“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Sabato, 06 Luglio 2013 02:00

"La guerra è appena cominciata"

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La Sala Performance si raggiunge abbastanza facilmente. Attendiamo pochi minuti sotto il portone, il tempo di essere tutti, il tempo di non essere in tredici e comunque c’è Sabrina ad attenderci, dicono, una garanzia, immaginiamo. Ultimo piano di un palazzo antico, non troppo alto. Lasciamo il superfluo all’ingresso e ci accomodiamo, passando attraverso il sipario, la spessa tenda di broccato color ocra che copre la porta di accesso alla sala vera e propria, dove si svolgerà la breve performance.

Una sala quadrata, pavimenti a graniglia, soffitto dalla bella tela dipinta (che avrebbe bisogno di un pietoso restauro, a meno che quello squarcio non sia stato lasciato a bella posta, per suggerire il decadere del tempo e testimoniare solo il decadere del gusto), un lampadario troppo lungo e uno molto bello posato a terra, ad arte, divani, specchi, una sorta di Nike o di Fortuna che funge da lampada in bronzo, una serie di sedie su cui sono accomodati degli attaccapanni, quasi manichini. Ma il dubbio, mentre attendiamo l’entrata dell’attrice e della musicista, mentre attendiamo l’inizio dello spettacolo, il dubbio è che lo spettacolo sia già iniziato e noi ne siamo una parte.
Giorgia Palombi comincia a parlare, a declamare, senza essere retorica e senza essere stucchevole, La guerra santa di René Daumal.

 

“Farò un poema sulla guerra.

Forse non sarà un vero poema,

ma sarà una guerra vera.

Delle altre guerre, quelle che si subiscono, non parlerò.

Se ne parlassi sarebbe letteratura comune, un sostituto, un meglio che niente”.

 

Parole tornite, parole scolpite, parole che chiariscono come noi e lei non siamo che ombre, pallidi fantasmi, manichini sociali ingabbiati nelle nostre convenzioni, affettive, retoriche, letterarie. “Noi lo vedremmo il poeta (...) egli ci vedrebbe. Noi povere ombre, lui così reale”. Manichini come quelli delle sedie, non più reali, non più coscienti. Agiti nello spazio, agiti dalla sua voce e dalla voce del violoncello di Marina Giugliano, che accompagna, sottolinea, discorre e chiude. Lo sguardo di Giorgia Palombi è penetrante, come se stesse guardando ognuno di noi, come se ce l’avesse proprio con ciascuno di noi. Sincronia di parole, musica e respiro. Anzi no. Il respiro resta intrappolato nella gabbia toracica, finché non apre il balcone sul buio della sera che viene. Entrano i rumori della strada, c’è vita lì fuori.
Forse dovrei lasciare una pagina bianca per parlare de La guerra santa. Se la guerra di cui narrasi, senza epica, scienza, filosofia, entusiasmo, se quella guerra è interiore e scoppia nella coscienza di ciascuno, contro l’immagine di sé, quella immagine maledettamente razionale, quel grumo di convenzioni e convinzioni, quei grappoli di parole che “loro” (e sembra che stia parlando di noi, noi le pallide ombre, i falsi amici, i traditori) ci mettono in bocca, nella penna, per farci intelligenti, per farci brillanti, se la guerra è dentro, mentre fuori è la pace, se non accettiamo la vile pace, di menzogna, di traditori, se vogliamo ribellarci al dover essere che ci costruisce, che ci costruiamo ogni giorno, allora non dovremmo accettare nemmeno queste parole e lasciare il virtuale foglio in bianco. Altrimenti faremmo “Come certi parlano di libertà adorando e ridipingendo le loro catene”. Però poi qualcosa si sfilaccia, nel testo o nell’azione. Sentiamo che è letteratura, gorgo di parole, di pensieri, in cui non siamo che comparse, oggetti scenici, agiti. L’occhio comincia a vagare per la stanza, sui volti degli altri spettri, facendo rotolare nella testa le frasi sentite, quello che evocano, la musica, finché restiamo soli, noi spettri, con la musica, finché non ci viene detto di andare, ché la performance è finita. “La guerra è appena incominciata”, ricominciamo a respirare, fuori di quel grappolo di parole di un altro, che hanno risuonato nella bocca di un’altra e rotolato nelle nostre orecchie. Fuori è scesa la sera.

 

 

La guerra santa
di
René Daumal
voce Giorgia Palombi
violoncello Marina Giugliano
musiche Hindemith, Bach, Schubert
assistente alla mise en espace Sabrina Bonomo
produzione Maniphesta Teatro
lingua italiano
durata 20’
Napoli, Sala Performance, 3 luglio 2013
in scena 3 luglio 2013 (data unica)

 

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