“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 22 Luglio 2013 02:00

La figlia del re

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Leggera è la brezza estiva, risale lenta dalla tavola d’acqua alle spalle della scena. Nuda in tutta la sua bellezza, quando si fa teatro. Non più Napoli, dunque, ma Tebe. Con il suo palazzo, il suo popolo, il suo tiranno. Con il suo fatto politico da difendere, evidentemente ad ogni costo.
Come se il popolo avesse davvero sete di questa giustizia, di quest’esempio di probità e di doverosa coscienza: nel rispetto del nomos, uguale per tutti, a partire dalle figlie del re.

Antigone è al centro della scena, con le ginocchia al petto e la testa bassa. Nessun chitone a vestirle il corpo: questa donna veste i pantaloni e, finché si batte per la sua causa, tocca la terra a piedi nudi. Ora in mano, ora ribaltati accanto a lei, un paio di stivaletti le ricordano il disprezzo della viltà.
È quasi giorno ma Antigone non vuole dormire, non può: non c’è tempo. Invano l’accorta nutrice cerca di convincerla a tornare a letto, a mangiare qualcosa, come si addice alla figlia di un re. Altrettanto la sorella, Ismene, avvolta dalle morbide e nere pieghe di una tunica, algida nella sua bellezza bruna quanto rigida nel rispetto della legge del re e sorda al tumulto del desiderio di giusta vendetta, di sacrificio, per il sangue di un fratello di  cui non c’è più ragione di sentire il richiamo: Polinice ha tradito.
Ma Antigone va controcorrente (contro quella corrente), a dirlo è il suo stesso nome. Anti-gunè, in difesa di una coscienza che urla, della voce di una bambina che non ha voluto smarrirsi, di una femminilità che non vuole esistere all’ombra del passato ma alla luce di un futuro degno della memoria. "Più forte che… la vita", meditando sul da farsi, urla la coraggiosa Antigone, quasi in cerca di una nenia, mentre si lascia cullare dalle mani di Nu-Nu (come chiama ancora la sua fedele balia) che le tengono la fronte.
Più forte, certo, più dell’amore per il figlio di Creonte, Emone. A lui, tragicamente impotente, imbalsamato nel suo abito formale (in bianco e nero per l’occasione), debolmente diviso tra il volere del padre e quello della sua donna, non resta che il dovere del silenzio quando Antigone lo allontana minacciando di uccidersi.
C’è, dunque, una forza più grande, che non conosce resa, tantomeno ragionevoli e legittime soluzioni: Antigone sa che c’è vita lontano da ogni compromettente pretesto. Si affretta a sporcarsi le mani di terra per consegnare a suo fratello la degna sepoltura, volutamente noncurante dell’ indefessa (qui quasi grottesca, nella giusta rilettura anche di questo ruolo) veglia delle guardie. Lo ordina il re. Rea, in flagrante, Antigone viene portata al cospetto di Creonte al quale spetterebbe l’ultima parola. Se non fosse uno dei tanti prigionieri del ruolo di cui si è vestito, tiranno con il dovere del dovere, vigliaccamente alieno da ogni spontanea autonomia di scelta. Anche a costo di non poter più ritrovarsi. A nulla servono i tentativi di dissuasione: Creonte impugna il microfono, come se una nuova scena si aprisse sull’altra, per raccontare a sua nipote un’altra verità, quella di un Polinice  nient’altro che "un piccolo festaiolo imbecille… un fatto politico. È necessario che il suo cadavere appesti la città per oltre un mese" mentre lui si racconta  "padrone" di se stesso, diversamente da "Edipo,  con i piedi ben piantati per terra". − "Prima la legge, poi tutto il resto".
Ma Antigone si ribella, non la vuole questa verità, non uccide quella che si porta dentro e che richiama un’intera vita, non la vuole quella “felicità” a cui si condanna Creonte.
"La legge è fatta per le figlie del re", nelle parole di Creonte. E la figlia del re va incontro alla morte, con la tenerezza di chi muore per amore della vita. Gli ultimi richiami del cuore sono per Emone al quale indirizza una lettera che, in un dialogo dalle sfumature comiche, detta in fretta al piantone che la porterà al patibolo.
Si dice che, dal fondo di un vuoto ricoperto di pietre, si sentisse un lamento insistente. Si dice che, in questo fondo, sospeso alla colorata altalena di fili di una collana, sigillo di un’infanzia difesa e mai perduta, dondolasse il corpo senza vita di Antigone. Si dice che accanto giacesse un altro corpo, di chi, ancora per amore della verità, non ha voluto arrendersi, quello di Emone.
Non lo racconta, inibita e percossa da un logos onnipresente e incapace di tacere. Nel corpo massiccio di un uomo di nero vestito, la voce del Coro in scena sin dall’inizio.
Tangibile prestito della coscienza: talvolta indecifrabile eppure, ahinoi, incapace di conoscere menzogna.
Al teatro il potere di rendere visibile quanto, spesso volutamente, se ne resta compresso sotto il giogo di un’infelice ipocrisia, nel torbido limbo di quanto non ci si rivela e poi, a testa bassa, si fa. In nome di un ruolo, da esigere.

 

 

 

 

Teatri di Pietra
Antigone
di
Jean Anouhil
regia Maurizio Panici
con Roberto Latini, Lucia Cammalleri, Maurizio Panici, Rocco Piciulo, Daniele Pilli, Gioia Salvatori, Alessia Giangiuliani
produzione Compagnia dei Giovani
scene Daniele Spisa
costumi Marina Luxardo
luci Roberto Rocca
musiche Stefano Saletti
Napoli, Villa Imperiale Pausilypon, 17 luglio 2013
in scena 17 luglio 2013 (data unica)

 

 

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