“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 19 Dicembre 2013 00:00

Sfiducia al popolo!

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L’ingresso a teatro è già spettacolo. Ti accolgono, in sottofondo, voci, registrate, di leader politici e religiosi, presenti e passati. Ci sono Giovanni XXIII e Francesco I (papa), c’è Khomeini, c’è Mandela, ci sono Andreotti, Mao, Kennedy, Bush, Marchionne ed anche, ci sembra, il Gian Maria Volonté de Il caso Moro; ci sembra, perché un pubblico diseducato ad un inizio non canonico dello spettacolo, non consente approfondimenti. Celestini è sul fondo della platea, accanto al tecnico audio e luci, la sua presenza non scoraggia il vociare.

Finalmente si decide di abbassare le luci, ora si possono distinguere Craxi, Berlusconi e D’Alema, preferivamo il brusio. L’autore, di nero vestito, smette di pettinare con le mani il profondo pizzetto e si avvia sul palco. Con fare informale e divertente, quasi cabarettistico, invita gli astanti a spegnere i cellulari e a non fare foto, poi sottolinea che stiamo per assistere ad uno spettacolo “sperimentale e d’avanguardia”. Perché? Perché dirlo? La scenografia essenziale già lo annunciava, ma, soprattutto, avremmo voluto rendercene conto da soli.
Ha così inizio una sorta di introduzione, in cui ci è chiarita la sinossi e il senso dello spettacolo. Ci dice di un Paese in cui è in corso la guerra civile, di cui nessuno sembra accorgersi, in cui tutti si preoccupano, e quindi discutono, solo della pioggia che cade inesorabile. Ancora una volta, perché? Al termine chiediamo all’artista se queste premesse fossero parte integrante dello spettacolo o pensate ad hoc per il pubblico eugubino. Ci conferma la preterintenzione. Non chiediamo altro, ci basta così, ci basta prendere coscienza di questa mancanza di fiducia nel pubblico. Uno spettacolo che si presenta come sperimentale, fin dalle prime esplicite battute del suo autore, non può dire tutto e subito, non può mandar via lo spettatore senza curiosità, non può non lasciare spazio alla riflessione su ciò che non s’è visto né udito; uno spettacolo che vuole essere “sperimentale e d’avanguardia” deve lasciarsi portare a casa, deve sedimentarsi, lentamente, sulla base della lingua, che ne parlerà il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Quello che segue è sicuramente interessante, frutto di un lungo studio e di una magistrale interpretazione. Assistiamo a considerazioni piccolo-borghesi e fascistissime, di un sedicente uomo di sinistra. “Io sono di sinistra, e noi di sinistra conosciamo bene la Costituzione”, come i cattolici conoscono la Bibbia, a spanne, sappiamo che nell’art.11 della Carta Costituzionale, si dice che "l’Italia ripudia la guerra", ma certe volte è necessaria, è umanitaria, come in Libia, lì s’è dovuta mettere da parte anche l’antica amicizia che legava Berlusconi e Gheddafi, perché gli interessi commerciali in gioco erano molto alti, anche se, certo, il rais c’ha fatto diversi piaceri, ad esempio molti africani ce l’ha bloccati, altrimenti sai che invasione?!… ma io sono di sinistra! E così la locuzione “io sono di sinistra” è associata, di volta in volta, a termini quali “negro”, “frocio”, “razza”, “sudditi”.
In iperboliche rappresentazioni del populismo che domina tutte le discussioni presenti nell’agenda politica italiana, Celestini mostra la difficoltà, per il popolo, di riconoscersi come sudditi, al cospetto delle doti retoriche del tiranno che racchiude in sé tutte le proteiformi facce del Potere; sviluppa un’attenta analisi del linguaggio che si vuole di sinistra ma che tale non è; elenca alcuni dei fallimenti della sinistra italiana, le contraddizioni ed i paradossi in cui è caduta, fino alla speranza di “un Berlusconi di sinistra” che Renzi sembra incarnare.
“Io sono di sinistra… ma me ne frego!”, urlato con tanto di saluto romano, mano destra alzata, pone fine all’introduzione.
Celestini, ora, si cala nei panni di quattro coinquilini, quattro storie diverse, accomunate dal tentativo − fallito − di chiudersi in un solipsismo sociale, prima ancora che psichiatrico; storie in cui si mette in luce l’occulto insinuarsi del dispotismo altrui, la noncuranza del prossimo, dove c’è però anche un barlume di speranza gestita da chi prende coscienza della propria condizione, del proprio essere un invisibile, “perché solo un uomo invisibile può vedere un altro uomo invisibile”. Sono storie che prestano il fianco ad atteggiamenti feroci, violenti, crudeli, ma ad una crudeltà quasi distratta, dettata dalla necessità della sopravvivenza e dalla rassegnazione.
Unica interruzione ai monologhi, una registrazione di una delle condomine che telefona ripetutamente al portiere (ad ogni fine storia) perché sposti il sacco che occlude l’ingresso alla sua abitazione; nel sacco altri non c’è, che il cadavere del vecchio portiere.
Rispetto a questa grottesca rivelazione, Celestini continua a montare la sua scenografia.
Tutto, quindi, dice dell’indifferenza e dell’appiattimento morale in cui siamo sprofondati “noi di sinistra”; anche il discorso finale del dittatore: “Cittadini! Lasciate che vi chiami cittadini anche se tutti sappiamo che siete sudditi, ma io vi chiamerò cittadini per risparmiarvi un’inutile umiliazione”, in cui si chiede un’elezione democratica che ricorda molto quella di Hitler a Cancelliere. C’è qui, però, qualcosa che ad un certo punto intenerisce, e non vogliamo leggervi né pressapochismo, né paraculaggine, perché è un’operazione che ci serve; tra i vari riferimenti a personalità politiche passate, Celestini parla di Gramsci, e di un immaginario Governo Gramsci che affiderebbe il Ministero dell’Economia ad un contadino, quello della Giustizia alla madre di Aldrovandi o di Cucchi, o a quella di Giuliani; o quello degli Esteri a uno dei ragazzi bloccati nei CIE di Lampedusa. Lo spettacolo ha ancora qualche minuto ma per noi finisce qui. Ci piace fermare nella memoria questa immagine e questo rimpianto, per poter urlare ancora più forte la nostra indignazione e la nostra speranza.
La scenografia è, nella sua povertà, molto curata: alcune aste di legno verticali ed una struttura piramidale sul fondo, nascondono punti luce mobili che permetteranno di identificare i diversi personaggi interpretati; la griglia apparentemente rovente, su cui salirà il tiranno per il comizio finale, è costruita ad ogni cambio scena dall’unico uomo presente: l’autore, attraverso la decostruzione della struttura sul fondo; la tanica bianca amplificata, da cui Celestini lascia scendere l’acqua in gocce, simula il rumore della pioggia. Tutto parla il linguaggio della ricerca dell’essenzialità, della cruda realtà, dell’abbandono dell’orpello, del superfluo, del convenzionale, del commerciale. Anche gli oggetti di scena dicono della solitudine massificata abbattutasi sui “sudditi”.
Lo spettacolo piace molto, ma avremmo preferito essere liberi di comprendere, riflettere e giudicare, senza i suggerimenti iniziali. Contenti di essere chiamati popolo, sudditi, merde, avremmo preferito che queste provocazioni fossero state totali, senza filtri. Se erano un colpo allo stomaco ed uno al cervello quelli che voleva sferrare Celestini (l’uso corposo delle parolacce rafforza la nostra convinzione), c’è riuscito solo in parte, tradito dalla sua sfiducia nel pubblico. Si potrebbe pensare ad una tesi, quella che considera il popolo come massa amorfa e acritica, portata avanti con coerenza, sino al punto di doverne spiegare il senso, ma questo rigore logico non convince. Crediamo, invece, che nella costruzione drammaturgica si sia tenuto conto della difficoltà che avrebbe incontrato uno spettacolo (non a caso si parla di studio nel sottotitolo), in qualche modo, di rottura, e s’è pensato di facilitarne la fruizione. Peccato!

 

 

 

Discorsi alla nazione. Studio per uno spettacolo presidenziale
di e con Ascanio Celestini
produzione Fabbrica
lingua
italiano
durata 1h e 50'
Gubbio (PG), Teatro Comunale, 15 dicembre 2013
in scena 15 dicembre 2013 (data unica)

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