"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Sabato, 07 Dicembre 2013 01:00

Una rilettura superficiale

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Quasi come un dispetto, come un cruccio che si è preso e che non si vuole confessare, come uno sbaglio che non si desidera ammettere e che viene permesso o di cui ci si prende ancora l’arbitrio. Ferito a morte di Claudio Di Palma – qualunque sia la sua forma (lettura-preludio in un bellissimo scorcio posillipino, vera e propria messinscena da teatro, di nuovo lettura-preludio ma fatta sul palco) – torna riproponendo gli stessi limiti, le stesse cadenze, la stessa superficiale versione dell’opera.

Ancora una volta. Ancora una volta occorre costatare che – del libro di La Capria – poco o nulla davvero è messo in pratica, che poco o nulla si rende, che poco o nulla significa questa regia che riduce il romanzo (un piccolo capolavoro oblomoviamo sul tedio, il senso d’abbandono, il piacere tiepido di far scorrere la vita senza prendervi parte) ad una memoria stanca e tardiva, ad un’anziana espressione del come eravamo, cosa è successo, allora ci accadde.
Residui della già errata esperienza al Mercadante occupano il palco del Nuovo: a resistere al crollo di quello spettacolo sono: cinque teli bianchi che fanno da quinta e da base per le proiezioni d’immagini (sciabordii, azzurro profondo del mare, riquadri di sole cangiante, giochi di tonalità tra il turchese, il celeste, il blu e il bianco); le due sdraio che servivano a rendere il circolo gagà-borghese e che adesso – come una suggestione – si notano in alto a sinistra, dietro il fondo velato della scena; un proiettore cinematografico, ch’era base del letto su cui il protagonista dormiva e che richiama un brandello del testo (“Possibile che tutto avviene come in un film?”); il piccolo tavolino verdognolo con sopra la macchina da scrivere e una sedia mentre, nel retro, stazionano i musicisti e l’attrice-cantante che ha il compito di evocare due termini (“Ricorda”; “Massimo”) come fossero lontane resistenze sonore, echi tardivi, ossessioni che non passano e tornano a visitare l’aria e il presente.
Unico vero interprete, un Mariano Rigillo di chiaro vestito (come al Mercadante, beige su bianco), di cui si fa fatica a comprendere il ruolo: interpretazione del protagonista del romanzo? Rappresentante altro e oggettivo di quella stagione che Napoli ha vissuto? Traghettatore di parole e di pagine? O piuttosto incerto rimando al La Capria medesimo, sua metafora, sua personificazione? Propendiamo per quest’ultima ipotesi, come sembrerebbe far intendere il finale di Ferito a morte. Preludio: Rigillo declama l’ultima frase, volge lo sguardo a destra, abbandona il leggio (inopinatamente comparso a dieci minuti dal termine), siede posando il libro che ha in mano sulla macchina da scrivere, comincia a battere i tasti: come si volesse alludere che – appena pensato, immaginato, composto con gli occhi e col fiato –  adesso il racconto va messo con urgenza su pagina: riannodati i fili, rivisti i fantasmi, riconosciuto se stesso e la propria giovinezza, riapparsa e intesa la Grande Occasione Mancata.
Tuttavia – a conferma di quanto questa regia generi dubbi e sospetti di inadempienze – ci si chiede perché allora dotare il Rigillo medesimo di una copia del volume di La Capria – fisso in mano questo Oscar Mondadori da sette euro e ottanta – sulla cui prima parte sono incollate (foglio su foglio) le parti da leggere? Perché mostrare il libro prima che il libro sia composto? Perché non tramutarlo in un blocco di fogli bianchi o in una serie di pagine su cui l’inchiostro deve ancora scivolare?
È, questo incoerente dettaglio, un segno dei limiti dell’intera operazione che – nel tentativo difficile di rendere la scrittura (segno che viene dopo gli eventi, gesto in ritardo, testimonianza di quel che è già stato) in atto teatrale (che vive al presente, ora e qui, al cospetto del pubblico) – si limita a giocare con le rifrangenze cromatiche, coi barbagli dei fari, col vedo-non-vedo dei residui d’allora ponendo sedie e voci e rumori nel retropalco, come fossero immagini languide, più chiare, friabili, incerte eppure esistenti, appena percepibili e dunque percepite sì ma attraverso il velame del tempo, patina che misura la distanza e soglia che separa ma pure collega il prima all’adesso.
Ne viene perciò una riduzione dell’originaria complessità romanzesca, tramutata in vicenda puramente personale più che in metafora di qualcosa di più ampio e profondo e – se è un bene che siano scomparsi i macchiettismi pittoreschi, facili e da cartolina, del Ferito a morte che fu allo Stabile – deve anche dirsi che è totalmente assente la complessa propensione al pastiche letterario (quel “castello di parole, ora tenero, ora spietato, ora ironico” capace di “riflettere la realtà frammentaria, i valori deformati, il dramma di una società che si è disfatta” di cui parlava Enzo Golino commentando l’opera di La Capria) e che la parola – in questa lettura che proprio la parola dovrebbe esaltare – finisce per essere proposta con evidente stanchezza, con lentezza spossante, con affanno di recita.
Inteso come una “concertazione del dire”, come un “contrappunto narrativo”, come un mormorio per i timpani, questo Ferito a morte. Preludio finisce per trascinarsi – dunque – come un pallido sforzo commemorativo, come una presenza non più necessaria.
Dimentica, infatti, la tematica dell’onnipresente “immobilità napoletana”, della “circolarità esistenziale come risucchio”, dell’”attrazione-distruzione” che la città compie “sulla formazione di un giovane”; dimentica la “psicologia del miracolo”, l’antitesi tra “miseria e commedia”, la propensione assolutoria “di ogni condanna”; dimentica la denuncia lirica dell’enorme “straripante indulgenza”, dimentica la capacità lacapriana di descrivere “il grumo vischioso dei sentimenti e dei risentimenti sociali”, il “crollo delle illusioni”, l’affarismo dei “cavalieravvocaticommendatori” (non basta, infatti, evocare solo il passaggio agli abusivismi edilizi a Palazzo Donn’Anna): dimentica insomma gran parte del romanzo che pure ostenta, riducendo il gran mare della prosa in un rivolo lamentevole, in un fiumiciattolo nostalgico, in una rimanenza acquosa e senza carattere.
Dimentica ricordando, questo Ferito a morte. Preludio; dimentica ricordando soltanto le cose più semplici da ricordare (il sole che disegna lucide trafitture a parete; la bella giornata; il saliscendi delle onde; la sicurezza del tuffo; la spigola; il silenzio degli abissi; l’emozione di uno sguardo femminile; il tacito dolore di veder svanita ogni possibilità concreta), oggettivando quest’ultime in segni assai facili (esempio: “pareva un aeroplano da bombardamento” genera il rumore di un velivolo di passaggio, sonoro extra-scena) ed affidandosi al mestiere di un attore che non riesce mai a dissimulare o ridurre o nascondere la presenza del libro, inquieta forma blu, bianca e rossa, che domina e che ci rende la macchinosità e il distacco, la separazione, la freddezza di ciò che vediamo.
Nessun vero patimento può sentirsi, nessuna partecipazione è possibile, nessuna voluta illusione teatrale ci viene offerta mentre si persevera in questa forma quasi bidimensionale: debole, pallida, insicura, di maniera e oramai immotivata.
Quasi fosse un dispetto, un cruccio, quasi fosse uno sbaglio che si fatica ad ammettere e con il quale si insiste. Ancora una volta.

 

 

 

 

Ferito a morte. Preludio
da Ferito a morte 
di
Raffaele La Capria
regia Claudio Di Palma
con Mariano Rigillo
musiche Paolo Vivaldi
pianoforte Paolo Vivaldi
violoncello Federico Odling
violino Salvatore Morisco
voce cantante Antonella Ippolito
produzione Compagnia Vesuvioteatro
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Nuovo, 5 dicembre 2013
in scena dal 4 all'8 dicembre 2013

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