“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 31 Luglio 2013 02:00

Orfeo. Altrove

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Il mito è eterno. Nessuna versione è quella giusta. Ciascuna versione è quella giusta. Il mito è eterno. Ogni epoca, ogni società, lo ha rivestito di forme diverse, intrecci diversi, contenuti diversi, per esprimere l’archetipo universale che agisce dentro ciascuno di noi. Orfeo, il cantore tracio, Orfeo, l’incantatore di fiere, Orfeo, fatto a pezzi dalle Menadi. Orfeo approda in Africa. “Orfeo all’inferno. Orfeo negro”.
Dolce è il profumo delle resine sui gradini del teatro del Pausylipon. Si sentono anche i grilli, ma qualche ambulanza e il ritmo non troppo lontano della musica dance ci ricordano che siamo a Napoli nel 2013 e non una ventina di secoli fa. Eppure la magia dei luoghi abitati da Dioniso resta.
Daniela Giordano scrive, dirige, interpreta e danza questo Orfeo. Un po’ troppo per una sola persona. Per fortuna vengono in soccorso la musica di Ismaila Mbaye e Djibril Gningue e la danza di Jean Ndiaye.

Bianchi volteggi nell’aria di un nastro bianco, come farfalle, come frizzare di vita spumeggiante, o forse suggestione del serpente, che nel mito morde la sposa e la conduce all’Ade. Unico elemento di scena una struttura/paravento triangolare, nera, con un rombo bianco al centro. Al centro del rombo c’è un’apertura, romboidale anch’essa. Dietro il paravento una silhouette, un uomo, Orfeo. L’uomo danza, o meglio danza la sua ombra. Ritmico, aereo, sembra un uccello, i movimenti misurati, morbidi e precisi, incantano ipnotici, come le note pizzicate degli strumenti, come le parole che non comprendiamo, ma accarezzano le orecchie e l’animo. L’ombra è prigioniera dietro il paravento, ma poi ne esce e sembra quasi una nascita, con le mani e la testa, nere, che allargano quel morbido pertugio nel bianco, come fosse una vagina, e infine l’ombra è diventata un corpo, un essere vivo, Orfeo, alla ricerca della sua Euridice. Le parole, stentoree ma prive di vera vita, danno la cornice, la storia. Il resto è gesto e musica. Gesto che si compenetra nella musica. Daniela Giordano assume pose ieratiche, quasi fosse una metopa arcaica, rigida, nodosa, schematica. Dall’altro lato il corpo di Jean Ndiaye, morbido e flessuoso come un kouros ionico. Il gesto e la musica camminano all’unisono, come un sinolo, come palpiti di uno stesso respiro. Ad ogni tempo in levare corrisponde un salto, un gesto, una sottrazione di gravità. Ogni colpo sul djembé è una ferita. Baldanza, dolore, sconfitta, rinascita. Tutto può il corpo dell’essere umano. Rotolare come morto e risvegliarsi temprato dalla rugiada del mattino.
Ma non siamo in Grecia. Il mito si colora di nuove forme e suoni. Euridice si chiama Niango. Orfeo l’ha persa. La cerca. Ma Niango qui è solo un pretesto per un viaggio iniziatico, attraverso la luce, scomposta nel prisma dei suoi sette colori dell’arcobaleno. Ogni gradino ha un colore, ogni gradino è una discesa nel proprio sé. Ogni gradino è un passo nella consapevolezza. Il desiderio, il confronto/scontro con il padre, la gelosia, il dolore, l’incontro con se stesso... e alla fine non c’è la morte, non c’è Euridice/Niango. Lei è a casa, forse non si è mai mossa, perché lei era l’unica forza che poteva spingere Orfeo a scendere nel profondo del suo sé, perché l’ama come se stesso.
Nella cultura occidentale Orfeo è tramite tra umano e divino, morte e vita, apollineo e dionisiaco. Orfeo è la tenacia della vita e dell’amore che si ribellano alla morte. Orfeo è la sconfitta dell’essere umano e degli dèi stessi di fronte all’ineluttabilità del Fato. Aveva anche ottenuto di riportarla a casa, la sua Euridice, ma sull’orlo della caverna si era voltato a guardarla, e l’aveva persa, per sempre, perché così era scritto. Qui però è diverso. Non c’è il Fato. In realtà non ci sono nemmeno l’Io e il Tu, perché tutti parte del tutto, tutti battiti dello stesso cosmos. Per questo alla fine Orfeo e Niango sono una sola cosa, nella camera nuziale, due nella stessa gonna laminata d’argento. Due corpi in un unico abito, due corpi che diventano uno e si muovono all’unisono per celebrare la vita.
Noi, il pubblico, entriamo e usciamo dalla grotta di Seiano. Il camminamento di Cocceio non è l’ingresso agli Inferi, ma la lunga passeggiata prepara lo spirito alla festa dionisiaca che segue. All’andata ogni passo ci immerge nella piacevole frescura delle viscere della terra, ogni passo separa dal rumore. Al ritorno il silenzio del cammino decomprime dalle emozioni. In silenzio si ascolta il proprio respiro, si percepisce il contatto con la terra battuta, si ritorna alla vita.

 

 

 

 

 

Teatri di Pietra
Orpheus
scritto diretto e interpretato da
Daniela Giordano
danza Jean Ndiaye
musiche Isamila Mabaye (djembé e tama) e Djibril Gningue (canto e kora)
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Villa Imperiale di Pausilypon, 27 luglio 2013
in scena 27 luglio 2013 (data unica)

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