“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Domenica, 14 Luglio 2013 02:00

Un amore di gioventù

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I miei ricordi si confondono nel racconto di un adolescente che è ormai un uomo. L’attesa nel giardino del Real Orto Botanico non è così stressante come avviene di solito, mentre si attende qualcosa o qualcuno. Il buffet servito era composto di zeppole fritte (paste cresciute) e vino rosso con frutti di stagione tagliuzzati, immersi in questo liquido rosso come il sangue che scalda lo stomaco e provoca eccitazione.

Con un po’ di spray anti-zanzare si è pronti per vedere Tu, mio di Erri De Luca. La serata è fresca e una brezza solletica la fantasia al pubblico immerso nel paesaggio lussureggiante d’alberi e d’animali. Verrebbe in mente la battuta di Titina De Filippo nel film Totò, Peppino e i fuorilegge: “Che razza di bestie stanno in questo luogo?”, che a tanti di noi ha fatto ridere.
Pensando poi al racconto che si proponeva agli astanti, ai luoghi, l’isola dei pescatori, ai personaggi, il vecchio marinaio Nicola, al dialetto usato, il napoletano, comprendevo come un meridionale che va a vivere in Toscana non possa più dimenticare i luoghi natii. Questo forse vale per chiunque: tuttavia per uno scrittore che affronta un racconto basato sulla memoria è ancora più duro fare a meno della propria identità. La storia potrà essere inventata o tratta dalla realtà, ma come una musica si unirà alla melodia che la tua terra ti ha lasciato nel cuore.
Così sul palco che è costituito da pochi elementi si ritrovano due figure. Un musicista e un attore. Il musicista non parlerà mai. L’attore, il monologhista, narrerà tutti i fatti che hanno sconvolto la sua giovane esistenza. Parlerà di Nicola che gli insegnò a pescare e della ragazza che lo fece innamorare. Parlerà di suo zio e del cugino Daniele, della guerra che non ha conosciuto e di coloro che vi hanno partecipato come Nicola. La guerra che è finita e riposa sotto un mucchio di libri e di cenere ritorna per lui. Gli va incontro con gli occhi dell’amore. Dalla bocca di Nicola, dalle sue parole, scopre che la ragazza che ama e una ‘ebbrea’. Ritorna questo bisogno di conoscere ciò che ci circonda attraverso le vie antiche e, questo bisogno, si esprime col dialetto di un vecchio pescatore che pronuncia alcune consonanti come la 'b' e la 's' in modo doppio. Spesso i ragazzi delle nostre parti sono rimproverati dai maestri per questo difetto per cui sangue diventa il 'ssangue', e così via.
In poco tempo il protagonista apprende perché la ragazza sia orfana e il pubblico che il passato non giace mai come qualcosa di inerte, ma è come la cenere che brucia sotto i carboni, sempre pronta a prender fuoco. Il racconto si fa più intimo e delicato, il protagonista sente di amare e di voler proteggere K., e nelle sue movenze nei suoi gesti lei scorge suo padre. Tate lo chiama come chiamava suo padre. Si è colpiti da questa associazione tra parole e suoni. Il nome di lei quasi incomprensibile per la sua complessità fonetica riesce ben a visualizzare il complicato schema concettuale ebraico. La parola è per quel popolo qualcosa di fondamentale e sul suo suono si crea la vita o con un gioco di parole si vivifica la vita.
C’è altro nella trama e nella storia che ha una fine ‘sospesa’ un po’ come tanti racconti di questo autore. "Tu", "Mio" sono gli unici nomi che si possano dare ai due protagonisti, poiché i due pronomi fanno ben capire il possesso che hanno l’uno dell’altra e di un amore tra figli e padri che non può finire, quello stesso amore che i figli di una terra si portano dietro anche se la maledicono e maledicendola non possono far a meno di ricordala.

 

 

Brividi d'Estate
Tu, mio
di
Erri De Luca
regia Annamaria Russo
con Nico Ciliberti e Giacinto Piracci
musiche dal vivo Giacinto Piracci
lingua
Italiano
Napoli, Real Orto Botanico, 12 Luglio 2013
in scena dal 12 al 14 luglio 2013

               

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