“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Sabato, 05 Ottobre 2013 06:31

Mine vaganti

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“Vi scongiuro, o fratelli, siate fedeli alla terra”. La terra è quella su cui poggiano i piedi i due attori in scena, che denunciano il vuoto lasciato dalla “morte di Dio”, per cui ora “tutto è permesso”. Non esiste più alcun punto assoluto ed eterno cui fare riferimento, si dànno solo una serie di punti in cui si concentra il senso di una vita dominata dall’astratta ragione hegeliana, che rapidamente cede alla tentazione luciferina di stabilire per sé una legge diversa da quella degli altri e di rendere disponibile quel  fondamento oscuro di cui si era kantianamente predicata l’inconoscibilità.

Stavrogin è proprio il soggetto sciolto da ogni vincolo che annuncia il nichilismo del suo animo straziato, perché incapace di amare e di essere quindi uomo tra gli uomini, di volgere lo sguardo al cielo stellato sopra di lui, accettando così la finitezza del proprio essere nel mondo. Tale Demone, nella rivisitazione teatrale di Alessandro Miele, è proprio il figlio del nostro secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, dilaniato dalle atroci sofferenze di una fede che è tanto più potente quanto più la ragione le fornisce argomenti contrari. Egli si allontana dalla società dei suoi simili, si abbandona alla seduzione delle costruzioni mentali, alla logica che misconosce la realtà di fatto, perde contatto con il senso comune, che limita le pretese di una libertà fuori controllo, e si sente ad un tratto autorizzato ad agire contro il gregge, preparando la cosiddetta rivoluzione nichilista.
La terra sparsa ovunque sulla scena è proprio la metafora dell’uomo del sottosuolo, che ribolle dentro, perché rifiuta ogni legge imposta dalla società e dal prossimo. Si tratta della ribellione di chi non tollera fissità alcuna, e abbandonando ogni dimora si espone alla solitudine indifesa che conduce fino ai confini nei quali potrebbe rivelarsi la più profonda verità possibile per lui. Ma questo totale abbandono non è praticabile nella vita reale, perché la libertà illimitata nega se stessa, rendendo prigionieri quanti si svincolano dalle leggi della natura.
Dunque, l’atto che giustifica il titanismo si rivela un fallimento e il vuoto, che il male tentava di riempire tramite meschini progetti, invade tutto il campo della coscienza lasciando l’uomo nudo. L’inutilità del gesto gratuito fa cadere ogni certezza, e chi aveva dichiarato la propria volontà di potenza a scapito degli altri si ritrova a considerarsi un “pidocchio” degno di morire.
La pièce messa in scena presenta i temi tipici della drammaturgia cechoviana (l’isolamento, l’incomunicabilità, la solitudine, l’impotenza/potenza dell’uomo), i personaggi si mostrano come alienati da sé e febbrili nell’esporre il proprio pensiero su una Russia sclerotizzata dalla mancanza di libertà, ma dalla loro perfomance poco si coglie il messaggio, pur presente in Dostoevskij, inerente ai pericoli di un ateismo estremizzato, che finisce per legare gli uomini a vincoli ancora più stretti di quelli imposti dalla religioni tradizionali. Manca poi una soddisfacente resa della tensione di un pensiero che non arriva mai alla pace di una verità, né alla distinzione conseguente del raggiungimento di una meta. I due attori si muovono concitati, le loro espressioni, i loro sguardi, la loro mimica hanno la funzione di un’apparenza bene congegnata, ma che non riesce a restituire l’infinità dialetticità delle possibilità dell’umano esistere, di cui pure Camus aveva parlato quando si apprestava a dare forma alla trasposizione teatrale de I Demoni.

 

 

Festival Ouverture
Punti − Episodio #0
tratto da
I Demoni
di Fedor Dostoevskij
di e con Alessandro Miele e Alessandra Crocco
con il sostegno di Laboratorio Urbano di Diso/Jump In; Laboratorio Urbano Palazzo Palmieri di Merine/Cesfet; Diffusioneteatro
San Leucio (CE), Officina Teatro, 27 settembre 2013
in scena 27 settembre 2013 (data unica)

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