“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Sabato, 02 Novembre 2013 01:00

Il tempo dei cavoli

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“In questo paese morire non è carino, non si fa.” In realtà in quel paese non è consentito aprire bocca per timore che si venga infamati o derisi. L’onore, il rispetto, il buon viso e il cattivo gioco sono troppo importanti a discapito della verità. Lei, Luciana Maniaci, è madre apprensiva che per una trovata assurda e sorprendente riesce a comunicare con il figlio appena morto nel tentativo di salvare la reputazione della famiglia. Il ragazzo vorrebbe attraversare il varco e andare oltre, ma la madre glielo impedisce. "Tra un anno ti devi pure sposare".

Siamo in un paese che sembra siculo, dove governa il classico modello della società dei padri. Lui, Francesco D’amore, è il figlio che viene manipolato dalla mente della madre; lui è un figlio affezionato e nostalgico che non commetterebbe mai nulla che possa ferire la sensibilità bigotta della mamma. Grazie a una serie di battute dinamiche, ironiche, sapienti e incisive i due interpreti parlano al cuore e penetrano sagacemente la quarta parete: “Le vedi tutte queste persone? Almeno più di ieri”. “Si le vedo, forse non amano il calcio”.  Ironia e tragicità direi. Il teatro era quasi vuoto e dall’intervento di Luciana si comprende che di pubblico ce n’era ancor di meno il giorno prima. Un gran peccato perché lo spettacolo merita presenza, attenzione e partecipazione. Quello della Compagnia Manici d’Amore è un teatro-terapia che sa curare e che sa scavare nel profondo della coscienza. Il rapporto madre-figlio è quasi edipico e segue uno sviluppo paradossale e a tratti geniale.
In scena un frigorifero, una sedia, un megafono ed una cornetta del telefono, un coltello, un cavolo; oggetti essenziali che tramutano la scena in un continuo 'sogno in due tempi' per dirla alla maniera di Gaber. Il figlio redivivo deve entrare nel frigorifero per trapassare ad altra vita che non conosca la dipendenza dalla madre ma che recida il cordone ombelicale. Metafora di evoluzione, distacco, crescita, ambizione: nell’aldilà le cose andranno meglio o peggio poco importa; ciò che è davvero importante è che nel rispetto dei vivi ‘show must go on’. La vita continua ad ogni costo, anche a rischio di correre il pericolo di perdere la propria dignità, costruita sulla reputazione della gente in paese.
Il pubblico vive il viaggio dell’aldiquà con entusiasmo, grazie alla recitazione umana ed epidermica degli eccezionali interpreti. Giovani, abili, solo due, eppure sembrano quattro: la madre, il figlio Chris, una ragazza che spunta da un sarcofago, un testa-cavolo di un padre immaginario. Un amore che nasce nell’oltretomba, un tentativo di sanare le pieghe di un rapporto materno asfissiante, la ricerca di un dialogo profondo e lontano con un padre. Un riassunto non banale di alcune tracce sociali. È il racconto illogico e coinvolgente della complessità, dell’agglomerato umano e delle difficili relazioni.
I dettagli sono curati e la loro presenza scenica è magnetica. I movimenti del corpo di Chris sono nevrotici, intensi, energici e chiaramente collocati nello spazio. Sembra quasi danza ed è un piacere farsi trasmettere quelle vibrazioni corporee vicinissime al disagio. “Dicono che la felicità è dietro l’angolo”. “Si, ma l’angolo è lontano”. Il rapporto tra il percorso dalla vita alla morte e quello dall’infelicità alla felicità è inversamente proporzionale: se andare nell’aldilà significa rapidamente cambiare colore di gilet, entrare in un frigorifero ed essere ibernati e catapultati in una altro spazio come fosse una macchina non del tempo ma del trapasso, per raggiungere la felicità il percorso è più lungo e forse più arduo.
Lo spettacolo termina con una libera, divertente e poetica citazione cinematografica del film Il tempo delle mele di Claude Pinoteau; però ad essere morsa dai i due innamorati non è una mela sospesa, ma un cavolo appeso al filo di una canna da pesca. Ironicamente per  i Manici D’Amore è il tempo dei cavoli e non più delle mele. Si spera per tutti un tempo verde di speranza  e ricco di sali minerali.

 

 

 

Biografia della peste
di
Francesco d'Amore e Luciana Maniaci
regia Roberto Tarasco
di e con Francesco d'Amore e Luciana Maniaci
costumi Alessandra Berardi
assistente scenografia Marzia Cicala
assistenza tecnica Fabio Bonfanti e Alberto Comino
produzione Maniacid'Amore Teatro, Nidodiragno
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 30 ottobre 2013
in scena dal 29 al 31 ottobre 2013

 

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