“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Giovedì, 23 Gennaio 2014 00:00

Un accenno a Shakespeare e tanti cliché nella Scampia del Riccardo III

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A Napoli è difficile vivere. Napoli è piena di ratti. I napoletani non sanno fare la raccolta differenziata. A Napoli, su ai quartieri spagnoli, alla Sanità, a Scampia è pieno di camorristi. Questo è più o meno l’elenco dei cliché che hanno sostituito quelli più antichi che volevano i napoletani come un popolo di cantanti e suonatori di mandolino che mangiano pizza e prendono tutto alla leggera.

Lo spettacolo che è andato in scena al Te.Co.  per la regia di Antonio Lepre pur partendo dalla buona intenzione di contrastare l’immagine del camorrista proposta dalle fiction in tv e dichiarare, senza mezze misure, che la camorra è una merda, non riesce a svincolarsi da una serie di cliché. L’errore più grande che commette l’autore, a parer mio, è quello di aver affrontato un argomento tanto complesso e con un obbiettivo così alto, con troppa superficialità.
La storia è incentrata sulle vicende di un aspirante boss di quartiere, ovviamente Scampia, arruolato in giovane età dalla camorra. Riccardo, è questo il suo nome, cresce facendo il corriere, violentando le ragazze, rubando e uccidendo tutte ma proprio tutte le vittime di innocenti della camorra, da Antonio Landieri a Gelsomina Verde. Forse un unico personaggio che contiene tutti i malavitosi. Questo futuro Re di Scampia ascolta la musica dei cantanti neomelodici e parla in modo sguaiato. Resta un fantasma inavvicinabile, invece, il personaggio del “Santo”. Anche lui uno e molteplice, personificazione di tutti i capoclan e dei politici mafiosi. Solo un accenno, però, in un'unica battuta, si fa ai rapporti tra malavita e politica e pur volendo denunciare i motivi per i quali i giovani si avvicinano alle mafie, così come avverte nelle note di regia, nemmeno una parola è spesa intorno alla totale assenza dello Stato. Ma è Riccardo il protagonista e la storia è la storia è sua. L’angelo del “Santo”, che scorrazza delinquendo da un quartiere all’altro in sella alla sua vespa.
Non mancano i buoni: una famiglia costretta subire lo stupro dell’unica figlia con un padre che cerca di farsi giustizia da solo e un giovane parroco, desideroso di salvare i giovani del rione. La soluzione proposta dallo spettacolo, attraverso la figura del parroco, è quella di mandar via i ragazzi in posti lontani in cui la camorra non possa trovarli. Il piano del parroco è quello di attirarli in chiesa con il pretesto di vedere insieme la partita del Napoli, rinchiuderli e farli partire in gran segreto. Anche in questo caso, la soluzione appare superficiale oltre che insensata. Forse un tantino irrispettosa nei confronti di tutte quelle realtà che operano, nei vari quartieri di Napoli e in provincia, con i ragazzi a rischio. Questi operatori non attirano a sé i giovani con una scusa, suonano alla porta delle loro case. Non li rinchiudono con la forza, si siedono al loro tavolo e mostrano loro una realtà diversa, una vita alternativa. Non li spediscono lontano da casa ma aprono strutture una porta accanto alla loro, come "Casa Arcobaleno" a Scampia (visto che di Scampia si vuole parlare), in cui i ragazzi si recano spontaneamente, desiderosi di mutare la loro condizione e realizzare ognuno il proprio sogno che non necessariamente è quello di diventare un capoclan. Solitamente la soluzione è nel mettere e non nel togliere. Pensiamo a Don Peppe Diana (visto che di un parroco si vuole parlare).
Al di là della storia, del tema trattato e delle idee che possono discordare, uno spettacolo è fatto anche di carne e di ossa.
La scena è molto semplice ma funzionale, Riccardo ha uno scrannetto ricoperto di panno rosso che è il suo trono. Un bersaglio per le freccette è appeso alla parete di fondo e un tavolo è, di volta in volta, altare o tavolo da cucina.
L’interpretazione degli attori è un po’ tentennante, forse è dovuta alla poca esperienza della scena visto che la compagnia è comunque giovane. Le due interpreti femminili − Laura Pagliara e Marta Cutolo − hanno offerto una buona prova. Il personaggio della vecchia Michelina risulta simpatico anche se l’attrice ha dovuto trattenersi dal ridere un paio di volte. Alcune battute ironiche, messe qua e là nella storia, sembravano fuori luogo e potevano essere evitate. La giovane Marta Cutolo, nel ruolo dell’adolescente, è stata spontanea e intensa. Il momento migliore è stato quello della declamazione della poesia di Viviani 'O Fravecatore e qui i complimenti vanno ad Antonio Lepre per la sua interpretazione.
Lo messinscena è stata divisa in due parti dall’intervallo. La seconda si apre con un lungo monologo stile comizietto di Riccardo, che viene fuori dal suo personaggio e torna ad essere il ragazzo per bene che frequentava il liceo prima di darsi alla malavita. È una lunga parentesi in cui si denunciano i reati della camorra e il protagonista confessa i suoi misfatti. Seguirà la scalata al trono, la faida tra i clan, il rimorso e il prologo del Riccardo III di Shakespeare tradotto in napoletano. Perché lo spettacolo è ispirato proprio al Riccardo III ma, anche questa volta, solo superficialmente.

 

 

 

 

Riccardo III. Live from Scampia
da William Shakespeare
regia e adattamento Antonio Lepre
con Antonio Lepre, Stefano Aloschi, Laura Pagliara, Luca Sangiovanni, Marta Cutolo, Gigi Lista, Luca Avolio
musiche originali Damiano Davide
produzione Centro di Igiene Teatrale
durata 1h 30'
Napoli, Te.Co./Teatro di Contrabbando, 18 gennaio 2014
in scena dal 17 al 19 gennaio 2014

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