"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 17 Dicembre 2013 00:00

Il senso dei tempi dispari

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I tempi dispari sono quelli che permettono di ricomporre i frammenti delle cose (emozioni, sensazioni, racconti, canzoni). Sono i tempi in cui dai frammenti embrionali e dettati dalla fase post-creativa si arriva subito al collegamento di questi, al loro disegno, in cui appare la rivelazione del segno che già c’era. In una non piccola sala di un’associazione napoletana, il chitarrista-cantante Enrico Russo ha “messo in scena” i suoi brani, i frammenti, in uno spettacolo di teatro e danza, un esperimento per cercare di dare vita a questi frammenti.

Servendosi dei testi di Sarah Kane e Cesare Pavese ha reso arte il significato delle sue canzoni, attraverso dialoghi e riflessioni.
“Respirare”, “vivere”, “incontrare”: un attore sembra essere il punto di congiunzione e riflessione dei racconti nascosti dietro i segni alfabetici musicati. La sua voce insegna a fermarsi, sentire il respiro, a lasciarsi attraversare dalle emozioni, dal fluire del mare e dal calore del sole, al riparo dalla frenesia che la vita impone.
Una coppia, invece, racconta della problematica di congiunzione amorosa. Lui rincorre lei, il suo corpo, il suo profumo e cerca il suo amore; lei, invece, è sfuggente, genera il tempo di attesa. È una danzatrice e si muove sinuosa nello spazio. La loro storia si consuma intorno ad una sedia intarsiata, unico punto fermo e stabile per gli attori. Lei ha un vestito rosso, segno di amore e forte passione.
Enrico Russo rivela una grandissima “mano chitarristica”, fa vibrare lo strumento come se fosse una chitarra elettrica, perlustrandone i suoni forti e quelli più morbidi, attende paziente che gli attori si facciano avanti per descrivere le sensazioni generate dalla sua musica.
Un pubblico di amici, familiari, in uno spazio familiare, molto accogliente. Un bel progetto, insomma, che parte dal presupposto di collaborazioni artistiche, in cui è possibile dire e raccontare con la voce, con il corpo, con il suono: tutto in completa armonia e complementarità al fine di descrivere e far sentire al pubblico sentimenti e storie, sia personali che collettive.
Mi è sembrato curioso il titolo. Parlare dei tempi dispari, sembra qualcosa di negativo, ovvero qualcosa di interrotto, che non trova il suo corrispettivo e la ricerca dell’artista è proprio in questo senso, nel trovare la congiunzione delle arti. I tempi dispari, inoltre, sono dei tempi musicali in cui si aprono possibili mondi e realtà che possono arricchire i significati. E quando questi significati sono ampliati anche dalla parola e dal movimento scenico, allora, la preziosità aumenta. Simboleggiano, credo, anche la possibilità dell’identificazione, come i numeri primi che possono riflettersi solo in se stessi e trovare così il senso dell’esistenza.
L’esperimento di Enrico Russo è riuscito con successo ed ha tutti i presupposti di uno sviluppo ad maiora, che possa dare uno stimolo a molti per quanto riguarda le collaborazioni artistiche ed i progetti condivisi.

 

 

 

La ballata dei tempi dispari
di e con
Enrico Russo
attoriLeonardo Bilardi, Salvio Di Massa
danzatrice Martina Verde
fotografia  Alice Valentino
durata 50’
Napoli, Teatro Palcoscenico, 13 dicembre 2013
in scena 13 dicembre 2013 (data unica)

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