“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Martedì, 07 Gennaio 2014 00:00

Solitudini in un interno

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Due solitudini indotte alla reciproca e coatta compagnia; due solitudini di donna, differenti per ceto ed estrazione, accomunate da un legame di parentela acquisito – sono consuocere – abitano uno stesso interno portato in ribalta; lo abitano per volontà congiunta, che s’intuisce venata d’egoismo dei rispettivi figlioli, convolati a nozze e determinati a lasciare che le rispettive attempate genitrici si facciano “buona compagnia”, incuranti delle evidenti incompatibilità che sussistono fra le due, Cibele e Serena.

Cibele e Serena, due caratteri che dipanano la rispettiva essenza a partire dal nome: l’una spocchiosa e ammantata d’un’aria di superiorità, ostenta un’albagia che l’induce al dileggio sarcastico dell’ignoranza dell’altra, che però è padrona di casa; quest’ultima, anima semplice, veste gli abiti dimessi della propria estrazione popolare.
Questa l’essenza drammaturgica di cui si sostanzia Due signore, partitura teatrale fino ad oggi inedita di Manlio Santanelli. Dramma della solitudine e dell’abbandono, che però stempera l’amarognolo della tematica in una scrittura che s’alleggerisce in toni da commedia, che nel loro divenire scenico tracimano a tratti in farsa.
Tre quadri su un’unica scena, un interno in cui le due donne soggiornano fra dispetti, alterchi e contumelie, segnali del disagio della propria condizione di coinquiline forzate, effetto di una vita che ha riservato loro la coda amara di un sostanziale abbandono.
La solitudine e il disagio sono in effetti i sentimenti dominanti che si respirano in assito, sentimenti ai quali giunge come unico consolatorio – ma poi nemmeno tanto – palliativo la visita di un medico e del suo impacciato figliolo, epigono maldestro e caricaturale della traccia d’Ippocrate. Ma il vero svolgimento drammaturgico è nella psicologia delle due donne, o meglio nella loro personalissima battaglia psicologica, che è guerra di posizione, di logoramento, destinata a priori a concludersi senza vincitori né vinti, causa pregressa e strutturale inanità di due vite confinate nel cul de sac d’un convivere incongruo.
Lo spessore drammaturgico della pièce è da storia ordinaria, dal tratteggio tenue con pizzichi d’ironia spruzzati qua e là, che variano tra il godibile ed il prevedibile; la messinscena denuncia una certa qual fiacchezza, rimanendo per lo più qualche tono sotto livello; gli stessi spunti comici, i giochi di parole che nascono dagli strafalcioni di Serena, raggiungono la platea smorzandosi in flebile sorriso, mentre gli aspetti caricaturali del giovane aspirante medico appaiono d’un farsesco eccessivo, che non del tutto s’intona col resto, come una cravatta chiassosa su un vestito che abbia pretesa di sobrietà.
Lo stesso confronto fra i due mondi delle due protagoniste rimane accennato, tutto affidato al motteggio salace dell’una e verace dell’altra, senza però tradursi davvero in una dialettica conclusiva; il senso ultimo di quel che appare in scena sembra consistere nel legame che si marchia di indissolubilità fra due persone tenute insieme da un’altrui convenienza, che paiono essere tanto incompatibili da non sopportarsi, ma che al contempo vivono ciascuna la presenza dell’altra come un fastidio inconsapevolmente necessitante.
Di certo non siamo di fronte alla scrittura più pregnante di Santanelli, così come ci pare che la regia non vi abbia aggiunto granché di rimarchevole, rimanendo attestata su un lavoro di maniera. Dramma venato di commedia o commedia venata di dramma che sia, Due signore lascia dietro di sé, almeno in questa messinscena, volatile traccia.

 

 

Due signore
di Manlio Santanelli
regia Riccardo De Luca
con
Tinni Auricchio, Caterina De Angelis, Riccarco De Luca, Salvatore Veneruso
produzione Experimenta Teatro
assistenti alla regia Roberta De Pasquale, Michele Romano
scene, costumi, organizzazione generale Roberta De Pasquale
luci Paco Summonte
fonica Alessandro Messina
foto di scena Michele Di Lillo
lingua italiano e napoletano
durata 1h 15'
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 4 gennaio 2014
in scena dal 3 al 5 gennaio 2014

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