“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 11 Novembre 2013 04:51

Guai a chi non sa portare la propria maschera!

Scritto da 

“Per me io sono colui che mi si crede"

 

Un uomo, durante una mascherata in costume, impazzisce e crede di essere il personaggio che interpretava alla festa, ovvero l’imperatore Enrico IV di Germania. Attorno a lui si avvicendano i funzionari di un ospedale psichiatrico che, pur di evitarne la chiusura, assecondano le false figurazioni di chi, oppresso dal ruolo sociale e dalla maschera, è uscito da una “forma” per assumerne un’altra.

Il grande mascherato, interpretato sapientemente da Roberto Solofria, alla rivelazione della cruda e corrotta realtà intuisce, in un istante, la vanità di sé e del mondo, ma non trova altra soluzione che indossare una nuova maschera per velarsi una seconda volta, frantumandosi così in Uno, Nessuno e Centomila. Egli, infatti, lotta non solo con il mondo esterno, contro la società che gli impone la maschera, ma anche all’interno di se stesso, dove pulsa il flusso continuo di una vita che non vuole rifulgere della luce cristallina in cui si fissa ogni finzione ideale, ogni apparenza di realtà, ogni illusione. In scena, delle ruote abilmente manovrate azionano un meccanismo che genera la luce, quella della ragione, che vorrebbe poter proferire la sua e comprendere gli automatismi di un ingranaggio, che per lo più le sfuggono. Ed ecco allora palesarsi la statica e risoluta Matilde, interpretata con pathos da Ilaria Delli Paoli, che enuncia la sua diagnosi ed è freudianamente tronfia di aver compreso le cause di quella malattia che ci si ostina a chiamare follia. Il mascherato, invece, la scuote fino quasi a distruggere quella fragile impalcatura che la sostiene ed è come se scuotesse, dalla loro limitata fissità, quelle leggi e quelle convenzioni che fanno dell’uomo una marionetta alienata e inautentica, di cui non si può non ridere. Sul palco tante sono le gag che generano situazioni umoristiche, ma si tratta pur sempre dell’umorismo pirandelliano, che irride gli sciocchi e i presuntuosi pieni di sicurezze, che simulano per ingannare se stessi. Ed è amaramente ridendo, dunque, che le menzogne, le violenze mascherate di legalità (quelle praticate nei manicomi), le storture della coscienza, le ipocrisie vengono impietosamente contestate, e ciò perché si instilli la dialettica del dubbio in chi non sa mantenere una continua disponibilità verso gli aspetti più scriteriati della vita.
Anche la finzione del protagonista, che è perfettamente sano, ma finge di non esserlo, rappresenta umoristicamente l’estrema prosecuzione di un atteggiamento che vuole portare allo scoperto l’impostura in cui vivono tutti, ma ciò al prezzo di escludere definitivamente Enrico IV dalla vita reale, perché non sa più cavalcarne il flusso, sicché la scena finale lo vede chiudersi definitivamente nella parte che inizialmente ha solo scelto di continuare a interpretare. Gli attori in scena hanno saputo rendere appieno lo spirito di tale dramma pirandelliano, abolendo quella “quarta parete”, la cui lacerazione ha permesso allo spettatore di assumere un ruolo attivo e coinvolto nell’azione, al punto che le domande dei personaggi erano presumibilmente le domande e i dubbi di tutti. Personalmente, assistendo allo spettacolo e soprattutto ascoltando la voce di Matilde (Ilaria Delli Paoli) che diagnosticava le cause delle “malattia mentale” e al contempo soffriva e pativa, ho provato un senso di commiserazione per l’immodestia con cui non riusciamo a riconoscere la miseria nella quale siamo imprigionati, la debolezza che ci impedisce di accedere al vero e la parte di squilibrio che ci tocca. La vera ragione non è mai, infatti, dialetticamente esente da un rapporto con la follia, da quello spettacolo inane, da quel rumore fatuo, da quello strepito di suoni e di colori che fa sì che il mondo sia soltanto il mondo dell’insania, un mondo da accogliere in se stessi, ma nella coscienza della sua fatuità, che è ”a un tempo quella dello spettatore e quella dello spettacolo”. La vera saggezza sta, dunque, nell’accettare la propria follia in modo che la ragione possa assegnarle la giusta collocazione, affinché la disarmi, impedendole di fare del male.

 


Sciapò
Enrico, l’ultimo
liberamente ispirato a Enrico IV
di
Luigi Pirandello
adattamento e regia Rosario Lerro
con Ilaria Delli Paoli, Roberto Solofria, Rosario Lerro, Antimo Navarra, Domenico Santo
costumi Ortensia de Francesco
scene Antonio Buonocore
foto di scena Marco Ghidelli
Caserta, Teatro Civico 14, 8 Novembre, 2013
in scena 8 novembre 2013 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook