“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 30 Ottobre 2013 01:00

C'è di mezzo il mare

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Vecchie sedie impagliate, valigie di cartone, lampade fatte con asticelle di legno, e sul proscenio lunghe assi di legno le cui estremità sono collegate al soffitto da corde. Dal buio emergono cinque donne in camicia da notte che ripetono ossessivamente gesti meccanici. Si teme quasi che ciò precluda ad una performance dai significati reconditi ed arcani: nulla di tutto ciò, è solo il segno mimico di esistenze non più sopportabili, alienate – anche se non condotte in fabbrica ma tra campi e vicoli di miseria.

Le attrici si distinguono in due nuclei da due più una sola nel mezzo, a dirci di tre storie di diversa provenienza che si narrano parallele senza interagire ancora tra loro. Fortunata Mancuso con sua figlia Rosa parte per l’America dalla Sicilia per raggiungere un figlio, le sorelle Rita e Angela Caruso lasciano Napoli, dove hanno esercitato il “mestiere”, avendo accettato di sposare due immigrati conosciuti per lettera. La signorina Luce fugge da un passato d’infelicità sentimentale. Tutte hanno un buon motivo per lasciarsi alle spalle delle amare certezze per trovare delle dolci, anche se incerte, speranze. I quadri, che scandiscono i nuclei narrativi dei preparativi in casa, della strada fino all’imbarco, della sistemazione all’interno della nave, sono collegati da intermezzi musicali e coreutici di vario genere: dalle musiche da film (alcune prese dal repertorio di Andrea Guerra) alle pizziche contemporanee, ai canti d’emigranti. Le differenze dialettali rendono bene l’idea che l’unità nazionale è un sentimento indifferente alle classi subalterne, le quali solo da quegli anni (il primo dopoguerra) si sono letteralmente conosciute (nelle trincee), mentre la borghesia che parla l’italiano sa individuare la patria sulla cartina geografica mondiale. Differenze lessicali, fenotipiche dunque, ché ad un livello strutturale tendono a scomparire dinnanzi alle analogie di uno stesso destino di classe. Sulla nave i due gruppi di donne interagiscono e insieme guardano con sospetto alla signora distinta, la quale si mostra però bendisposta nei loro confronti. E così tutte e cinque ammirano estasiate l’oceano, su una musica particolarmente melodica che esalta il pathos della scoperta di un orizzonte sconfinato.
I momenti comici non mancano, come quando le due coppie mimano il pranzo con gesti rozzi e rumorosi, finendo poi per “imitare” i modi raffinati di Luce: l’omologazione culturale si costruisce anche a tavola. La complicità femminile travalica anche le differenze di classe nei momenti in cui si compiono semplici gesti come il pettinarsi o il cullare un bambino in fasce. Dopo l’arrivo, la scena si sposta ad Ellis Island, la porta del nuovo mondo per milioni d’immigrati provenienti dal mare, transito obbligatorio prima dell’ingresso nella terra promessa per i più, anti-inferno per altri, costretti a non poter metter piede sul suolo americano in quanto non dotati dei requisiti sanitari, psicologico-attitudinali o politici necessari. Le assi di legno appoggiate sul proscenio vengono issate per tendere tra di loro delle sbarre di corda: a turno ognuna di loro è interrogata circa le generalità, lo stato di salute e i motivi del viaggio, con domande dal tono meccanicamente assillante e drammatico, quasi come in un campo di concentramento. La regia di Pina Di Gennaro bilancia momenti recitati ad altri cantati e ballati, a guisa di un vaudeville serio e amaro, dai toni caricati e farseschi. Le notevoli capacità del quintetto ne fanno un cast affiatato e versatile, capace di una sorprendente mimesi linguistica con i dialetti (le attrici si sono avvalse di un vero coach siciliano per perfezionarsi) e di tenere sempre alto il ritmo della narrazione. Per questo stona un poco il discorso sul sogno fatto da Luce, eccessivamente letterario.
I testi sono ispirati a due film che trattano della diaspora italiana nei nuovi continenti: Emigrantes di Aldo Fabrizi (la sua prima regia datata 1949) e Nuovomondo di Emanuele Crialese, oltreché ad un racconto di Eduardo Galeano e ai ricordi di chi è stato emigrante. In ultimo, non si può non pensare alle tragedie di queste settimane, o degli ultimi venti anni, che accadono di continuo nel Canale di Sicilia, o a Lampedusa come a una sorta di Ellis Island contemporanea da cui i migranti vengono condotti nei Centri per l’Identificazione e l’Espulsione, nuove barriere verso il nuovo mondo che è l’Europa. L’accostamento è doveroso, se si pensa che le politiche discriminatorie e segregazioniste sono le stesse di cento anni fa. Con la differenza che all’epoca la traversata era legale, e quindi più sicura che adesso. Solo quando saranno i “clandestini” a parlare di sé, a narrarsi anche con la mediazione del grande racconto popolare del cinema e della televisione, l’opinione pubblica proverà i loro stessi drammi, le loro angosce, le loro speranze. Speriamo presto.

 

 

 

 

 

Terra di mezzo
liberamente ispirato a Nuovomondo di Emanuele Crialese, ad Emigrantes di Aldo Fabrizi, ai testi di Eduardo Galeano,
regia Pina Di Gennaro
con Elisabetta Bevilacqua, Marina Cavaliere, Serena Lauro, Alessandra Mirra, Maddalena Stornaiuolo
drammaturgia Pina di Gennaro, Anna Coluccino
scenografia e costumi  Rosaria Castiglione
disegno luci
  Pina di Gennaro
produzione Teatri di Seta
lingua italiano, siciliano, napoletano
durata 1h
Mercogliano (AV), Teatro 99 Posti, 26 ottobre 2013
in scena 26 e 27 ottobre 2013

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