“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Domenica, 20 Ottobre 2013 02:00

Alice disorientata davanti allo specchio

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Che succederebbe ad Alice se, invece di vedere il mondo alla rovescia attraverso lo specchio, si fermasse a guardare la sua immagine riflessa? Le verrebbe un attacco di stomaco? Il racconto di Eugenia in Un paio di occhiali, tratto da Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese si conclude tragicomicamente così e mi è piaciuto vedere in Eugenia un’Alice “retroversa”, un’Alice all’inverso, ovvero un’Alice che davanti allo specchio della realtà inorridisce.

Il racconto che, per la sua limpida descrittività e narrazione, si presta molto alla messa in scena teatrale, è stato infatti presentato nuovamente al Teatro Stabile di Napoli martedì 15 ottobre (e resterà in scena fino a domenica), ri-inaugurando la collana di spettacoli dedicata all’opera della scrittrice. Il regista Luca De Fusco ha scelto di affidare la bellezza del racconto alla sua semplice recitazione da parte dell’attrice dalle doti straordinarie, Gaia Aprea. Con poche ed efficaci accortezze registiche, De Fusco è riuscito a costruire una scena in cui l’attrice funge da narratrice, molto somigliante alla Ortese stessa, e, come una sorta di ventriloqua, interpreta tutti i personaggi del racconto.
Sulla scena: una poltrona dove l’Aprea siede, salvo pochi spostamenti, uno specchio ed un video alle spalle.
Il video rappresenta lei, è uno specchio che ne mostra il volto in tutti i suoi dettagli e le metamorfosi facciali che l’attrice assume durante la narrazione.
Chi conosce la Ortese e la storia de Il mare non bagna Napoli, pubblicato per la prima volta nel 1953 da Einaudi, conosce bene il fatto che questo le fu galeotto nel procurarle un distaccamento dall’ambiente letterario napoletano.
Si è visto nelle idee ed immagini contenute in questo libro un’eccessiva critica verso Napoli, cosa che l’autrice stessa ha cercato di smentire, invitando a vedere dietro questo “troppo” una persona con gli occhi coperti da una lente scura, quella attraverso la quale lei, "zingara assorta in un sogno" (così la definì Elio Vittorini), vedeva il mondo.
"Ero chiusa io stessa in quel nero seme del vivere, e perciò − tramite la nevrosi − 'gridavo'. Anzi, gridai. Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, uscita in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata […] nel suo vivere pieno di radici. Io, invece, mancavo di radici, o stavo per perdere le ultime, e attribuii alla bellissima città questo spaesamento che era soprattutto mio. Questo orrore − che le attribuii − fu la mia debolezza" (A. Ortese, Il mare non bagna Napoli, Prefazione, Adelphi, Milano 1994, pp. 10-11).
Ecco che la Ortese non vuole giustificarsi ma dichiarare che quel marchio di tragico e di incompiuto che aleggia nei suoi libri ambientati nella storia e nei luoghi di Napoli, in realtà, è deformazione che sorge spontanea dal suo proprio modo di vedere.
Nel racconto scritto e recitato, le misure e le relazioni spazio-tempo sembrano mutare e ridefinirsi passo passo. È questa, credo, la genialità letteraria della Ortese.
Eugenia si trova a dover mettere gli occhiali e si reca con la zia (Zi’ Nunzia) da un occhialaio in Via Roma, dove inizia a scoprire un mondo diverso, dopo aver indossato degli occhiali di prova. Inizia, infatti, dal negozio, a vedere colori mai visti prima, dettagli, misure ed oggetti, sembra essere schiava di una visione attraverso cui vede le cose più belle e meravigliose.
Ma non è sempre bene vedere tutto, afferma prudente la zia, lei che vede solo la miseria in cui versa la loro povera famiglia e crede, quindi, che gli occhi sono più avvezzi a poter vedere le sofferenze che la fortuna.
Le descrizioni cominciano ad essere “visioni”: affiora così la visionarietà tipica dell’Ortese che si affianca alla vista della realtà.
Il mondo in cui vive Eugenia, prima di indossare gli occhiali nel negozio di Via Roma, è quello dei più ricchi e dei più poveri, dove si ragiona per categorie e dove è meglio non vederci troppo chiaro.
Durante il monologo, il volto dell’attrice compare in una proiezione alle sue spalle, enfatizzando, attraverso i suoi occhi, lo stupore e la meraviglia che attraversano gli occhi di Eugenia.
Gli occhiali costeranno “ottomila lire vive vive”, una cifra molto elevata per la famiglia della bambina che decide però di sostenere la spesa per il bene della piccola. Durante l’attesa del suo paio di occhiali, Eugenia vive la vita del vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico tra incontri e scontri.
I personaggi del racconto sono alquanto insoliti: le sorelle Greborio, donna Rosa, Mariuccia, Don Peppino, Pasquale, Teresella e Luigino sembrano usciti dalle favole, le loro “misure” e dimensioni, agli occhi della bambina, sono deformate.
Eugenia sembra così tessere la rete sociale del mondo dei balocchi.
La condivisione, però, è all’ordine del giorno nel vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico: tutti attendono insieme ad Eugenia il grande evento dell’arrivo degli occhiali nuovi, quasi fossero un prodigio o un avvenimento cosmico. Anche il cavaliere Amodio e la marchesa d’Avanzo accompagnano la bambina verso questa novità imminente.
Il testo è infatti la metafora della conoscenza ed il dolore, appunto, che provoca a chi non è abituato a guardare in faccia la realtà. La visione del reale è la constatazione della miseria in cui vive Eugenia insieme alla sua famiglia.
La descrizione degli occhiali ha tinte favolistiche e divertenti ("una specie d’insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve, scintillò in un raggio smorto di sole, nella mano lunga e rossa di donna Rosa, in mezzo a quella povera gente ammirata").
Gli occhiali sono un insetto che porterà Eugenia alla visione della realtà, lei che, poco prima, dal balcone della casa della marchesa d’Avanzo, la nobildonna della zona, si era resa già conto che era meglio immaginare posti lontani, vie di fuga da quell’orrida realtà, come “la terra di Posillipo”, invece di vivere da formica senza possibilità di cambiamento.
È meglio la visione “visionaria” della realtà o quella reale e chiara?
Eugenia vive attraverso i suoi occhi miopi e, bene o male, se la cava. Grazie agli occhiali, ora, sembra fagocitata dalle cose esterne (palazzi enormi e moltiplicati, sensazioni alterate).
Nella parte finale, l’attrice si alza e, interpretando la marchesa d’Avanzo, si guarda allo specchio.
Eugenia come Alice, dunque: una Alice disorientata, che è meglio resti così, nel mondo delle visioni distorte, delimitate dalla soggettività e dall’ammirazione personale, invece di affrontare, per forza, una realtà ostile e troppo grande.
Napoli e la napoletanità si sentono dall’intonazione e da alcune parole in dialetto recitate dall'attrice.
La scelta dell’interazione parole-musica-video rende dinamica la successione degli episodi del racconto e conserva l’autenticità della visionarietà. Gaia Aprea riesce a dosare fiato per fiato il calibro delle parole e adatta la mimica facciale ed il tono della voce a seconda dei personaggi che interpreta, rivelando una grande bravura nella scelta dei timbri sonori forti.
Quello che resta, nella conclusione del racconto, è la compassione di tutti, persino di Mariuccia, anch’essa descritta come un personaggio fiabesco, di fronte all’episodio di scoperta e di conoscenza di Eugenia, che si “immola” per tutti.
La conclusione del racconto, quindi, è tragica: Mariuccia, quando ritorna a casa, si rende conto dell’oscurità in cui riversa il vicolo e la sua vita stessa ("[…] e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito").
La musica che sale, alla fine della lettura teatralizzata dell’Aprea, presagisce la tragicità del futuro o la possibilità di cambiamento.
Eugenia sarà salvata dalla compassione della sua famiglia e della gente del vicolo?

 

 

 

 

 

Un paio di occhiali
da
Il mare non bagna Napoli
di
Anna Maria Ortese
regia
Luca De Fusco
con Gaia Aprea
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
regista assistente Alessandra Felli
musiche originali Ran Bagno
direttore di scenaTeresa Cibelli
videoproiezioni Alessandro Papa

datore luci Angelo Grieco
fonico Diego Iacuz

assistente ai costumi Elena Soria

foto di scena Marco Ghidelli

produzione: Teatro Stabile di Napoli
Napoli, Ridotto del Mercadante, 16 ottobre 2013
in scena dal 15 al 20 ottobre 2013

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