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Venerdì, 25 Ottobre 2013 02:00

Se il mondo è come la moglie di un portiere

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La stagione teatrale della Sala Assoli si inaugura con la nuova creazione scenica di Renato Carpentieri, Fuori, tratta dal romanzo del contemporaneo Vincent Delecroix À la porte. È un viaggio labirintico di una mente filosofica che trova corrispondenza in una scenografia dove prevale il nero e il grigio, con pochi tocchi di colore nella striscia gialla che delimita una quinta a destra e dei riquadri rossi che seguono il pavimento sopra cui si aprono tre porte.

Queste geometrie cromatiche orizzontali e le strutture verticali (realizzate da Antonio Franco, Anna Verde, Sissi Farina) sono concretamente il Fuori del protagonista, il quasi ottantenne professore di filosofia che compirà un complesso viaggio interiore dal pianerottolo della sua abitazione, posta alla sinistra del palco per lo spettatore, al bar sulla destra dove si vedono due sedie ed un tavolino. L’ultimo locus sarà il negozio di telefonia posto al centro della scena, una porta mimetizzata tra scritte metropolitane.
La sinossi è lineare. Una domenica ad ora di pranzo, il grande accademico dal pessimo carattere accompagna il suo allievo alla porta per congedarlo. La discussione su Leibniz “sul migliore dei mondi possibili” fatta sul pianerottolo, distrae entrambi, per cui per una sbadataggine il giovane chiude la porta e l’anziano rimane chiuso fuori. Dopo essersi chiesto chi possa avere copia delle sue chiavi, dato che il vicino non è in casa, bussa alla porta del portiere. Lui potrebbe aiutarlo, ma è un giovane presuntuoso, arrogante ed ignorante e non sopporta, ricambiato, l’eccentrico professore. Quel che è peggio, secondo il protagonista, è la bruttezza della moglie "di una bruttezza stupefacente, fuori dall’ordinario”. Il portiere non gli apre. Forse perché non lo sente a causa della televisione accesa. Forse perché non vuole aprirgli. Forse perché non vuole aiutarlo. A questo punto potrebbe telefonare alla sorella, ma è domenica e non gli risponderebbe. Con il suo abito da casa bianco e leggero, con pochi spiccioli e senza telefono, si reca al bar dove è solito consumare il pranzo. Una cameriera tutta vestita di blu, anche i capelli, si mostra gentilissima nel servirlo e a fargli credito, salvo poi cambiare repentinamente atteggiamento. Sarà questo secondo rifiuto a portare il protagonista ad una sorta di sdoppiamento percettivo, volti del passato sembrano presenti ai suoi occhi. Si siede con lui il padre, vestito come negli anni ’30 ed inizia il viaggio puramente mentale del professore nel suo passato. In verità è la brutalità del presente a respingere con tutta la sua bruttezza stupefacente la filosofia, la cultura metaforizzata nell’anziano che non è equipaggiato ad affrontare il mondo. Quello che gli serve, telefono e denaro, non ce l’ha. Il Fuori non è solo il rimanere fuori casa, cioè fuori da un ambiente noto e costruito su misura, ma è un fuori da se stesso prima che dal mondo. Questa dimensione metafisica lo porta a riflettere sull’emarginazione, sull’indifferenza dell’uomo moderno che, conducendo una vita completamente priva di senso (e perciò stremata e distrutta nel tentativo di colmare questo vuoto), sembra godere nel perseguitare quest’uomo che ha perso i suoi due giovani figli in un incidente stradale. Anche loro sono morti nell’indifferenza: quindici auto sono passate ad osservare il sinistro, ma nessuno si è fermato a prestare i soccorsi. Nel villaggio globale moderno sopravvive l’ossimoro: “abissale superficialità”. L’anziano professore non salva nessuno da quest’analisi impietosa, nemmeno la signorina del negozio di telefonia a cui chiede un cellulare per chiamare la sorella che ha la copia delle chiavi. La giovane è vestita completamente di rosso, anche i capelli, è nervosa, seccata dall’insistenza del vecchio. È indifferente. All’improvviso si trasforma agli occhi del professore nella dolce figura della figlia morta con la quale dialoga sul senso di vuoto e di distacco della vita. L’unica salvezza allora potrebbe essere l’Arte, un quadro di Van Dick nel quale si identificherà. Nella mente del professore si alternano ormai ricordi vicini e lontani, anche immagini di infermieri di un manicomio. Ogni legame con la realtà è saltato. La Filosofia “che salva dalla disperazione e dalla paura di morire…che cerca il senso che si trova nelle domande” lo accompagna nuovamente innanzi alla porta di casa. Ancora chiusa. E lui ancora… Fuori.
La recitazione chiara in sintonia con il personaggio e l’abile trasformismo degli altri due interpreti, Valeria Luchetti e Stefano Patti, rendono questo testo del 2004 di Delecroix una valida “chiave” di lettura della solitudine e dell’emarginazione a cui nessuno, oggi, può sfuggire. Nemmeno la moglie del portiere dalla “bruttezza stupefacente”.

 

 

 

 

Fuori 
di
Vincent Delecroix  
traduzione Valeria Cipolloni  
regia Renato Carpentieri  
con Renato Carpentieri, Valeria Luchetti, Stefano Patti 
costumi Annamaria Morelli 
disegno luci Cesare Accetta
produzione Fondazione Salerno Contemporanea – Teatro Stabile di Innovazione 
lingua italiano
durata
80’
Napoli, Sala Assoli, 22 ottobre 2013
in scena dal 22 al 27 ottobre 2013

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