woolf?

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Virginia Woolf desiderava possedere, visivamente, il mondo. Londra con le sue strade, le sue pozzanghere grigie, i suoi ciottoli umidi e i suoi angoli colmi di giornali e di odori e, di Londra, i palazzi coi grandi saloni, coi grandi ritratti, con le lampade grandi che davano luce. In questi palazzi soleva – talora – incontrare persone, conversare, pranzare, cenare, scegliendo un piccolo gruppo di un’immensa marea d’invitati a cui dare spettacolo: parlava, troppo ed in maniera stupefacente, perdendosi tra i fiati e gli sguardi.

Perché nasconderlo? Siamo andati a vedere la mostra di José María Cano soprattutto per un motivo e questo motivo (perché nasconderlo pur nella sua banalità?) è tutto intero contenuto nel titolo dell’esposizione: Arrivederci capitalismo!. Siamo andati a vedere una mostra prevalentemente a causa del suo titolo. Non di certo un buon modo di presentarsi da parte di un giornalista che si vorrebbe serio. Ma torniamo al titolo, a questo Arrivederci capitalismo! Non che il recensore o giornalista o scribacchino che sta scrivendo questo pezzo ritenga veramente che sia così semplice o così immediato associare un saluto alla parola “capitalismo”, in poche parole che sussistano le condizioni sociali ed economiche affinché questo saluto possa sostanziarsi attraverso (quella cosa che un tempo non procurava vergogna e accuse di infantilismo a chi la pensava, e cioè) la rivoluzione, no! non lo ritiene così semplice o così immediato, ma la curiosità per quel titolo diveniva sempre più acuta perché, lapsus o volontà conscia – lo lasciamo decidere allo spettatore e/o lettore, la mostra ha nel suo titolo la parola arrivederci che, come tutte le persone che conoscono le buone maniere ben sanno, indica la possibilità di un nuovo incontro, magari sottintendendo anche la volontà che ciò avvenga, e non (magari) la parola addio che, come le persone che conoscono le buone maniere ben sanno (soprattutto quando non sono credenti), significa grossomodo “a mai più rivederci”, sottintendo magari anche la volontà che quella persona o cosa non si presenti mai più al nostro cospetto.

Giovedì, 31 Gennaio 2013 22:11

Una Mimesi per la Nemesi

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Philip Schuyler Green è un giornalista della California che viene chiamato a New York dal direttore dello Smith’s Weekly per fare un’inchiesta sull’antisemitismo negli Stati Uniti. Vedovo da alcuni anni, con sé porta il figlioletto e l’anziana madre. Conosce la nipote del direttore, Kathy, giovane donna divorziata proveniente dalla borghesia di campagna, con cui inizia una relazione. Le iniziali difficoltà che il suo compito gli arreca vengono d’improvviso risolte con una geniale intuizione: si fingerà ebreo per tutto il tempo dell’inchiesta (così come aveva fatto per le precedenti indagini sui lavoratori disoccupati dell’Oklahoma che cercavano lavoro altrove e per i minatori).

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