“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 27 Novembre 2013 01:00

La bisbetica domata (?) secondo la vis comica di Laura Angiulli

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“Una donna irosa è come una fontana intorbidita fangosa, brutta a vedersi, opaca, priva di bellezza, e finché è così, nessuno, per quanto a gola secca o assetato, si degna di sorbirne o toccarne una goccia”.
Con queste parole William Shakespeare descrive uno dei suoi personaggi più rappresentati a cinema e teatro, emblema della volubilità dell’animo femminile: Caterina Minola, in arte “La bisbetica domata”, portata in scena sul palco di Galleria Toledo di Napoli da Laura Angiulli.

La regista partenopea attinge al vasto repertorio delle commedie del vate inglese e sceglie quella che per definizione maggiormente risponde al tema della sagace ironia. Serio e faceto fanno da filo conduttore ai temi attorno a cui ruotano le vicende di Caterina, sua sorella Bianca, il capofamiglia Battista e tanti altri.
Il motore dell’azione è l’usanza, in voga all’epoca, del matrimonio di convenienza, panacea di tutti i mali.
Alcune semplici regole governavano le modalità dell’unione, in primis la priorità della prima figlia a prendere marito e subito a seguire le generose condizioni economiche dell’aspirante marito. Nelle redini di questo diktat sociale, a cui lo stesso Shakespeare era contrario, rimane imbrigliata anche la dama più ribelle, irosa e scontrosa di Padova, l’indomita Caterina, che il poeta descrive non a caso con l’appellativo “bisbetica”, (tradotto in inglese con il termine shrew che ha origine dal latino sorex, che definisce una specie di sorcio particolarmente mordace).
A causa del suo temperamento, nessuno vuole la donna in moglie, mentre una folla di pretendenti pronti a tutto si contende la mano della sorella minore Bianca, docile, mite e virtuosa, alter ego femminile di Caterina. Tra questi c’è il timido Lucenzio che si improvvisa precettore grazie alla complicità del suo scaltro servo, pur di poter trascorrere delle ore con la sua amata. Ma le carte in tavola presto cambiano, quando all’orizzonte arriva la figura di Petruccio, il giovane forestiero di Verona che, attirato soprattutto dalla dote dell’indocile primogenita, riesce nell’impresa in cui tutti avevano fallito prima: prendere in moglie Caterina e spegnere i suoi bollenti spiriti. Come? Semplicemente rendendole pan per focaccia, replicando esattamente i suoi comportamenti, in modo tale da renderle uno specchio riflesso dei suoi difetti.
Gli ingredienti per la buona riuscita della commedia ci sono tutti, grazie al testo del drammaturgo inglese che per la sua vis comica qui presente maggiormente che nelle altre sue opere, è altamente fruibile da un più vasto pubblico. Tuttavia proprio per questo, risultano eccessive alcune forzature macchiettistiche che a tratti sottraggono il dovuto spessore critico al copione. L’abuso della pratica en travesti, seppure contemplata dalla drammaturgia del commediografo, risulta ridondante e rischia di conferire al personaggio di Giovanni Battaglia una pirandelliana molteplicità di identità in bilico tra un’improbabile commistione di dialetti e personalità.
Convince maggiormente l’interpretazione di Massimiliano Gallo, che veste a pennello i panni di Petruccio, una scelta collaudata da parte della regista che però poteva osare di più. Infatti minor spazio rispetto agli altri personaggi è concesso alle figure femminili della brava Francesca Florio nei panni di Bianca e Alessandra D’Elia in quelli di Caterina. Quest’ultima riesce a dare maggiore prova del suo talento soprattutto nel monologo a chiusura di sipario, in cui protagonista è il verbo shakespeariano, libero, disinvolto, arguto e contemporaneo, pungente come una serpe velenosa e voluttuoso e dolce come lo schiudersi di una rosa.
Sì, perché protagonista della scena è la dualità dell’animo femminile e le sue contraddizioni, che si risolvono in un’apparente accondiscendenza all’autorità maschile di uomo, sposo e signore, ma si tratta solo dell’ennesima riprova dell’arguzia e dello spirito di adattamento proprio del gentil sesso.

 

 

La bisbetica domata
da
William Shakespeare
drammaturgia e regia
Laura Angiulli
con Giovanni Battaglia, Alessandra D’Elia, Francesca Florio, Massimiliano Gallo, Roberto Giordano, Stefano Jotti, Antonio Marfella
allestimento scenico Rosario Squillace
paese Italia
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Galleria Toledo, 24 novembre 2013
in scena dal 19 novembre al 1° dicembre 2013

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