“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Venerdì, 01 Novembre 2013 01:00

Natività maradoniana

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29 ottobre: vigilia di Natale. No, non abbiamo per le mani un calendario impazzito… È che stiamo celebrando la nostra religione, l’unica a cui riconosciamo legittima Rivelazione e che principiò il 30 di ottobre del 1960 in un barrio di Buenos Aires chiamato Villa Fiorito. Lì, quel giorno, nasceva l’incarnazione magica e divina di Colui che sarebbe diventato di lì a qualche anno, la cosa più vicina alla trascendenza che ci fosse dato di vedere coi nostri occhi: Diego Armando Maradona.

Tentar di spiegare con parole cosa abbia rappresentato e rappresenti Maradona per Napoli è un po’ come pretendere di disegnare l’anima coi pastelli a cera… L’ineffabilità di un rapporto così intimo e viscerale rende l’impresa piuttosto aliena dalle possibilità umane. Rimaniamo nell’ambito della Fede e ci limitiamo ad asserire che bisogna credere per capire, bisogna viverla per comprendere.
Maradona è un brivido lungo la schiena. Sempre. Anche oggi, a distanza di oltre vent’anni da quando, da queste parti, lo si è visto compiere prodigi sul campo di calcio. Maradona è totem, è mito, è leggenda, è sacralità penetrata nelle viscere di un popolo. E perciò, come ogni elemento sacrale che si rispetti, ci si può accostare a Lui solo con devozione e prudenza: il rischio della profanazione, della blasfemia, della violazione, è dietro l’angolo, insidioso come un fallo da tergo. Ed è per questo che ci si accosta a Il mio amico D. con legittima circospezione: il mito va trattato con rispetto, non va banalizzato, fate attenzione! Una profanazione non sarebbe digerita facilmente!
Fortunatamente la resa scenica riesce a non violare il nostro senso del sacro e – lo diciamo subito – ci lascia soddisfatti. Nell’adattamento per la scena di Luca Saccoia del monologo scritto e interpretato da Pietro Tammaro, l’epopea maradoniana è il cono d’ombra attraverso il quale si guarda ad un’epoca, si raffigura un affresco generazionale, quello di una larga fetta di giovani, adolescenti, ragazzi e uomini alla soglia della maturità cresciuti negli anni Ottanta e che hanno avuto la fortuna di essere testimoni dell’Era Maradoniana.
Il Mito aleggia… Su un piccolo palco, una statua, idolo di cartapesta (ma parliamo solo del materiale di cui è composta), opera dell’artista Claudio Cuomo, riproduce a grandezza naturale le fattezze di Diego; è in un angolo, volta le spalle alla platea, come a volerci ricordare – crudele principio di realtà! – che quel che stiamo celebrando è comunque il passato. Il piccolo palco, invaso da coriandoli, ci ricorda gli stadi del Mundial di Argentina del ’78 (che al diciottenne Diego furono negati dal Flaco Menotti, all’epoca allenatore della Selecciòn) e il piccolo palco è puntellato di tante pallottole di carta, come fossero le luci della ribalta.
Un attore – Pietro Tammaro – dalla vaga somiglianza col Mito, sarà filtro fra storia ed emozione; nel suo corpo, nella sua voce, nel sudore che copioso lo irrorerà, rivivranno frammenti di vita condivisa, scene che hanno rappresentato altrettanti brani di un immaginario collettivo. Raramente un popolo intero è stato capace di vibrare all’unisono come un corpo solo come vibrò Napoli, corpo metropolitano, pizzicata come un’arpa dalle magie di quell’Entità venuta da lontano… Lui, Diego, El Pibe, El Pelusa, in una parola, in un numero El Diez (il Dieci, che per Pitagora era il numero perfetto), ha saputo incarnare il sentire di quel popolo, divenendone simbolo come forse nessun altro.
Estemporaneo sacerdote di una liturgia sui generis, Pietro Tammaro celebra il rituale ‘natalizio’ in ribalta; fuori campo, la voce gracchiante del sonoro d’un tempo lontano riproduce la dichiarazione di un ragazzino argentino che racconta di avere due sogni: giocare il Mondiale e vincerlo. È la voce di Diego, è la prima profezia, è – per noi – il primo tuffo al cuore.
Una maglietta griffata “Puma”, l’immancabile numero 10 sulle spalle e, sopra, il proprio nome: Manzo, il protagonista della nostra storia è un epigono mancato, ma che ha vissuto la propria infanzia nel segno di Diego, sognando di emularne le gesta, soprattutto sognando di avere – lui, tarchiatello e disarmonico nel fisico – la propria rivalsa così come la Napoli calcistica poté averla attraverso Lui, Diego, pure tarchiatello e dall’apparenza disarmonica; la simbologia di Maradona rivive in questo suo epigono dimezzato, molto calato nella parte (a momenti fin troppo, tanto che non manca qualche inciampo fra l’emozione e le parole che la trasmettono). Nel ripercorrere quegli anni, Tammaro/Manzo snocciola come grani di un rosario tutti i tòpoi di una generazione cresciuta giocando a calcio per le strade, improvvisati campetti in cui quattro zaini facevano da pali, il Super Santos costituiva la dotazione d’ordinanza e il Tango (inteso come pallone) rappresentava il sogno più tangibile; il resto erano ginocchia sbucciate e magliette sudate fino all’imbrunire.
In questo spettacolo la celebrazione di Diego è lontana dall’encomio e dal panegirico, (per quello ci siamo noi!); rinuncia a qualunque forma di retorica e guarda a Maradona per quel che è stato e quel che è: un Nume che ha segnato un’era ed un popolo e che continua a vivere nell’inconscio collettivo partenopeo come una sorta di patrimonio genetico aggiunto. La sua chiave di lettura non è meramente celebrativa, ma va oltre, ampliandosi di un senso che non ruota necessariamente attorno ad un pallone, ma che da quel pallone, come metafora possibile, prende le mosse; le speranze, le aspettative di una generazione cresciuta nel mito di Maradona avevano all’epoca la sensazione di poter non essere infrante. In questo risiede il pregio di fondo della teatralizzazione diretta da Luca Saccoia, nell’aver raccontato con la giusta misura come ad una città fu restituita, da un uomo vestito d’azzurro, la legittimazione di sperare e credere nei sogni. Potrà sembrar poco, non lo è.
Il destino del nostro protagonista, calciatore mancato, epigono dimezzato, arbitro per ripiego, si compie nel più irrituale dei gesti che un arbitro può compiere, sopprimendo l’imparzialità propria del ruolo e lasciando debordare l’istinto di colpire la palla di cuoio verso la rete come un calciatore. Il tutto, mentre la voce di un telecronista argentino, prossimo alle lacrime, racconta di “un poema de gol”, quello che Maradona, nel quarto di finale del Mondiale di Mexico ’86 inventò con undici tocchi felpati, partendo da centrocampo e praticamente “circumnavigando” l’Inghilterra e segnando il gol più bello della storia del calcio.
Tornando con la mente alla scena, l’applauso finale somiglia tanto ad un’esultanza.
La serata non è terminata così, ma è continuata con la proiezione di filmati ed interviste. Vorremmo raccontarli tutti, per filo e per segno… Ci è impossibile: purtroppo i nostri occhi erano ormai irrimediabilmente invasi da quei maledetti lucciconi che annebbiano la vista e che proprio non riusciamo ad evitare ogni volta che vediamo quelle immagini e riviviamo quelle sensazioni, insomma ogni volta che festeggiamo il nostro ‘Natale’.
Feliz Navidad, Diego!

 

 

 

Il mio amico D.
di e con Pietro Tammaro
adattamento e regia Luca Saccoia
statua realizzata da Claudio Cuomo
foto di scena
Andrea Scala
lingua italiano e napoletano
durata 45'
Napoli, Te.Co. – Teatro di Contrabbando, 29 ottobre 2013
in scena 29 e 30 ottobre 2013

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