“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Lunedì, 13 Gennaio 2014 00:00

Dove abitano i ricordi?

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Dove abitano i ricordi? In quali stanze sopravvivono le memorie? In quali meandri tortuosi si snodano i vissuti? In angoli, cassetti, sgabuzzini, spazi riposti e reconditi della mente, giacciono e sedimentano ad un livello più o meno conscio, patrimoni esistenziali che compongono il corredo genetico di ciò che siamo, sintagmi del nostro divenire, mappature dei nostri precordi.

In angoli, cassetti, sgabuzzini… Le 99 stanze di Berconàch si offre allo spettatore come proposta di esplorazione di quegli angoli, di quei cassetti, di quegli sgabuzzini: lo spettatore diviene attore continuando a rimanere al contempo spettatore; l’attore diventa demiurgo di questo processo di riscoperta, di viaggio a ritroso e verso un’essenza primigenia.
In un gioco di analogie necessariamente differenti, nell’attraversare porte, corridoi, stanze, sovviene un senso del déjà vù che riporta all’inseguimento ellittico e barocco di una memoria criptica, come nel capolavoro di Resnais L’anno scorso a Marienbad. Berconàch, diversamente da Marienbad, si sfronda di tutto l’apparato barocco, riducendosi alla memoria essenziale, ripercorsa in senso dinamico ed antinarrativo.
In corridoi stretti come cunicoli ci si inoltra di stanza in stanza, di cantuccio in cantuccio, di memoria in memoria, inseguendo tracce di memorie altrui, riconoscendo le proprie. Le 99 stanze di Berconàch si offre allo spettatore – che s’accorpa in manipoli di sette per volta – come un viaggio interiore che sembra voler accompagnare a partire da una memoria prenatale alla ricerca del proprio divenire; spettatori ed attori ad un tempo, si è chiamati ad essere partecipi in prima persona di questa ricerca, di un rito sciamanico che inizia nella prima stanza con l’imprimatur di una “levatrice dell’anima”, figura maieutica dalle cui mani si riceve una fiala di lievito vitale; ciascuno vi ritrova impresso su il proprio nome, mentre ci si inoltra nel dedalo di cunicoli e stanze, per anditi bui e stretti corridoi. Suggestioni ti camminano accanto, sembrano prenderti per mano, guidandoti con suoni ed odori; i sensi sono allertati, curiosi di carpire ogni stimolo visivo ed ogni parola recepibile all’intorno. Così si passa da spettatori di una scena che sembra vivere in un altro tempo, istantanea di un interno familiare apparecchiato per Natale, ad attori della propria creazione partecipando al rito della panificazione col proprio lievito, metafora della propria crescita, di cui ciascuno è artefice e per la quale a ciascuno necessita pazienza.
Il viaggio continua per accumulo, suggerendo suggestioni che si aggiungono a suggestioni, accastellando ricordi di esperienze possibili, un’informe rigatteria affastellata sembra suggerire un marasma montante di memorie che si confondono, per poi riportare indietro alla riconsiderazione dell’infanzia, dalla quale ci si finisce per separare con un senso di estraneità. Ricordi accatastati in scatole, spazi angusti che si fanno pletorici, spaesati nel dedalo si prosegue di corridoio in corridoio, di stanza in stanza, di memoria in memoria.
C’è tanta suggestione nelle Stanze di Berconàch, tanta suggestione che sembra aver già allignato altrove, che accarezza – sempre e ancora – il senso del déjà vù. E così, abbandonandoci ancora al gioco delle analogie, oltre alla celluloide di Resnais, ci solleticano la memoria idee e spunti precipuamente teatrali, che vanno dal teatro sensoriale, dichiaratamente ripreso, esplicitamente allestito (e non possiamo non riportare la mente al lavoro del Teatro dei Sensi Rosa Pristina), alla rivisitazione (citazione?) del lavoro di Alessandra Asuni con Matrici, segnatamente nel passaggio rituale della partecipazione diretta all’opera di panificazione. Richiami che appaiono come arricchimenti e non come meri calchi; ma il percorso della memoria delle 99 stanze pare denunciare un limite di sovrabbondanza, appesantendosi di simbologie che talvolta sfuggono ad una immediata decrittazione, trasmettendo altresì la sensazione che qualche elemento manchi di reale spessore simbolico e sia piuttosto fine a se stesso.
È così che il dedalo che si percorre ed in cui ci pareva essere sulle prime accompagnati e tenuti per mano, alla fine ci lasci da soli quando i passi sono ancora incerti e gli occhi ancora immersi nel fosco e cupo dominio dell’ignoto, quando è ancora sospeso il ponte intangibile che lega l’infanzia che fu all’adulto che si è diventati, quando è ancora vaga e nebulosa quella ricerca del sé originario verso il quale si rischia di percepire un senso di totale estraneità.
La salvaguardia della memoria, da strappare all’ingiuria del tempo, minaccioso d’oblìo, finisce pertanto demandata quasi per intero allo spettatore, che esce dal dedalo di cunicoli, corridoi e sale col medesimo interrogativo inevaso con cui vi era entrato: dove abitano i ricordi?

 

 

 

 

Le 99 stanze di Berconàch
ideazione, adattamento e regia Michele Pagano
con Patrizià Bertè, Gabriele Russo, MariaTeresa Buonpane, Giuseppe Bottone, Giovanni Santonastaso, Gerardo Benedetti, Alessandra Mascarucci, Brillante Massaro, Damiano Rossi, Carmine Covino, Rino Rivetti, Peppe Zappia, Doriana Costanzo, Stefania Remino, Giulio Caputo
aiuto regia Maria Macri
scene IBM
passaggi sonori Andrea Giuntini
in collaborazione con Andrea Ferraiuolo
lingua italiano
durata 55’
San Leucio (CE), Officina Teatro, 10 gennaio 2014
in scena dal 20 dicembre 2013 al 12 gennaio 2014

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