“Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. Anch'io. Siamo straordinariamente calmi e teneri l'un con l'altro come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale. Come se ognuno sapesse cosa prova l'altro. Anche se, naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa. È la tenerezza che mi preme. È questo il dono che mi commuove e mi prende tutto questa mattina”

Raymond Carver

Venerdì, 18 Ottobre 2013 02:00

Funziona?

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“La vita nel teatro è più leggibile e intensa perché è più concentrata. L’atto di ridurre lo spazio e di comprimere il tempo crea un concentrato. La compressione consiste nel rimuovere tutto quello che non è strettamente necessario e nell’intensificare ciò che rimane, come mettendo un aggettivo forte al posto di uno più blando, pur conservando l’impressione della spontaneità. Se questa impressione viene mantenuta, raggiungiamo il punto in cui – se nella vita due persone ci mettono tre ore per dirsi qualcosa – sulla scena impiegano tre minuti”.

La lezione di Peter Brook rafforza la nostra attenzione sul corto teatrale giacché a riduzione (dalla vita alla scena) si associa riduzione (dalla scena ad un frammento di scena), a compressione s’aggiunge compressione: a chi tocca andare su palco, dunque, la capacità – e diremmo l’urgenza – di proporre qualcosa che assolva immediatamente al suo compito.
“Funziona?” si chiede ancora Brook di un'immagine appena generata – anzi: della prima immagine potenziale di uno spettacolo – dopo aver così raccontato il rapporto tra il pubblico e l'evento che sta per avvenire: “Un pubblico può sedere in attesa dell’inizio di una rappresentazione, desideroso di essere interessato, speranzoso di essere interessato, convincendosi che dovrebbe essere interessato. Sarà irresistibilmente interessato solo se i primissimi suoni, parole o azioni dello spettacolo libereranno in profondità, dentro a ogni spettatore, un primo mormorio”.
L’energia del suono, il colore del fondale, la posizione di un oggetto, l’inclinazione delle luci; il primo silenzio, la prima espressione, il primo gesto, la prima voce: “Funziona?”. La propensione accentuata all’iconicità – semplificazione dei segni per produrre un rafforzamento degli effetti – rende il corto teatrale occasione interessante: sapranno, giovani o meno giovani compagnie, far funzionare il loro tentativo? A giudicare dai primi due corti veduti si direbbe di no.
Fra(m)menti, testo e regia di Marco Serra, e La svolta di Franco Cossu, per la regia di Massimo Masiello, sono tentativi modesti, privi di ogni capacità di generare il mormorio cui allude Peter Brook.
Fra(m)menti – impegnandosi a mettere in scena il delirio di una giovane donna che ha subito l’abuso paterno reiterandolo ossessivamente al presente, tanto da immaginare altri abusi possibili, probabili, improbabili o eventuali – è una vera e propria pantomima del genere thriller e, in quanto pantomima (involontaria, ché della pantomima volontaria abbiamo grande rispetto), accumula ed espone tutta una serie di segni abusati e ordinari: il buio dominante, squarciato da un’unica lampadina che si accende e si spegne (segnando il passaggio dal flusso di coscienza alla percezione momentanea di sé); la forma dell’interrogatorio (alternata alla convivenza col folle aguzzino); lo spaventevole di un manichino, che dovrebbe produrre spavento e ambiguità (ma che non produce né spavento né ambiguità); il giovane corpo di una donna violata sul tavolo (espressione memoriale della violenza tramutata in una serie di spasmi solitari, scossi, vagamente traballanti); il fumo satinato di una sigaretta (inspirata, nervosamente, porgendo il viso all’unica luce di scena). “Teatro mortale” direbbe ancora Brook, giacché si limita alla reiterazione dell’ovvio, accompagnandolo con una recitazione di maniera, farragginosa, insistente, ripetitiva, che tramuta la tragicità visionaria in un vaniloquio privo di pathos.
La svolta – narrazione tribunalizia di un caso di evirazione che viene usato per sondare il tema del tradimento, dell’orgoglio ferito, dell’irrispettosa pochezza maschile fronteggiata col taglio di netto del simbolo fallico, dello scettro amoroso – mostra immediatamente tutto il proprio vecchiume drammaturgico (struttura dialogica rigida, pose fasulle, immobilità fisica, illuminotecnica consueta e basilare) e di certo non può salvarsi né per l'interazione (presunta) con la musica, eseguita live sul palco; né per le battute vagamente metateatrali rivolte alla platea (“Perché mi osservate come se foste dei giudici?”; “E questo brusio costante, penetrante, silenzioso…”; “Lo so, vi sento: giudici, avvocati, poliziotti, pubblico”); né per i piccoli giochi teatralmente infantili (l’uso iniziale di una voce fuoricampo per labbra che rimangono fisse, immobili, zitte; la mutazione identitaria che fa, dell’avvocato inquirente, il marito evirato). La storia scivola in platea con andamento monotono, scossa soltanto da qualche fremito ridanciano quando si mormorano facili battutine sul membro affettato.
Ma Fra(m)menti e La svolta – opere scenicamente antiche, passate, stantie – sono segnali del maleficio che riguarda la scrittura drammaturgica, vera assente contemporanea. Ascoltare battute simili ai brutti dialoghi della brutta televisione (Fra(m)menti: “Sei solo il ricordo sbiadito di ciò che eri un tempo”; “Se non fosse stato per quella maledetta notte”; “Non sembravi dello stesso avviso quando facevi l’amore con me” e “Non azzardare a toccarmi”; “Sei un frustrato del cazzo”; “Queste pareti conoscevano, meglio di chiunque altro, gli orrori di questa casa”) o che ricordano la brutta discorsività quotidiana (La svolta: “Occhio per occhio dente per dente”; “Di sguardo in sguardo”; “Uomo tutto d’un pezzo” e “Si scopava mio marito, niente di più”; “Scopa così bene”; “Per qualche scopata in più”) dimostra – ancora una volta – quanto sia la composizione della trama l’inizio del fallimento di alcuni spettacoli. Né il testo di Marco Serra né quello di Franco Cossu (destinati, sembra, a gonfiarsi diventando messinscene più ampie) sembrano meritare la messa in evidenza sul palco.
Minima accozzaglia da catasto (un tavolo, un paio di sedie, una lampadina a filo nel primo caso; una sedia e un baldacchino nel secondo), attorialità simile all’imitazione più che all’interpretazione e prosa convenzionale o posticcia generano esperienze ammuffite, tradizionali ma d’una tradizionalità tramutata in malessere, stanchezza, piattezza annoiata.
Non a caso, dunque, nel ricordo del giorno dopo vive di luce migliore il terzo ed ultimo corto: Microstorie, opera d’improvvisazione teatrale realizzata da Deborah Fedrigucci e Tiziano Storti. Scriviamo “non a caso” perché – piuttosto che per contrasto qualitativo, pur evidente – Microstorie certifica che, in assenza di un testo che sia davvero un testo, forse è meglio affidarsi all’abilità da ribalta, alla giocoleria dell’inventiva, alla pantomima chimerica.
In uno spazio vuoto (perché è nel vuoto che può nascere il nuovo), con indosso tute bianche (assenza cromatica che è richiamo al potenziale di ciò che non è già scritto, composto, colorato ed impresso) i due performer scelgono – da una boccia di vetro – i biglietti con gli input suggeriti dal pubblico: ne vengono due storielle da dieci minuti ciascuna, capaci di meritare gli applausi.
Capacità gestuale, micromimica accorta del volto, prontezza di riflessi, ammiccamenti, toni di voce, stenografie del comportamento generano una partitura basata su azione-reazione istantanea, reciproca e in fluttuazione continua: oggetti invisibili appaiono pur rimanendo invisibili, tracce di vicende si svolgono pur non svolgendosi che per accenni. Naturalmente la domanda, per chi osserva, è inevitabile: si tratta davvero di improvvisazione? La risposta è sì. Parzialmente.
La sensazione – infatti – è che i due agiscano usufruendo di collaudati congegni di base, ripetuti e reiterati nel tempo, adeguandoli di volta in volta all’occasione. Non può parlarsi di canovaccio da Commedia dell’Arte (dunque di scrittura basilare di sostegno su cui innestare le tirate associabili a maschere fisse) ma di schemi, di format, di codici realizzativi esistenti – e facilmente percepibili – che vengono proposti in sequenze di montaggio ed a cui viene dato l’orlo, il decoro, la rifinitura al momento. Per metafora potremmo parlare di frasi di cui già si conosce l’inizio e cui spetta, di volta in volta, inventare un finale diverso.
Poco importa, in questo caso, rendere conto delle piccole vicende proposte (sono e saranno comunque diverse ad ogni singola replica) quanto riflettere sul livello di creatività che viene esercitato davvero. Riconoscendo – evidentemente – nella convenzionalità replicata, sigillata e fasulla, un limite dell’arte teatrale, gli improvvisatori cercano una continua rigenerazione della propria presenza, rimotivandola con le smorfie, le trovate e le chiacchiere rielaborate direttamente in pedana. Si utilizza così un meccanismo rivestendolo di fogge all’impronta: un nuovo nome, una professione diversa, un'altra città o un altro contesto, una casualità differente. Ecco il vero inizio del processo creaturale, epifanico, costruttivo.
Non può dirsi – sia chiaro – che assistiamo alla definizione di personaggi drammaturgicamente carnali, giacché le figure rimangono figure e non riescono (non, almeno, nel tempo di un corto teatrale) ad assumere una profondità ed uno spessore corporeo mentre – con ragionevolezza – possiamo piuttosto scrivere di contraffazioni temporanee, di pupazzerie, di simulazioni al momento. Frasi come “Che cos’è ora?”, “Come è connesso?”, “Che c’entra?” segnalano il gioco giocato giocando e assicurano gli astanti sul fatto che si sta procedendo (quasi) alla cieca.
La chiusura (cornice circolare: si comincia come si è iniziato, con i due interpreti che si ritrovano a lato della boccia di vetro, intenti a leggere vorticosamente i biglietti avanzati) conferma la consapevolezza teatrale dell’operazione. Ciò che non c’era c’è stato; ciò che c’è stato non c’è più.
Tornerà domani, forse, chissà.

 

 

 

 

La Corte della Formica

Fra(m)menti
di Marco Serra
regia Marco Serra
assistente alla regia Vittorio Passaro
con Marco Serra, Chiara Vitiello
produzione Naviganti InVersi
durata 20'


La svolta − Dialogo tra due voci ed un violoncello

di Franco Cossu
regia Massimo Masiello
con Gingy Comune, Luca Gallone
musiche Giuliano Colace
produzione Teatro Bolivar
durata 20'


Microstorie che vale la pena di raccontare

regia Giorgio Rosa
con Deborah Fedrigucci, Tiziano Storti
costumi Vanessa Mantellassi
produzione FC Teatro − QFC Teatro
durata 20'


Napoli, Piccolo Bellini, 15 ottobre 2013
in scena dal 15 al 20 ottobre 2013

 

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