"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 21 Novembre 2013 09:34

L'occhio della madre

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Come può un testo scritto nel 1930 – rappresentato l’anno dopo – risultare sorprendentemente attuale ancora al giorno d’oggi, beninteso non nella narrazione di atteggiamenti e valori imprescindibilmente umani, non nella descrizione di eterne dinamiche sentimentali valide in ogni tempo e ad ogni latitudine, ma nella disamina dei meccanismi economici e delle pratiche (basse) che sono alla base delle strategie di arricchimento di una classe e di sfruttamento dell’altra?

Basterebbe solo questa considerazione a fugare il pericolo di essere un ”polpettone ideologico” per il dramma di Bertolt Brecht La madre, che l’autore tedesco trasse dal romanzo omonimo di Maksim Gor’kij, modificandone l’ambientazione storica che fa concludere ai giorni della rivoluzione d’ottobre. Pericolo quanto mai infondato proprio perché la pressoché totale scomparsa della forma di governo “comunista” dalla faccia della terra evita la possibilità che l’analisi attenta e reale del “modo di produzione capitalistico” sia dettata da livore e revanscismo ideologico. Ma il merito della ripresa del dramma di Brecht – portato in scena dal Teatro dell’Elicantropo per la regia di Carlo Cerciello dopo alcuni decenni di scomparsa dai palcoscenici italiani – consiste nella ragione squisitamente teatrale di far conoscere un valido esempio del teatro didattico e delle interessanti considerazioni sulla natura e la funzione sociale del mezzo scenico, secondo l’accezione che il drammaturgo tedesco ha dato del teatro epico. Un teatro che “persegue una drammatica non aristotelica” in cui “l’attore farà tutto il possibile per mettersi in evidenza quale intermediario fra lo spettatore e l’evento” (secondo le Note alla Madre che l’autore compilò nel 1936). Indicazioni difficilmente eludibili, e quindi pienamente rispettate nell’allestimento che è andato in scena il 16 e il 17 novembre al Teatro 99 posti di Mercogliano.
La chiave di regia che risulta più immediatamente evidente allo spettatore è che tutto, dai cambi di scena scanditi da cartelli che segnalano i luoghi dell’azione, al trucco degli attori, con volti coperti da cerone e occhi bistrati, ai costumi, sia un dichiarato omaggio alla gloriosa stagione del cinema sovietico degli anni Venti e Trenta, quello di Ėjzenštejn o di Pudovkin (che firmò la riduzione cinematografica del romanzo di Gor’kij nel 1926).
Anche la disposizione degli attori e del coro, le posture e i movimenti ricordano riprese a venti fotogrammi al secondo, nel contempo rispettando l’esigenza dello straniamento ed evitando il pericolo dell’immedesimazione. Teatro di esempio, di ragionamento, didascalico nel senso pieno e positivo del termine, fatto di chiarimenti ed esposizioni, e perciò necessariamente anti-naturalistico (teso a superare l’aspetto “naturale” dei fatti e a smascherarne l’artificiosità tutta umana della storia, le sue dinamiche di classe) trova degna colonna sonora nelle musiche che Hanns Eisler compose per l’occasione, diligentemente cantate in coro o da solista dai dodici interpreti, tutti particolarmente dotati vocalmente. Un insieme di attori motivati e affiatati, capaci di rapidi e precisi movimenti nei cambi di scena e nelle disposizioni sul palco, quasi un piccolo collettivo di sovchozniki della recitazione. Particolare menzione merita però la protagonista Imma Villa che interpreta una Pelagia Vlassova intensa, instancabile, ilare, mai pedantemente didattica, dagli sguardi degni della Vera Baranovskaya della versione pudovkiana. Notevole il quadro finale, vero trionfo socialista, con le bandiere rosse a comporre un gruppo scultoreo in linea con le rappresentazioni trionfanti della propaganda di regime (a questo punto vi avrei aggiunto le note di Vremya, vperyod! di Georgy Sviridov, per anni sigla del tg sovietico).
Nella generale compattezza dell’insieme stride non poco L’Avvelenata di Guccini con testo preso dalla presentazione che il defunto Smilgin fa di sé, proprio perché rompe l’omogeneità del corredo musicale originale. Ma si tratta di un peccato veniale che non pregiudica la coerenza del racconto. Bello l’uso dell’inizio del tema de La classe operaia va in paradiso di Morricone, dall’omonimo film di Elio Petri, a suggellare ancora una volta le suggestioni cinematografiche dello spettacolo.

 

 

La madre
di Bertolt Brecht
regia Carlo Cerciello
con Imma Villa, Antonio Agerola, Cinzia Cordella, Roberta Di Palma, Marco Di Prima, Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Aniello Mallardo, Giulia Musciacco, Antonio Piccolo
scena Roberto Crea
musiche originali Hanns Eisler
drammaturgia musicale Paolo Coletta
costumi Anna Ciotti, Anna Verde
trucco Gennaro Patrone, Imma Ferrari
foto di scena Costantino Mauro
produzione Teatro Elicantropo, Anonima Romanzi, Prospet
durata 1h 30‘
Mercogliano (AV), Teatro 99 posti, 16 novembre 2013
in scena 16 e 17 novembre 2013

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