“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Martedì, 14 Gennaio 2014 00:00

Spettri riflessi, in una sera d’inverno

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Al fuoco di un camino, tra un ambrato tepore e un croccante bagliore, un racconto d’inverno accomoda l’anima stuzzicando impressioni che nel brivido trovano rifugio, casa. Un racconto che dica di storie fantastiche, se poi di fantasmi si tratta. Questi finiscono per nascondersi nelle suggestioni di un’immagine, di una voce che soffia, di un lamento strozzato: la storia si conclude ed i fantasmi restano nel luogo livido della fatica di allontanarli. Per non cedere alla tortura delle catene dei ricordi ingombranti, delle altrettante paure  di ritrovarsi faccia a faccia con gli ignoti spettri riflessi. Da soli, in fondo, può accadere.

E se fosse tutto diversamente sensibile, visibile, al non fuoco di un camino ma all’ombra del tiepido bagliore di un’altra stanza, quella di una scena? Un baule e qualche abito adagiatovi sopra, un attaccapanni ed un cumulo di sedie capovolte l’una sull’altra: una scena spartana ma composta, essenziale nell’idea di richiamare una precisa attenzione non su quanto di tacito vi giaccia, piuttosto su quanto di loquace e latore di riquadri emotivi evochi altrove, in un tempo ed in uno spazio sperduti e altrettanto perduti.
C’è un teatro ed una scena. C’è una scena ed una misteriosa storia che chiede di essere raccontata. C’è un uomo, che garantisce di non essere un attore, che spasima per dar voce a questa storia pur di dimenticare, di liberarsi dal ricordo del passato. C’è, poi, un regista rapito dalla curiosa necessità di vedere, e rendere visibile, quanto ancora non sa di poter conoscere.
L’uomo vacilla al pensiero di rinnovare la verità di quella storia, ed il regista insiste affinché la racconti, entrandovi inspiegabilmente da solo, quasi che l’intreccio prenda ad impossessarsi della sua voce, dei suoi gesti, della sua memoria.
“Erano le 9:30 di sera, la vigilia di Natale… C’era qualcosa nell’aria quella notte…”.
Il freddo motore inizia a scaldarsi e la macchina parte, come per effetto di un meccanismo sinistro. C’è un viaggio che ha inizio e si dice che parta da Londra. Infedele compagna è la nebbia, lenti ed ingannatori i passi che muove. I ruoli si alternano, tra una vicenda ed un’altra, fili nel tessuto di una stessa ed ‘incompiuta’ storia, nel fiato ormai sincronico di una perfetta intesa che il regista ed il non-attore (pur sorpresi) non potrebbero più celare. In lontananza, qualcosa come una musica si muove ora rada ora fitta arrivando alle spalle, come lungo un brivido, come in un freddo d’inverno.
In una terra lontana, silenziosa e solitaria, giunge un avvocato per occuparsi della tutela dei beni lasciati da una sua anziana assistita. Inutili i tentativi di capire perché, a pronunciarne il nome, ogni volto in paese cambiava, ognuno di quei pochi volti superstiti in quella terra chiusa nella pericolosa stretta di uno spesso manto di nebbia. Nebbia che avvolge, che spaventa, che stordisce, che cercare di capire dove si rifugi la verità è un pericolo che si nasconde nel solo pensiero.
L’anziana signora è morta ma nessuno vuole fermarsi a ricordare. Sua sorella Genette, costretta da infelici circostanze, le aveva affidato la cura del suo bambino ma, tornata, non aveva più potuto avvicinarsi a lui. Nessuno vuole fermarsi a ricordare eppure l’avvocato precipita in quel ricordo senza appartenervi. Genette non tornerà più ad essere madre. La nebbia s’infittisce sempre più, come il pianto stridente di una giovane voce. Una palude trattiene un calesse ma nessuno vuol parlarne. L’anziana signora è morta ma nessuno vuole ricordarne la storia. Un calesse è rimasto imprigionato nella morsa di una palude. Genette non sopporterà, eternamente, di non aver più potuto essere madre.
Le ombre non scompaiono, se il richiamo del dolore le vivifica: Genette non sopporterà, eternamente, di non aver più potuto essere madre. Una storia si conclude ma un’altra si perpetua: tragico è il destino dell’avvocato, se lo spettro del dolore si scaglia furioso sulla vita di sua moglie e del suo bambino. Il dolore conosce strade dove, spesso, il Bene diventa invisibile: gli occhi del dolore non vedono che il Male. E gli spettri si fanno presenti, oltre ogn’immaginazione.
C’è una terra lontana e una dolorosa storia che prende a raccontarsi e a rinnovarsi. C’è un uomo, un avvocato, costretto a raccoglierla. C’è un teatro ed una scena; qui un uomo, in cerca d’autore, spasima per raccontare una storia da cui liberarsi ad ogni costo. C’è un regista rapito dalla curiosità di vedere rappresentata questa storia sconosciuta. Tutto si compie, come da copione d’ignoto autore. Non manca nulla, neanche l’arrivo di un’anziana spettatrice, vestita di nero. Peccato che ad averla vista non ci sia stato nessuno meno che il regista.
Tutto si compie. Come il Male che, evidentemente, segue strade lungo le quali il Bene arriva bendato.
Di noir c’è l’abito dell’anziana signora. Tutto il resto, a partire da Henry James, è l’inconfondibile metateatro di cui Paolo Cresta e Nico Ciliberti regalano al numeroso pubblico un’emerita lezione di stile.

 

 

Racconto d’inverno
da Henry James
regia Paolo Cresta, Nico Ciliberti
con Paolo Cresta, Nico Ciliberti
Napoli, Il Pozzo e il Pendolo, 11 gennaio 2014
in scena 11 e 12 gennaio 2014

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