“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Mercoledì, 27 Novembre 2013 01:00

Piccoli Beckett, ma con speranza

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Brevi gags di coppia; piccoli giochetti clowneschi; interrelazioni minime fatte di frasi che si ripetono, di gesti che si ripetono, di silenzi che si ripetono alternandosi a micromonologhi, inserti leggermente più prolungati, nei quali l’uno o l’altro personaggio svolge il ruolo di primo, con la spalla al suo fianco. Ma anche: una condizione di stasi vischiosa, un immobilismo di partenza da cui sembra impossibile evadere, una casa-non-casa (un tappeto a scacchi, un fiore di stoffa, una lampada da pavimento, due sedie, un tappetino) che è simile tanto ai luoghi-non-luoghi del teatro dell’assurdo: lì dove sorgono pareti immaginarie, dove gli spazi sono segregati per quanto non se ne veda la fine, dove non c’è apertura possibile, possibile fuga all’esterno. E in più: una metateatralità continua, costante, ben definita per accenni, ammicchi, sguardi diretti col pubblico (“È un poeta”), per scoperta illuminata di questo stesso pubblico (“C’è un sacco di gente”) o per scambi dialogici che alludono alla presenza su scena ed alle parti da recitare in commedia (“Ma, quanto meno, vai a tempo”; “E poi devi migliorare”; “Sì, ma calmati! Parole misurate, devi fare delle pause, altrimenti non mi arrivano le parole”).


C’è molto Beckett in questo Due passi sono di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi: c’è il Beckett di Giorni felici, che infossa una coppia tra ricordi e ciarpame costringendoli a fare scherzosa sopravvivenza in comune (e così rivediamo la scena della lettura del giornale). C’è il Beckett di Aspettando Godot, che obbliga due pagliacci a fissare un appuntamento col nulla e con nessuno, facendogli godere la lenta tortura del “presente infinito” (e così sentiamo, facendo metafora con la torta, che “il bello è aspettare”, che il timer “è una cosa tremenda”, che “cuocere è molto meglio che essere cotti”). C’è soprattutto il Beckett di Finale di partita, che reclude in una stanza due macchiette ammalate – reciprocamente scorbutiche, ma necessarie l’una all’altra – facendogli immaginare l’esterno (e così ci sembra di assistere ad una forma uguale e diversa dei duetti di Hamm e di Clov, tra oggetti che non servono a niente e illusioni o speranze o miraggi che vengono dal “guardare fuori”: “Vedo, vedo il cielo, vedo un fico d’india”).
C’è molto di Beckett perché di Beckett c’è la stantia permanenza costrittiva, il ricambio dei giorni che non cambiano mai, l’inganno del tempo utilizzando il tempo per gli inganni, i trucchi, gli esercizi e gli impegni che servono a far girare le lancette. E c’è molto di Beckett perché di Beckett c’è la propensione alla pantomima zuccherosa e dolciastra, all’improvviso farsesco, al ritorno costante di quella battuta (“Pe”. “Cri”. “Pe”. “Cri”. “Dove sei?”. “Qui”) o di quel gesto (l’indice della mano destra che tocca il centro degli occhiali, risistemandoli) perché la messinscena abbia un suo ritmo (scandito e cronometrato dall’interno) ed una sua forma (storia di minime storie, spettacolo di spettacolini più piccoli).
C’è molto di Beckett ma c’è qualcosa che in Beckett non c’è: la speranza. Se, infatti, i personaggi dell’irlandese languiscono fino ad appassire del tutto, senza mai trovare davvero una via d’uscita dalla tana-galera-teatro in cui sono stati costretti o in cui sono inevitabilmente cascati, invece la coppia-d’-amore-e-di scena di Due passi sono riesce a sopravvivere – più forte d’ogni condizione di blocco o di paura – ed a manifestare una voglia di luce, di colori, di vita e di momenti, emozioni, frammenti gioiosi, tramutando – tenacemente – i sogni, che sembrano solo sogni, in sogni che non rimarranno soltanto dei sogni.
“Desiderare vuol dire avere a che fare con le stelle. Le stelle non bisogna contarle. Le stelle sono infinite, come i desideri degli uomini”. Occorre perciò sforzarsi al movimento, avere il coraggio di abbandonare la propria sedia, la stanza, l’interno di casa, fare uno, due passi, giungere alla porta, varcare la soglia, prendere un buon respiro, farsi forza a rimanere in piedi, sostare un attimo sul tappetino con su scritto “Salve” e – in questo preciso momento – resistere al timore che suggerisce di tornare indietro: passato un battito, trascorso un istante, se si è ancora sul tappetino si può proseguire, conquistando l’esterno, lo spazio, le stelle.
Così Cri (la lei della coppia) può finalmente avanzare verso la platea, guardando un punto in alto, un angolo buio della sala teatrale dove appaiono brillanti astri impossibili, dove giacciono accumulati i pensieri, dove si riconoscono i propri desideri riposti: “Vedo, vedo una collina, ai piedi della collina un piccolo paese con le case che si tuffano nel mare. Ti vedo, sì, ti vedo in maniche di camicia che raccogli una rete da pesca. Vedo i paesani, tutti amici, che salutano e tu saluti a tua volta, stringi la mano a tutti. Io in alto, ti saluto, dalla finestra, sono ai fornelli e preparo la pasta asciutta. In mezzo, su una stradina, c’è una bambina, è bionda, ha le codine, gli occhi azzurri come i miei, il naso è come il tuo…”.
Accorta costruzione teatrale – che vive di piccole vignette animate (i giochi compiuti con una bottiglia di plastica, con un fiore di stoffa, con un pezzo di pane), di non-sense e di abilità parolaia nell’incidere dialoghi fulminanti (“Ma cosa stai facendo?”. “Guardo gli occhiali”. “Ma con gli occhiali si guarda, non si guardano gli occhiali!”), di affiatamento assoluto su scena (i brevi moti all’unisono, le corrispondenze fisiche, certi sguardi che s’incrociano nell’istante opportuno) – Due passi sono è, dunque, anche il riuscito racconto allusivo di una condizione (generazionale?) per la quale la felicità cui si aspira, senza sapere se se ne avrà diritto o possibilità, è fatta di un'esistenza minima, quotidiana, pulita, composta da piccoli affanni, brevi fatiche, semplici gioie: una casa in paese, tra la collina ed il mare; la stretta di mano coi vicini; una rete da pesca; una finestra da cui salutare mentre si prepara la pasta asciutta; una bambina con gli occhi azzurri; ma anche il bisogno di un abbraccio, il sapore del pane, un bicchiere d’acqua, la carezza dei polpastrelli alla guancia, il velo e le tulle d’un abito da sposa a pois, il buon profumo del talco nell’aria e le parole – bellissime – “Prometto di amarti di un amore particolare”.
Inchiodati in un punto morto, attivi per non cedere al dormiveglia, impegnati in buffonerie strampalate, i personaggi di Beckett vagheggiano un futuro che non avranno mai, vivendo un presente colmo di passato, di chimere, di piccole frustrazioni comuni e perpetue. Restano nel loro metro quadrato, al centro della stanza o nei pressi dell’albero e quando si avvicinano alle pareti, perlustrandole come si fa con i muri di una cella, si accorgono che non vedranno mai il cielo, che non cammineranno mai altrove.
Uomini e donne costretti al presente, attori costretti alla scena, sono gli avi di questi Pe e Cri che – disperati di una disperata voglia di provare a vivere – hanno il coraggio di andare sull’orlo, di affacciarsi in ribalta, di vedere cosa c’è a due passi, a solo due passi, da dove sono stati relegati: a inizio di scena, ovvero dalla nascita fino a un attimo fa.

 

 

 

Due passi sono
di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
scene e costumi Cinzia Muscolino
disegno luci Roberto Bonaventura
aiuto regia Roberto Bitto
collaborazione Giovanna La Maestra
foto di scena Ilaria Costanza
produzione Il Castello di Sancho Panza
durata 50'
Napoli, Start Teatro/Interno 5, 24 novembre 2013
in scena 23 e 24 novembre 2013

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