“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 02 Dicembre 2013 01:00

Homo homini lupus

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Dimensione domestica quella del teatro Palcoscenico. La sala è gremita. Gente di tutte le età e di tutti i tipi. Ci sono anche dei bambini. All’apertura, manuale, della tenda del sipario appare un quadro, che farà da sfondo e riferimento topografico di tutta la narrazione. È in bianco e nero. C’è una luna piena e un mare in tempesta, che ricorda, chissà se consapevolmente, la grande onda di Hokusai. Buio. Resta in scena il bianco della spuma delle onde. Luce. Tre donne vestite di rosso e nero in pose plastiche di disperazione. S’odono rumori confusi, come di vento e tempesta.

Scarna ed essenziale la scenografia: un ramo secco, un tavolino, poche bisacce. Col procedere dell’azione comprendiamo che si tratta di una zattera e che i tre personaggi in scena sono tre naufraghi. Uomini. Ci si mette un po’ a comprendere che quelle tre donne in realtà stanno impersonando dei ruoli maschili, con casuale, ma perfetto straniamento.
La prima frase che si sente pronunciare è : "Teng’ famm’".
La storia, ridotta all’osso (ché di spolpamento si tratta..), è semplice: esaurite le provviste sulla zattera uno dei tre dovrà far da cibo agli altri. Tutto ruota attorno ai funambolismi verbali che ciascuno metterà in scena per evitare di immolarsi. Tutto ruota attorno all’egoismo umano. Alle menzogne che si è in grado di inventare per mantenere il potere. Al fatto che una bugia ripetuta tante volte in coro diventa una verità. Alla debolezza del vinto che la folla trasforma in vittima sacrificale, al punto che non solo non è più in grado di ribellarsi, ma, perversione estrema del potere, giunge addirittura a desiderare di immolarsi. La bugia ripetuta tante volte.
Tutto questo, così serio, così tragico, così hobbesiano, è declinato in salsa napoletana (del resto stiamo parlando di succulenti manicaretti...), con frizzi e lazzi che nulla hanno di volgare, ma sono piuttosto capolavori di arguzia e nonsense.
Le tre donne/uomini sono diverse e simili. La più alta e magra, il capo, sostiene il ruolo del cattivo, approfittatore, bugiardo, prepotente, astuto e calcolatore (immaginiamo rappresenti ‘o sazzio). La vittima sacrificale è più bassa, balbetta, ha gli occhi buoni e il fare materno (così straniante rispetto al ruolo maschile, immaginiamo sia o’ riuno). Infine chill’ ‘mmiez, meno astuto del capo, più subdolo, prono al volere dominante, anche al di là dell’evidenza.
Insomma, un esperimento interessante questo di Bruno De Marco: prendere un classico del teatro dell’assurdo, In alto mare del polacco Slawomir Mrozek, e tradurlo in napoletano, facendo l’occhiolino al proverbio che recita O’ sazzio nun crede o’ riuno (alla lettera il sazio non crede al digiuno, ovvero chi ha non è in grado di comprendere la sofferenza di chi non ha). La lingua è pensiero. Quelle parole pertanto, passando dal Baltico al Mediterraneo, hanno acquistato un diverso calore, un diverso colore. Si sono tinte delle espressioni caricate dei volti delle tre attrici. Hanno acquisito quel ritmo guizzante della battuta pronta che rende lieve ogni tragedia. O almeno sopportabile. O forse proprio per questo più assurda.
Interessante l’assunto, portare il teatro al popolo, riuscito il prodotto. Bravissime le tre attrici, non professioniste, che hanno costruito lo spettacolo nel laboratorio teatrale di Bruno De Marco, infondendo linfa vitale in quelle parole straniere, regalando i loro colori, i loro accenti, le loro personalità in un caleidoscopio variegato di tutto rispetto.
Forse nessuno in sala ha mai letto Hobbes, o saprebbe tradurre homo homini lupus, o ha mai riflettuto sulle dinamiche del potere, del consenso, dell’essere folla. Ora queste idee, sotto il velo lieve della risata, ché lo spettacolo è godibilissimo e non un racconto a tesi, hanno acquisito un nuovo passaporto in terra napoletana.

 

 

 

 

‘O sazzio, ‘o riuno e chill’ ‘mmiez
farsa in lingua napoletana liberamente ispirata a In alto mare
di Slawomir Mrozeck
di Bruno De Marco
con Maria Colucci, Lina Gargiulo, Ida Lauropoli, Marcella Lombardi, Antonella Sposito
videomaker Luigi Locorotondo
produzione Compagnia Nudavoce
lingua napoletano
durata 50’
Napoli, Teatro Palcoscenico, 29 novembre 2013
in scena data unica

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