“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Lunedì, 09 Dicembre 2013 01:00

Un altro giorno felice, per dirla nel vecchio stile

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C’è Beckett, c’è Giorni felici, c’è la regia di Andrea Renzi, c’è Nicoletta Braschi. C’è folla e c’è attesa in platea; un’attesa che si protrae, ben oltre il consueto quarto d’ora di cortesia, rendendoci per un po’ come epigoni ad orologeria di Vladimiro ed Estragone. Ma il nostro Godot è solo appena appena in ritardo, ad un’apertura di sipario poco più in là.

Schiusa la tenda di scena v’appare una donna, Winnie, insaccata a mezzobusto in una montagnola fatta di pietre di cartapesta; sullo sfondo un paravento colorato di nuvole e deserto all’orizzonte; le suppellettili del quotidiano fan contorno a Winnie, un ombrellino ed una borsetta contenente l’immancabile spazzolino, i belletti, una lima per le unghie, più una rivoltella la cui bocca veglierà minaccia incombente puntando su di lei per tutto il tempo. Già, il tempo… il tempo di un altro giorno felice che si consuma, “né meglio né peggio”, all’insegna di “nessun cambiamento, nessun dolore” nella stasi di Winnie, una Nicoletta Braschi imparruccata di biondo, in abito color panna con spalline di paillettes argentate, alle cui spalle s’intuisce la presenza del marito Willie, Roberto De Francesco, presenza discosta ed avulsa da qualsiasi pertinenza dialogica con la consorte; con panama e veletta calati sul capo, legge il giornale, indulge ad uno sterile piacere solitario (in scena evocato da una fotografia ch’egli maneggia); prontamente rimbrottato da Winnie, è indotto infine a riparare, strisciando, nel suo buco dietro al paravento.
Felicità palesemente manifestata, espettorata dal querulo argomentare della donna, che si contenta d’un monosillabo, d’un grugnito d’assenso, d’un colpo di tosse o d’uno scaracchio che denoti la presenza di Willie per gioirne.
Le giornate felici di Winnie sono scandite dai suoni d’una sirena e dal ciclico ripetersi di atti comuni che sono riproposizione continua di un canovaccio di scena: Winnie recita la pantomima d’una felicità ostentata, in cui il rimando alla teatralità ricorre come segnale che rivela e dichiara la finzione: “Strana sensazione che qualcuno mi stia guardando […]. Strano? No, non qui” – nel primo atto – e ancora: “Qualcuno mi sta ancora guardando, sta ancora preoccupandosi di me; è questo che trovo meraviglioso”, nel secondo atto. Rimando alla teatralità della messinscena che appare palese anche nella scelta di una montagnola cartonata, come fosse il fondale di un cartoon, come abituro della donna.
Dramma dell’inazione e della (non) comunicazione, o meglio, della comunicazione destrutturata di senso, Giorni felici nella versione di Andrea Renzi appare lavoro accuratissimo di riproposizione filologica, che sfrutta appieno le capacità attoriali di Nicoletta Braschi, la quale sciorina un livello interpretativo eccellente; la sua mimica facciale regala alla svampitezza incantata di Winnie un’espressività vivida; i suoi occhi son pupille roteanti all’intorno, vaganti verso una felicità ricercata e intravista in oggetti cui si attribuisce vita propria; la sua voce, capace di cadenzare inflessioni, di variare i registri, di fare il verso a personaggi evocati, è altro strumento del mestiere maneggiato con maestria. Vedendo recitare la Braschi si percepisce di essere dinanzi ad un livello di recitazione superiore di spanne alla media.
La sacra luce d’un nuovo giorno felice la sorprenderà ancor più sprofondata nel terreno, a giubilare ancora per la nuova grazia di una felicità veicolata dalla sicurezza dei propri oggetti, isole di affidabilità cui aggrapparsi, e dalla placida, dichiarata inconsapevolezza (anche “non sapere con certezza è una vera grazia!”).
Eppure, sottotraccia, c’è la consapevolezza di non poter fare più niente, ma al contempo la necessità di dover dire di più. Esigenza, istanza, necessità che si condensa nell’urlo muto di Winnie per interposta persona (allude a qualcuno che ne contempla dal di fuori la condizione), urlo muto che, per dirla con Adorno, “grida senza suono che deve essere diversamente”.
Un altro giorno felice si compie, con Willie che striscia verso Winnie, questa volta elegantemente vestito in frac, cilindro e bicrome calzature, nell’inane tentativo di un congiungimento, di una contiguità che possa aver senso, sussulto frustrato di un’inazione che tenta di diventare azione, di violare la finzione del giorno felice per riappropriarsi di un qualche senso reale. Fallendo.
Iperbole assurda, metafora della condizione umana dell’uomo novecentesco, non ancora ribaltata dal nuovo millennio, Giorni felici si ripropone in tutta la sua beckettiana freschezza in una veste teatrale che strappa applausi convinti, per dirla nel vecchio stile.

 

 

 

 

Giorni felici
di
Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Andrea Renzi
con Nicoletta Braschi, Roberto De Francesco
luci Pasquale Mari
scene e costumi Lino Fiorito
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi
produzione Melampo/Fondazione del Teatro Stabile di Torino
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Sala Assoli, 6 dicembre 2013
in scena dal 6 al 15 dicembre 2013

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