“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Martedì, 25 Giugno 2013 02:00

Umano Non umano Ultraumano

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“Corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure”. Italo Calvino, Le città invisibili. È Raissa, la città infelice che contiene, inconsapevolmente, la città felice.
FragileFrana si presenta come la messa in scena dei racconti residui di un romanzo non scritto. Narrazione per immagini in cui il gesto prescinde dalla parola. La parola è puro suono, si confonde con lo scrosciare di acqua o col crepitio di fuoco. È il regno del gesto. Il gesto consapevole, il gesto misurato e controllato. Il gesto puro. Il gesto in sé, che assurge ad apoteosi di se stesso, fosse pure uno starnuto.
La premessa è “Provare a non rimettere subito in ordine. Provare a non ricostruire ciò che c’era. Lasciarsi franare, chiudere gli occhi in mezzo al frastuono e alla calca, per fermarsi a considerare quello che stiamo vedendo e vivendo”. Bene. Seguiamo il flusso, seguiamo il respiro, inseguiamo le immagini.

Un’alta, esile figura cammina veloce a ritroso sulle punte. Ha lunghi capelli biondi e una sorta di vestito-grembiule nero. La sua traiettoria interseca quella di un’altra figura, dai lunghi capelli neri e lo stesso vestito-grembiule nero. Rapidi passaggi evanescenti, come di creature nel mare, che percepisci per un guizzo con la coda dell’occhio e poi scompaiono in un anfratto. Si ode un crepitio, o forse uno sfrigolio, o forse sassolini in un recipiente o sulla riva del mare agitati dalla risacca. Silenzio. Solo lo scalpiccio delle loro punte leggere. Buio. Solo un fascio sottile di luce che illumina una gamba, un braccio e la traiettoria diagonale, lungo la quale tenta di strisciare una figura. È vestita di bianco. Si muove a singulti, come se articolasse solo alcuni segmenti del corpo. Come se avesse solo le braccia e il torso, ché la metà inferiore è imbozzolata in una lunga coda/gonna bianca. Sembra esausta. Sembra un animale morente. Poi arriva una donna in pantofole, con una sedia dallo schienale rotto e una lanterna. Cammina a scatti, a piccoli passi rapidi, come un giocattolo caricato a molla. I lunghi capelli biondi le coprono il viso, sulla spalla porta un uccellino bianco, palesemente finto, ma quasi più vivo nel movimento. Infine la coppia di gemelle, bianchi anellidi o scolarette combattenti in trench e stivali di gomma.
Bianco e nero, i due toni della rappresentazione. Tre corpi di donne. Perfetti, scarnificati, fasci di nervi e ossa al servizio del gesto. Corpi di donna che si trasfigurano nel non umano. Lettere di un alfabeto più vasto, quello della natura, della vita in senso più ampio. Corpo e capelli che sembrano diventare spire di un anellide, dal moto sinuoso oppure faticoso, a scatti, come di animale che fatichi a spostarsi nello spazio. Come se vedessimo con la lente di ingrandimento, o forse col microscopio, la inenarrabile fatica che c’è dietro ogni centimetro di terreno percorso da un bruco, o da un lombrico. Le braccia sono zampe, giunture, articolazioni. La musica è semplice e inquieta, all’unisono col nostro cuore angosciato per la sorte di questa creatura che striscia, non sappiamo perché, ma sembra farlo a fatica, con sofferenza. Braccia che diventano rami che emergono crepitanti da una gonna/montagna/vulcano. “Ombre dentro crateri”.
Corpi flessuosi piegati a movimenti rigidi, come di bambole a molla, o di Barbie degli anni ’80, sulle punte e con le braccia ad angolo retto. Corpi di perfezione ultraumana, privi di sguardo, che si muovono per impulso esterno, senza che si possa percepire il senso di un movimento così minutamente pianificato e così perfettamente eseguito. Si resta ammirati da tanta sapienza scenica, dalla cura che si vede dietro ogni gesto, ogni oggetto, ogni abito, ogni respiro. Eppure si resta allo stesso tempo un po’ interdetti, monchi, gravati dall’infelicità di Raissa, senza che si riesca a vederlo il bambino che ride, o l’ostessa che serve il ragù all’ombrellaio, insomma senza che la città felice faccia capolino tra le pieghe inquiete di quella infelice. O forse gravati dal senso di insoddisfazione che genera la distanza e la concettualità di un’azione che sembra restare fine a se stessa, come se tanta bellezza e tanta perfezione fossero troppo paghe di se stesse, come se prescindessero da una reale urgenza comunicativa. Restano l’ammirazione nei nostri occhi, la sedia e le pantofole sulla scena finale.

 

 

 

 

Fringe E45
FragileFrana
progetto
Eleonora Chiocchini
con Eleonora Chiocchini, Daria Menichetti, Chiara Michelini
scene Lucia Ortiz Oshiro, Mario Sirchio
costumi Franca Di Lorenzo, Rita Petrone
video design di Gilles Dubroca
consulenza musicale Luciano Zampar
luci Andrea Margarolo
coproduzione Sosta Palmizi, Fabbrica Europa, E45 Napoli Fringe Festival
con il sostegno di Comune di Arezzo, Associazione Dance Gallery (Pg), Teatro San Materno (Ascona, CH)
lingua Italiano
durata 50’
Napoli, Galleria Toledo, 22 giugno 2013
in scena 22 e 23 giugno 2013

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