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Lunedì, 20 Gennaio 2014 00:00

Grande spettacolo di gala!

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Un martellare insistente ed incessante proveniente da fuori scena accoglie il pubblico che cerca la sua poltrona biglietto alla mano. Ai suoi occhi si presenta una scena scarna. Funi sulla sinistra, più avanti una sedia a dondolo con lo schienale volto alla platea, verso il fondale nero dall’altro lato vi sarà una piccola orchestra, delle percussioni, strumenti a fiato, un contrabbasso ed una tastiera. Al centro, in tutto questo nero e a questo vuoto disordinato, vi è un mucchio di scarpe bianche. Siamo in un circo, lo si intuisce subito, il martello sta preparando lo spettacolo.

Ogni rumore cessa quando entra in scena il Direttore del circo che si poggia sulla sedia a dondolo e L’Omino di Burro, che segue subito dopo, intona una filastrocca illuminato da una sinistra luce verde. Introduce lo spettacolo, seduce gli spettatori del circo/teatro chiamandoli/ci ruffianamente "Amori miei”, “Vendetemi il vostro passato in cambio di fave”. Sul palco la band suona e le musiche scritte da Luca Toller si alterneranno alle storie dei protagonisti. I personaggi sono tre, anzi quattro se si considera, oltre a Lucignolo, anche Pinocchio che sulla scena è evocato da un bastone di legno e la testa di somarello. Come si dice nel gergo televisivo, L’anima buona di Lucignolo, tratto dal testo di Claudio B. Lauri, è uno spin-off, una storia che prende vita da una costola di un’opera più ampia come il Pinocchio di Collodi, per divenire una storia autonoma, a se stante, premiata già al Fringe del Napoli Teatro Festival del 2013.
Questa storia racconta una vicenda triste, un mondo che è un microcosmo di “lidi fittizi fatti di balocchi, fame inganno vendetta odio e amore”. Tutta la storia che ci viene narrata dai tre personaggi va letta come una favola triste che, come tutte le favole tristi, è una metafora del mondo vero, quello che non prevede principi e lieto fine. Sulla scena c’è, dunque, quello che l’Omino stesso definisce un circo morente, una società morente. Sulla scena c’è, dunque, una finzione che svela una società fatta di finzioni. All’Omino di Burro che si rivolge agli spettatori del circo, cioè del teatro, l’espediente metateatrale di rivolgersi ad esso, i personaggi che scendono dal palco per girare nella platea, serve a svelare l’inganno che solo il teatro può rivelare.
L’Omino di Burro è un truffatore dalla voce melliflua, un trafficante di ciuchini venduti come schiavi-attrattiva di un circo morente. Ha la faccia bistrata di bianco come gli altri personaggi, vestito con un pastrano malandato, con stracci che gli escono dalle tasche, al collo porta delle piccole scarpe bianche di bimbo appese ad una rozza corda. Lucignolo e Pinocchio sono i due somarelli che l’Omino ha venduto al Direttore. Pinocchio, divenuto una star nel saltare nel cerchio di fuoco, gode delle attenzioni della bella acrobata Fiordespina, di cui anche Lucignolo si è vanamente innamorato. Una sera, però, Pinocchio si azzoppa e verrà portato via, allora Lucignolo prenderà il suo posto nel circo morente e lui diventerà una star. Il Direttore racconta questo antefatto al pubblico, anche lui vestito con una giacca rossa lacera e consunta, una camicia un tempo bianca, al collo una chiave di ferro dove aveva rinchiuso il suo asinello dalle uova d’oro. L’Omino di Burro, fiutando l’affare, con l’inganno trova il modo di riprendersi Lucignolo. La bella Fiordespina bacerà il ciuchino che sta per essere portato via che, nel corso del viaggio, grazie a quel bacio, ritornerà ad essere un ragazzino. Così si ripresenta al circo sempre più morente, affamato e lacero, con la spavalderia di chi torna celebre dall’Expo di Parigi come stella della danza, pronto per prendersi la sua Fiordespina. Alcune luci poste direttamente sul palco tagliano il buio obliquamente proiettando ombre inquiete che preparano la fine triste di Lucignolo che scopre, dalle parole del Direttore, che Fiordespina è di un altro ed è incinta.“Ingannato, martoriato, ucciso” canta il Direttore quando in una tinozzetta di legno il ragazzino ha trovato la morte. Una morte che somiglia al delitto nel braccio penzoloni dalla vasca che ricorda il quadro di Jacques-Louis David, La morte di Marat.
Con la morte di Lucignolo muore tutto il circo, con la fine della speranza e dell’illusione muore la giovinezza, linfa vitale di un circo morente, che è un teatro morente, che è una società morente.
Tutte quelle scarpe bianche al centro della scena sono le tracce tangibili di tutti i ciuchini passati per quel circo sgangherato regalando vita affinchè ci fosse un circo ed un pubblico. O forse perché c’era un circo, pur anche scalcagnato, ed un pubblico.
La trama corre veloce impreziosita dalle voci dei protagonisti che si identificano con il loro personaggio: il Direttore e l’Omino sono voci basse baritonali, cupe, cantilenanti, mentre la voce di Lucignolo è di Mario Zinno, davvero bravo a passare dal falsetto a toni più leggeri e chiari senza perdere il colore della malinconia.
“Nessuna idea ha più valore, nessuna passione è più allegra senza una platea per cui valga la pena spezzarsi le ossa”.
Finchè c’è un pubblico, c’è una speranza. Anche in un’operetta dark nel ventre del pescecane.

 

 

 

 

L’anima buona di Lucignolo – Nel ventre del pescecane
di
Claudio B. Lauri
regia Luca Saccoia
con Enzo Attanasio, Luca Saccoia, Mario Zinno
musicisti Carmine Brachi (batteria percussioni), Francesco Gallo (strumenti a fiato), Renzo Schina (contrabbasso), Luca Toller (piano)
musiche originali Luca Toller
costumi Gina Oliva
disegno luci Luigi Biondi, Giuseppe Di Lorenzo
maschere Claudio Cuomo
elementi lignei Giorgio Caterino
produzione Doppia Effe production, E45 Napoli Fringe Festival, Nerosesamo
in collaborazione con Benevento città spettacolo
con il patrocinio di Fondazione Nazionale Carlo Collodi di Forlimpopoli città Artusiana
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro San Ferdinando, 16 gennaio 2014
in scena dal 16 al 18 gennaio 2014

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