“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 24 Gennaio 2014 00:00

Senza Eduardo non è Eduardo, se Eduardo vuole essere!

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“Trattano tutti alla stessa maniera, alla stessa stregua, sia il delinquente che il galantuomo! Naturalmente che succede? Arriva un momento che il galantuomo si ribella e quando è avvenuta la ribellione… in galera, e finisce male!”. Si poteva partire da qui, dall’attualità di questa riflessione di don Gennaro (Eduardo) e farne il leitmotiv della messinscena, a prescindere dalla storicità del delitto d’onore.
Si poteva rileggere Uomo e Galantuomo, alla luce delle querelle sulle immunità parlamentari, e l’impunità “reale” dei “creativi” reati finanziari; si poteva mettere in scena la condizione dell’uomo qualunque che quotidianamente soccombe, impotente, dinanzi al peso dell’esistenza, spiazzato dalla caducità dell’essere e dalle necessità che la mera sopravvivenza esige; si poteva rendere Eduardo ancor più Eduardo: non s’è voluto.

S’è scelto di ripresentarlo nella sua veste, più o meno, classica. Più o meno, perché nessuno potrà mai essere Eduardo, nemmeno tra le rughe della somiglianza, solo fisica, di Luca (suo figlio). Ma a quanto pare non lo sa bene Gianfelice Imparato, bravo, ma non abbastanza; lui, che conosce bene Eduardo poiché da Eduardo più volte diretto, non riesce ad allontanarsi dal tentativo di imitazione del maestro; costretto in parole biascicate, non in grado di rendere l’essenza inadeguata e provvisoria dei personaggi di Eduardo, Imparato inciampa nei ciottoli della codardia, incapace di operare una scelta di alterità. Eppure Imparato (lo ricordiamo nel ruolo di Pioggia in Bianca di Nanni Moretti) è generalmente capace di piacere. Il problema è il modello. Eduardo o si fa tale e quale, e questo non sarà mai possibile − benché tutti i suoi interpreti sembrino vedere questa come unica soluzione − o si assume come punto di partenza per interpretazioni “personalissime” e, per questo, originali.
Personalissima, invece l’interpretazione di Giovanni Esposito, è lui il vero capocomico qui. Esposito ci regala un’interpretazione dinoccolata, sportiva, rilassata e divertente di Attilio, ruolo che fu di Gennarino Palumbo, e che sembra superare l’interprete originario. Esposito riempie lo spazio scenico, con movimenti ampi e spontanei copre tutto il palco senza strafare, appare a suo agio, ammicca e si ritrae, è un attore generoso, sia nei confronti del pubblico che dei colleghi. Mentre per gli altri è difficile farsi notare. Sulla scena emergono i protagonisti maschili, limite di una regia che non ha saputo mettere giustamente in luce le interpreti femminili e, quindi, distante anche in questo dall’insegnamento di Eduardo: con lui anche l’ultima delle comparse riusciva ad aver delle caratterizzazioni tali da essere ricordata.
Alessandro D’Alatri, regista cinematografico di film come Senza pelle e Casomai, ma anche di Commedia Sexy − noto soprattutto come autore di videoclip e spot pubblicitari − forse rende meglio dietro la macchina da presa. Non c’è cura dei personaggi, chi è bravo fa da sé, gli altri si arrangiano. È così, ad esempio, per Roberta Misticone nel ruolo di Bice: lei si arrangia e offre, nel dialogo del primo atto con Alberto (Valerio Santoro), un’assenza di ritmo e di coinvolgimento; perciò sulla scena, lo sforzo di Santoro a scandire i tempi comici, resta solo e disatteso. 
Qualche problema al mixer sugli attacchi musicali, pochi per altro, aggiungono polvere al tentativo già opaco del regista, di misurarsi con una delle opere di esordio di Eduardo De Filippo, datata 1922, il cui titolo in prima battuta era Ho fatto il guaio? Riparerò!.
Nella commedia si sente vigoroso il legame con il Pirandello de Il berretto a sonagli (basti pensare ai nomi degli interpreti: Bice qui, Beatrice lì) che Eduardo si troverà ad interpretare molti anni dopo, ma che sicuramente già conosceva; qui i temi cari ad entrambi: l’onore, l’adulterio, la pazzia, il falso perbenismo, il dramma del proletariato in lotta continua con gli affanni del quotidiano, si ammantano della luce vivida della comicità, e sembrano preannunziare, di fatto gettandone le basi, quell’esistenzialismo e quel relativismo del più maturo teatro di prosa eduardiano.
Il pretesto è la messinscena a Bagnoli della Malanova di Libero Bovio, ad opera della Compagnia teatrale “L’eclettica”. La Compagnia, diretta da don Gennaro De Sia è, per l’occasione, ospite del benestante don Alberto De Stefano che, in virtù dell’insuccesso della loro “recita” della sera precedente, chiede un maggiore impegno per quella in scena la sera, con la promessa di un invito a cena. Don Gennaro, col resto del gruppo ai limiti dell’indigenza, organizza perciò una prova dell’opera all’interno dell’albergo e sarà questo il teatro reale degli equivoci e delle peripezie che si susseguiranno.
Belle le scene, dove agli interni originari sono stati preferiti gli esterni, dove all’abbondanza degli arredi è stata preferita la scarna essenzialità.
Non piacciono i costumi, non sufficientemente pacchiani, non particolarmente quotidiani, a mezza via tra il fedele e l’originale: operazione di chi teme osare uno strappo, ci sarebbe piaciuto l’azzardo.
Ad interrompere le prove del gruppo − dove emerge per bravura ed ilarità il suggeritore Attilio − sarà Salvatore, fratello di Viola, prima attrice che aspetta un figlio da don Gennaro. Salvatore vorrebbe allontanare sua sorella da un destino da "morta di fame" come compagna del capocomico, per una vita tra gli agi al fianco di don Arturo. Nel tentativo di sottrarsi all’ira di Salvatore, don Gennaro urta una pentola di acqua bollente che gli cade sui piedi. È qui che entra in scena il conte Tolentano, medico che si offre di medicare le ustioni dell’attore.
Il conte è sposato con Bice e da lei aspetta un figlio, ma la stessa è da tre mesi amante di don Arturo: entrambi gli uomini sono all’oscuro dell’esistenza dell’altro. Quando don Arturo si troverà in casa di Bice con la volontà di chiederne la mano, verrà a conoscenza della verità: lì incontrerà don Gennaro intento nella cura dei suoi piedi, il quale rivelerà, inconsapevolmente, la tresca al conte. A questo punto a don Arturo non resta che fingersi un pazzo che ha inventato di sana pianta la relazione con Bice, e, tra un “lallalaralì” e un “lallalaralà”, farsi rinchiudere in manicomio per poter sfuggire al paventato delitto d’onore che il conte si appresta a commettere. Ma quando Bice metterà il conte di fronte alla relazione extraconiugale che questi porta avanti da anni, a fingersi pazzo, a questo punto, dovrà essere lui e don Arturo verrà liberato.
Commedia degli equivoci, dunque; tra la farsa e il dramma, i veri attori risulteranno i benestanti, impegnati nella messinscena dell’apparente rispettabilità, piuttosto che i commedianti, alle prese con l’essere del pasto da garantirsi. Ultimo sberleffo al proletario/capocomico, il mancato mantenimento della promessa di don Arturo; e così, di fronte al conto dell’albergo da pagare, don Gennaro inscena anche lui il suo “lallalaralì, lallalaralà”.

 

 

 

 

 

Uomo e galantuomo
di Eduardo De Filippo
regia Alessandro D'Alatri
con Gianfelice Imparato, Giovanni Esposito, Valerio Santoro, Antonia Truppo, Alessandra Borgia, Lia Zinno, Gennaro Di Biase, Roberta Misticone
scene Aldo Buti
costumi
Valentina Fucci
luci
Adriano Pisi
musiche
Riccardo Eberspacher
produzione Ass. Cult La Pirandelliana
in coproduzione con Diana OR.I.S
lingua
italiano
durata 2h 15'
Gubbio (PG), Teatro Comunale, 20 gennaio 2014
in scena 20 gennaio 2014 (data unica)

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