“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Martedì, 07 Gennaio 2014 00:00

Una speranza possibile in una mostra impossibile

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È nella bella cornice napoletana del convento di San Domenico Maggiore (dove il domenicano Bruno si formò), tra le copie messe a disposizione nella cosiddetta Mostra Impossibile dei capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio (digitalizzate sì, ma fedeli per dimensioni e tratti a quelle originali), che l’Associazione Culturale NarteA ripropone la storia dei “no” di Giordano Bruno. Quei “no” che − anche se rischiosi − van detti, per difendere la dignità di quell'atto eccezionale che si chiama pensare, o meglio ancora, pensare indipendentemente dalle opinioni comuni, le quali potremmo il più delle volte ricondurre ad una precisa e sottile logica di condizionamento mentale: uno dei tanti nomi più o meno sofisticati con cui si può chiamare la schiavitù.

La visita guidata teatralizzata si intitola Fiamme e Ragione, realizzata con il Patrocinio morale dell'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, in collaborazione con l'Associazione Pietrasanta Polo Culturale e Neartpolis; il titolo dell’iniziativa ben esprime la storia di un domenicano rivoluzionario, Giordano Bruno, anzi "Filippo", come sottolinea il dott. Gianfranco Russo che, da bravo Cicerone, spiega che in realtà questo era il suo vero nome, in onore del “Re cristianissimo” Filippo di Spagna.
“Quando penso a lui guardo, curioso, con i miei occhi nel cielo, perché prima di lui si pensava che le stelle fossero attaccate ad un unico cielo come il presepe”, così gli spettatori sono introdotti dal Russo nel centro del chiostro, dove − come fossero voci di un fantasma− citazioni e immagini del rogo vivo della Ragione, avvenuto a Campo dei Fiori il 17 febbraio nel 1600, prendono forma.
Ci sono filosofi la cui fama è legata indissolubilmente all'originalità del proprio pensiero, alla grandezza delle proprie idee o ancora alla complessità dei loro “sistemi”. Tra questi filosofi molti hanno avuto delle esistenze alquanto “tranquille”: in Grecia Platone, Aristotele ed Epicuro si facevano conoscere fondando scuole; Cartesio, parecchi secoli dopo, era solito poltrire nel letto fino a tarda ora prima di dedicarsi alla scrittura; Hegel o, ancora, Heidegger avevano rassicuranti cattedre dalle quali seminavano la loro filosofia.
Ma proprio la filosofia non smette mai di sorprenderci, ed il XVI secolo ha avuto modo di accogliere, nella sua seconda metà, una figura che non solo si è presentata come un originale pensatore, ma che ha fatto delle sue rivoluzionarie idee un vero e proprio modus vivendi, fino ad accettare di non rinnegarle neanche dinanzi alle ardenti fiamme del fuoco inquisitorio: Giordano Bruno.
Egli ha dimostrato che la filosofia non è solo un astratto esercizio di pensiero che si perde, parafrasando Aristofane, "tra le nuvole" ma, piuttosto, è un solido patto tra vita e pensiero, attraverso la cui radicalità si può azzardare a sperare di divenire testimoni di un messaggio che ricordi, agli uomini, che stare al mondo non significa soltanto far parte di una tela (a volte sin troppo opaca) di rapporti umani, in cui bisogna di necessità rispondere alle gerarchie con un incondizionato “sì”.
"Sono satana? Sono maschera del demonio? L’unico demone che conosco è la conoscenza!", ecco cosa fieramente risponde il filosofo ai suoi accusatori.
Tra i tanti simboli e richiami storici e filosofici del complesso domenicano, ad Antimo Casertano l’onore e l’onere di prestare voce e corpo agli “eroici furori” di Bruno. Febo Quercia ripropone una drammaturgia inedita ed essenziale, così come conviene al tipo di visita, ed è come entrare in uno sceneggiato senza tempo: "Qua l’uomo non è più libero di pensare", esplode così la voce del filosofo nell’ala dove risiedevano i novizi, a fianco alla cella che fu di Tommaso d'Aquino: così inizia la storia del filosofo di Nola. Scomunicato sia dai cattolici, che dai Luterani, che dai Calvinisti, il monaco leggeva nascosto nel bagno i testi di Aristotele, di Raimondo Lullo, di Erasmo.
Nella sala del Capitolo siamo catapultati a Venezia, fra i quindici affreschi con le quindici pose del rosario, in un incalzante dialogo con Giovanni Mocenigo, il nobile veneziano che lo denunciò per eresia perché non soddisfatto nelle proprie aspettative di accrescere il suo potere grazie alla “magia naturale” di cui si diceva fosse conoscitore il filosofo: "… do lezione di filosofia naturale ai sorci, mio signore!". Parola di Bruno.
Pensavano che Bruno sapesse come esercitare potere e come dominare l’anima; credevano che col denaro si potesse comprare anche la cultura ma, le sue risposte indisponenti, hanno segnato le coscienze: "Vivi pure nel tuo stato asinino, ma vivere così è come vivere da morti".
Nel grande refettorio tra le suggestive tele digitali di Caravaggio, siamo al cospetto del cardinale Bellarmino che − interpretato splendidamente da Antonio Perna, vestito di rosso sangue − tenterà inutilmente di far ritrarre al filosofo e frate domenicano le otto tesi per cui era stato giudicato eretico dal tribunale inquisitorio.
Giudicato tale, Bruno risponde piuttosto di essere "terribilmente vivo".
"Mai come adesso" − commenta sottovoce Annacarla Tredici − "mi appare chiara la vicinanza della luce pittorica ed intellettuale fra Caravaggio e Bruno". È buffo che in scena, poi, troneggi il dipinto digitale delle Sette opere della misericordia e che quasi nessuno sappia che l’originale è a Napoli, presso il Pio Monte della Misericordia.
Nel discendere lo scalone costruito nel 1799 e voluto dal cardinale Ruffo, sentiamo echeggiare i venti capi di accusa contro Bruno. Immaginiamo la scena, che ci viene solo raccontata: quella in cui Bruno bestemmia fino a costringere i suoi aguzzini ad usare la mordacchia per bloccargli la lingua. Forse teatralmente si poteva osare di più, ma resta suggestiva una chicca di fine spettacolo, avvenuta nel Chiostro Delle Statue in cui − le ultime parole proferite da Bruno prima del rogo del 1600 − sono accompagnate (qualcuno si sarà chiesto se per caso o da copione) dal canto di alcuni gabbiani che, insieme al pensiero del filosofo, solleva la mente verso nuovi orizzonti di libertà.
A sorpresa un frate domenicano, che silenziosamente ha osservato tutto, decide di aggiungere qualcosa, e parla ai visitatori con pathos, annunciando che Bruno parla ancora, che "ci parla ancora, perché non si smorza la vita quando è autentica e voi ne siete portatori!".

 

 

 

 

Fiamme e Ragione
drammaturgia
Febo Quercia
voce-guida Gianfranco Russo
con Antimo Casertano, Sergio Del Prete, Antonio Perna, Giuseppe Romano
produzione Associazione Culturale NarteA
foto di scena Marco Venezia
Napoli, Complesso di San Domenico Maggiore, 4 gennaio 2013
in scena il 4 gennaio 2013 (data unica)

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