“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 08 Agosto 2013 10:09

“Non vi è pena più grande che non avere più patria”

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Una sera d’estate. Neanche nel locus amoenus del parco della Villa Imperiale di Pausilypon la calura di questo torrido principio d’agosto conosce tregua o lenizione; la brezza dal mare si lascia desiderare ma non esala refolo alcuno di clemenza; è molto calda la serata che ci si accinge a trascorrere seguendo le orme del mito. Le Donne di Hera vuole infatti essere un viaggio a ritroso, alla ricerca ed alla riscoperta delle radici profonde di una terra feconda che ispirò la propria civiltà all’Ellade, filiandosi per gemmazione. La Magna Grecia, la sua civiltà, i suoi miti, rivivono in scena come patrimonio ancestrale.

Si parte dalle metope che decoravano il Tempio dell’Hera Argiva di Poseidonia (l’odierna Paestum) e che oggi sono esposte nel Museo Archelogico di Paestum e che raccontando di miti, dèi, eroi, forniscono la traccia da seguire sulla scena. Metope che per una sera si staccano dallo stiacciato dei rilievi per animarsi di forma corporea.
Così il parco della Villa Imperiale di Pausilypon rivive la propria dimensione di classica cornice, di spazio degli antichi, e diviene una suggestiva scena bipartita, tentando – non senza audacia – di sfruttare tutta la varietà dello spazio a disposizione per celebrare “una festa greca che si celebra una volta l’anno”, tributo alle origini ed all’identità di un popolo che fu greco, il cui retaggio classico sopravvive nella memoria e si trasfigura nella mitografia secolarmente tramandata.
L’azione drammaturgica ha inizio nello spazio aperto del prato, su cui danzano le nove figure in scena, declamando invocazioni alla benevolenza di dèi e semidei; una captatio benevolentiae che purtroppo si disperde nel cielo aperto, mentre il suono di un piano gareggia con i decibel delle voci degli attori, disperse nell’etere e surclassate dalla musica in lontananza, che poi effonde le note western di Ennio Morricone, in una commistione di classico e moderno che mostrerà all’udito ulteriori accostamenti fra loro apparentemente stridenti.
Come in una processione pagana e brada, attori e spettatori riparano nello spazio dell’anfiteatro, in cui ciascuna “metopa vivente” racconta una storia, delinea una figura; le metope di Hera Argiva, dalla foce del Sele, vengono riprese, animate e rese interpreti di un sentimento di memoria lontana, di origini remote; sulla scena trasferita nella cavea dall’acustica sontuosa del grande anfiteatro in pietra della Villa Imperiale, gli attori (soprattutto nella componente femminile, protagonista dichiarata) declamano, intercambiandosi fra loro nel ruolo del coro, il racconto dei personaggi che quelle metope istoriano.
Il senso ultimo dei loro monologhi risiede nel sentimento di identità rivendicata, che s’oppone alla metamorfosi indotta dalla barbarie; è discorso senza tempo o, se vogliamo, proprio di tutti i tempi, “o tempora, o mores”, ritornello di ogni passatismo, ma che nella fattispecie accompagna alla suggestione classica un senso profondo di identità, un richiamo alla storia ed alla memoria classica che cullarono la civiltà di questi luoghi.
Arde nel centro della scena una fiammella viva, le fan corona intorno sparse le pissidi, mentre voci e figure declamano di Leda, di Ecuba, di Andromaca, di Cassandra, della caduta di Ilio, di Elena, Clitennestra, geremiadi di fasti passati e di guerre esiziali; ogni mito riacquista voce e racconta con toni impostati ed accenti dolenti come che a farlo fossero canti d’aedi.
Contrappunti musicali affidati, come si è detto, alle note di Morricone, ma anche ai Carmina Burana, passando per le voci di Barbra Streisand (Memory) ed Ewan McGregor, nella versione di Roxanne dei Police trasformata in forma di tango in Moulin Rouge, a far da commento musicale al viluppo Giasone-Medea ("Tango della gelosia" ante litteram!). Audace, molto audace la scelta degli accostamenti musicali, senz’altro lontana dai purismi cui sono avvezzi i cultori della classicità, che avrebbero potuto ravvisare nel contrasto evidente una traccia di quella barbarie contro la quale, negli intenti, erano scese in scena le metope.
Medea è l’approdo ultimo della riflessione sulla barbarie, ne è l’ipostasi nel suo gesto estremo di sacrificare la propria prole, sancendo il successo del mondo barbaro sulla civiltà classica; trionfo che, come uno sberleffo dei tempi, pare rispecchiarsi in una platea in cui genitori improvvidi, incapaci di governare l’indisciplina di una prole turbolenta, forniscono il poco desiderato esempio di una barbarie dei costumi che, evocata in scena, rifrange sugli spalti dell’anfiteatro, suscitando fastidio e disappunto.
Come in un nietzschiano “Eterno ritorno”, la storia della barbarie si ripete; staccata dalle metope, riproposta sulla scena, riscontrata intorno a noi.
O tempora, o mores… “Dove siete, Greci?”.

 

 

Teatri di Pietra
Le Donne di Hera
di e con Sarah Falanga
produzione Accademia Magna Grecia Paestum
ottimizzazione logistica Alberto Pepe
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Villa Imperiale Pausilypon, 4 agosto 2013
in scena 4 agosto 2013 (data unica)

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