“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 06 Ottobre 2013 02:00

Con le lacrime agli occhi

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Magica e paradossale Napoli. Piena di realtà in fermento e di realtà consolidate, ma spesso sconosciute. A volte ci si può trovare a percorrere una anonima strada, tra il deposito degli autobus e palazzoni senza stile e senza storia, e ci si imbatte in uno slargo, che fa da ingresso ad un bel palazzo, che alla sua epoca doveva godere dell’aria pura delle prime colline della città.
Il prologo non è recitato da Spazzola, soprannome col quale è conosciuto il servo di Menecmo, ma da una flessuosa fanciulla (che nel resto della commedia reciterà la parte di Fisicle, un’ancella della cortigiana Erozia), con voce un po’ artefatta a dire il vero, non si sa se per eccesso di dizione o per scelta registica. Non è l’unico stravolgimento rispetto al testo originario, ma non mette conto qui farne l’elenco.

La storia, piuttosto nota, ha come motore generatore l’esistenza di due fratelli gemelli, uno dei quali si perde a Paestum al mercato (qui non di Taranto, ma di Paestum) e viene pietosamente raccolto da una donna di Capua, che lo cresce. Il padre (non il nonno come nell’originale) decide allora di chiamare il figlio rimasto con il nome di quello perduto, Menecmo. Tutto questo raccontato in poche battute, con l’ausilio di due silhouettes di cartone, bamboline che rappresentano i due fratelli, il vecchio padre e la donna di Capua. Due bambole per quattro personaggi, un sottile espediente (mi si perdoni l’involontario bisticcio ingenerato dalle silhouettes di cartone...) che introduce al tema del doppio, attorno a cui ruota tutto il dramma (nel senso etimologico di drama, azione). L’azione non si svolge a Epidamno (come nel testo di Plauto), a ma a Neapolis, donde la scelta, felice, della regia, per una napolitanizzazione della lingua e dei caratteri dei personaggi.
A questo punto vedo già baluginare gli scudi dei puristi, disgustati dalla volgarità di un testo che non traduce fedelmente e italianamente, stravolge luoghi e personaggi, insomma crea un doppio del testo, che dell’originale ha il nome e l’intereccio. Ma il risultato, vi assicuro, non è affatto volgare. E se il buon Livio Andronico, iniziatore della letteratura latina, vortit barbare l’Odissea, regalando a quei buzzurroni dei Romani del III secolo a.C. un barlume e un riflesso di ciò che è la vita dello spirito, beh, che ben venga un Plauto riportato barbare in napoletano, se questo restituisce vita al un testo, lo fa risuonare nelle nostre orecchie, davanti ai nostri occhi, lo strappa alla naftalina del filologicamente corretto e lo fa scorrere nuovamente nelle vene degli spettatori. Filologia e spettacolo del resto sono due faccende diverse e senza l’una non ci sarebbero nemmeno le premesse per l’altro. Senza il testo non potrà esserci nuovo testo. Aveva i suoi buoni motivi Plauto, nel III secolo a.C., a dare nomi greci ai personaggi e a far svolgere l’azione in luoghi lontani, entrati da poco nell’orbita politica di Roma, appena affacciata sulle rive del Mediterraneo e ancora lontana dalla svolta imperialistica del secolo successivo. Taranto, Epidamno, Mosco... nomi lontani, nomi esotici, personaggi e situazioni lontani dalla gravitas del buon cives Romanus, personaggi e luoghi di cui si poteva ridere sgangheratamente, senza timore di sminuirsi.
Ma oggi? Se c’è un senso a riportare in scena un testo carico di tanti secoli, quel testo ha bisogno di nuova linfa per ricominciare a parlare. I due Menecmi diventano due tipi campani, dal dialetto diverso, raffinatamente napoletano l’uno, sonoramente casertano l’altro. Unico l’attore che impersona i due gemelli (Marcello Raimondi), identico nell’abito e nella pettinatura, eppure magistralmente doppio. Cambia la voce, cambia l’atteggiamento e si giurerebbe di vedere un’altra persona, come se nel cambiare espressione qualcosa di impercettibile nel viso cambiasse, e fino alla fine ci si chiede se non ne esca davvero un’altro dalla tenda che funge da domus.
Si ride tanto, con arguzia, ma senza bisogno di volgarità gratuita. Magari non delle stesse battute che facevano ridere i Romani, ma è inevitabile, perché se la tragedia ha il linguaggio eterno dei conflitti che dilaniano l’animo umano, la commedia ha il linguaggio mutevole che quei conflitti, e altri, racconta in modo diverso, attingendo al senso dell’esperienza quotidiana. Plauto doveva trasferire in ambiente greco i suoi intrecci, perché i Romani potessero ridere a cuor leggero, oggi è probabilmente necessario che quegli intrecci tornino a casa perché si possa ridere ancora di cuore e non partecipare ad una riesumazione culturale. Non è questa la sede per discutere del perché si rida o di cosa si rida. Ridiamo di ciò che conosciamo, ridiamo di ciò che temiamo, ridiamo di ciò che vediamo fuori di noi perché temiamo di vederlo dentro di noi. Ridiamo di Cilindro, il cuoco di Erozia, in succinti abiti femminili e bionda parrucca di riccioli, inevitabile tributo alla cultura gay. Ridiamo della volgarità del Menecmo capuano, avido, gretto, tronfio del suo potere sul malandato schiavo Messenione. Ridiamo di Messenione, curvo e strabico, insospettatamente altissimo, quando viene proclamato libero da Menecmo (il gemello napoletano), quando viene sciolto della catena e drizza finalmente la schiena, per curvarla immediatamente, con inevitabile effetto comico, appena il suo vero padrone, il Menecmo capuano, gli intima di raccogliere i bagagli e tornare a servirlo. Ridiamo del vecchio Mosco, col suo bastone dal pomo ingrossato, che mima senza dire i lubrichi desideri di un corpo ormai appassito (“Mens sana in corpore fracito”, dirà lapidariamente il figlio). Ridiamo della pretesa del Menecmo napoletano di fare l’oratore, parlare forbito (ci tiene a che si dica salcicce e non sasicce), elaborare parafrasi e chiedere epiteti (tutte parole di cui non sembra conoscere davvero il significato...).
Insomma, ridiamo tanto, con le lacrime agli occhi, che poi è quello che una commedia dovrebbe fare. E nel ridere degli altri magari, in fondo in fondo, ci chiediamo in che misura ci riguardi, dagli eterni conflitti uomo/donna (da leggersi come libertà assoluta/relazione stabile come costrizione) al rapporto con lo schiavo, l’altro essere umano che si tratta come una cosa, un instrumentum senziente, dotato di parola. Due ore volano e l’agnizione finale, prevedibile, riesce comunque a stupire, con la luce inquietante che illumina solo metà del volto di Menecmo, quello napoletano, consapevole del fatto che se non entra nella tenda non ne potrà uscire l’altro, il suo doppio.

 

 

 

 

 

I Menecmi
di
Tito Maccio Plauto
regia Pippo Cangiano
con Marcello Raimondi, Francesco Sisto, Ciro Pellegrino, Maria Rosaria De Liquori, Nicola Galiero, Federica Totaro, Antonio Prestieri, Sara Saccone, Rita Licenziato
scene Clelio Alfinito
luci Enrico Scudiero
datore luci e fonica Franco Di Carluccio
costumi Adelia Apostolico
macchinista Pippo Cangiano junior
realizzazione costumi Angela Covesnon
produzione Teatro dell’Obbligo
lingua napoletano
durata 2h
Napoli, Circolo Teatro Arcas, 3 ottobre 2013
in scena dal 3 al 13 ottobre 2013

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