“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 07 Novembre 2013 01:00

"Quanto può essere lunga un'ombra?"

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Esiste un passato che allunga la propria ombra sul presente con la cupezza sinistra degli scenari macabri; esiste un passato, nella storia di un Paese, le cui torbide vicende, i cui misteri insoluti, le cui occulte sfere, s’allungano ancora e ancora s‘allungheranno sulla storia patria disegnando un’ombra malevola e subdola, nella cui oscurità il sotterfugio, la collusione, il malaffare hanno potuto liberamente proliferare.

Esiste, fra queste ombre che s’allungano, l’ombra di una figura che più delle altre ha improntato di sé le vicende di un sessantennio di storia italiana, fin quasi al giorno della sua morte; quest’ombra, dalle orecchie puntute e dal profilo ricurvo e ingobbito, è quella proiettata da Giulio Andreotti, la cui sagoma ha attraversato tutta la storia repubblicana italiana.
A questo umbratile profilo prova a restituire alone di verità in assito Giulio Cavalli, che nel rielaborare in modo composito i fatti pregnanti della vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti, desidera sottolineare come punto di partenza un semplice assunto giudiziario: a dispetto di quanto certa (dis)informazione ha tentato di far credere, Giulio Andreotti non è mai stato assolto; il reato che gli veniva contestato era quello di associazione mafiosa, la connivenza con Cosa Nostra, la vicinanza ad esponenti di spicco della cupola malavitosa, sono fatti sanciti da una sentenza che solo la prescrizione è riuscita ad annullare.
La ricostruzione di questa vicenda storica e giuridica che porta in scena Giulio Cavalli ha un taglio che rassomiglia tanto a quello delle trasmissioni televisive di Carlo Lucarelli – che non a caso è tra gli autori dello spettacolo – giocando sapientemente sul tono della suspense che accompagna misuratamente il dipanarsi delle vicende, lo svelamento dei retroscena ed i rimandi agli intrecci di fatti interrelati e connessi. Rispetto al format televisivo, la riduzione per l’assito di Cavalli ha in più un’eloquenza che si raffina nelle parti in cui è monologo civile ed una attorialità che si espande, nelle parti in cui i personaggi di questa storia rivivono per bocca dell’attore, che ne imita le voci, da quella querula di Andreotti a quella roca di Buscetta, punteggiando qua e là di leggerezza il racconto mediante ironie mai dissonanti. Video ad integrazione dei fatti, con Giancarlo Caselli che puntualizza gli aspetti giuridici del processo Andreotti, mentre la voce di Cisco dei Modena City Ramblers contrappunta la narrazione offrendone sintesi da cantastorie in forma di ballata.
Spartana la scena, al cui centro un inginocchiatoio funge (e finge) d’offrir confessione degli andreottiani misfatti, ma sarà solo il pulpito dal quale l’ombra nera ribadirà le sue taglienti massime ad elusione delle domande pregnanti, ad elisione delle verità effettive (e con tanto di Bibbia alla mano). Scena nella scena, teatro nel teatro, Giulio in Giulio, Giulio (Cavalli) riporta in vita Giulio (Andreotti) restituendone, fra gli altri, l‘aspetto di uomo che sa tenere la ribalta, che sa misurarsi con la parte, che sa dissimulare la verità rendendola a materia plasmabile, secondo un costume che nella politica italiana ha trovato nella Democrazia Cristiana e nel suo lessico ‘cangiante’ la sua più fulgida applicazione. Inginocchiato come un penitente, l’Andreotti di Cavalli rivendica un’assoluzione senza aver confessato alcunché, ma solo avendo parzialmente negato e sibillinamente alluso.
Quest’ombra che s’allunga e di cui si parla, parte da lontano, è pregressa ad Andreotti stesso, viene addirittura fatta risalire ai delitti di mafia di fine ‘800 e si proietta su un presente che guarda al futuro avendo ancora in dote una cappa oscura che incombe sui destini di una nazione; a cavallo fra passato e futuro, trait d'union fra epoche successive, quella figura dalle orecchie puntute e dal profilo ricurvo e ingobbito, si riconosce in tralice e, attraverso la scena, si comincia finalmente a far sì che ne avvenga la necessaria storicizzazione, cavandola dall’ombra in cui quella sagoma dalle orecchie puntute e dal profilo ricurvo e ingobbito, s’era saputa sempre acquattare.
I toni di Cavalli si fanno fervidi a mano a mano che il racconto s’arricchisce di particolari e s’intorbida d’intrecci; scorrono nomi e immagini di mafiosi, piduisti, stragisti, faccendieri e morti ammazzati; magistrati, politici, sindacalisti, giornalisti, sono nomi e sono storie di un mosaico di sangue, dietro al quale, manco a dirlo, c’è un’ombra cupa che s’allunga.
Potrebbe apparire, ad un esame frettoloso e pernicioso, uno spettacolo teorematico, invece L‘innocenza di Giulio è una cronistoria che lascia che, con disarmante oggettività, parlino i fatti, per bocca dei personaggi, quelli veri, che raccontano, fatti, quelli veri e documentati, per bocca di Giulio Cavalli.
La ricostruzione di Cavalli non ha – perché non la può avere – l’esaustività di un documento completo, ma è una sintesi, felice e ottimamente congegnata, che consegna allo spettatore una visione d’insieme fedele alla realtà; lo fa bilanciando in amalgama proporzionato le diverse parti che compongono la messinscena diretta da Renato Sarti.
Nei bis, la cosa che senz'ombra di dubbio più ci tocca e più ci emoziona, è l'accorato monologo dedicato a Bruno Caccia, magistrato piemontese, ucciso dalla ‘ndrangheta negli anni Ottanta, martire misconosciuto della lotta alle mafie e del quale, rimandandoci a casa, Giulio Cavalli riesce a farci ancora immaginare il sorriso.
Un sorriso da tener vivo, come una fiammella, come una speranza, come un monito all’impegno civile, impegno a cui, per dovere costituzionale ogni cittadino è tenuto. Perché si possa verosimilmente sperare che l’ombra cupa e allungata di ieri possa trasformarsi nella luce piena di domani.
Da Giulio Cavalli, testimone "scomodo" di questo tempo, un monito ed un esempio trasmessi col sorriso del disincanto.

 

 

 

L’innocenza di Giulio –  Andreotti non è stato assolto
di Giulio Cavalli
con la collaborazione di Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli
regia Renato Sarti
con 
Giulio Cavalli
musiche originali Stefano "Cisco" Bellotti
assistente alla regia Marco Di Stefano
disegno originale Ugo Pierri
foto di scena 
Emiliano Boga
produzione Teatro della Cooperativa – Bottega dei Mestieri Teatrali
lingua
italiano
durata
1h 15'
Caserta, Teatro Civico 14, 4 novembre 2013
in scena 4 novembre 2013 (data unica)

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